Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Ma Carl si era dimenticato di un'altra manovra che avrebbero potuto effettuare con una spinta costante equatoriale: la Terra…
— Non mi ricordo le cifre, ma senti, non possiamo…
— Ti rinfresco la memoria. Ci vuole una variazione di velocità di soli sessantatré metri al secondo. Soltanto un po' di spinta in più di quella che diamo adesso. E la direzione è quasi la stessa del suicidio di Marte! Le mie squadre adesso stanno ruotando i lanciatori soltanto un po'. Soltanto cinque gradi di declinazione, cento gradi in ascensione retta. Mi segui? Significa…
— Sì ci sono. — È davvero matto. Come posso trattare con lui? — D'accordo, possiamo colpire la Terra. E allora? Ci cremeranno ancora prima che riusciamo ad arrivarci vicino.
La gracidante, asciutta risata di Sergeov risuonò nel comunicatore. Carl aspettò che quella risata anaerobica, maniacale, si esaurisse, dicendosi, Non esplodere. Continua a farlo parlare. Forse qualcuno da sotto riuscirà a mettere insieme qualche laser industriale, aggirandoli, tagliandoli fuori…
Ma sapeva che le probabilità erano scarse. Sergeov aveva giocato le proprie carte proprio nella maniera giusta, aspettando fino a quando Jeffers, il braccio destro di Carl, era rimasto anche lui intrappolato nella cupola. Virginia non poteva prendere il controllo dei suoi mech. E come bonus avevano ucciso Saul, il quale avrebbe potuto chiamare a raccolta molta gente che voleva semplicemente sopravvivere…
— La Terra non ci cremerà. No, se minacceremo di seminarli di pestilenze.
— Minacceresti questo?
— Annusa il fuoco, Meyer. Gli ortho hanno fatto saltare la Edmund. Hanno mandato il Pacco Assistenziale. Cosa si meritano?
— Sono pur sempre…
— Freneremo nell'atmosfera, salteremo giù. Halley proseguirà. Faremo il patto di non disseminare la Terra di halleyforme. Poi la Terra manderà noi su Deimos. Vivremo là, cominceremo a terraformare il pianeta.
Jeffers borbottò: — Be', per lo meno questa parte ha senso. — Sollevò lo sguardo con aria colpevole quando Carl gli scoccò un'occhiata di fuoco.
Ma Sergeov l'aveva sentito. — Meglio un sogno che un incubo, eh?
Carl cercò di pensare. Lani era al suo fianco, con una mano sulla sua spalla, muto conforto.
— La Terra non correrà il rischio di farsi inzuppare di halleyforme. Ci riempiranno di testate nucleari — replicò Carl.
— No! Avremo pronti dei razzi, testate piene fino a scoppiare di halleyforme. La Terra lancia? E lanciamo anche noi.
Carl vide l'espressione di Jeffers. Il folle scenario di Sergeov era fin troppo seducente. Gli aerofreni avrebbero richiesto un sacco di produzione da parte dei mech, ma ciò era già stato concepito e programmato per la manovra di Marte.
— Non credo che potrei contrattare questo.
— Non ho bisogno di contrattare. È tempo di starci, Jack. O acconsenti, o riduciamo la cupola in tanti pezzettini.
— Gli altri non saranno d'accordo con questo.
— Quali altri? Gli ortho? Vogliono vivere, proprio come i percell.
— Ma questo mette in pericolo la Terra! Qualunque aerofrenata porterà il nucleo di Halley abbastanza vicino da sganciare del ghiaccio nell'alta atmosfera. Le bioforme potrebbero arrivare comunque in superficie!
— I terrestri dovranno correre il rischio. La maggior parte di noi adesso dice merda ai terrestri.
Carl si mise a camminare su e giù, dimentico delle squadre della cupola che lo fissavano, di Jeffers che continuava a rosicchiarsi il labbro, senza fermarsi, dello sguardo senza espressione di Virginia. Lani lo fissava pensierosa. Doveva pensare, eppure la sua mente era un vortice di emozioni in conflitto fra loro. La manovra della Terra offriva per lo meno una promessa di speranza, di vita…
— Senti, dovresti tenere un referendum su questa faccenda. Tutto l'equipaggio…
— Clape, scimmia. Niente voto. Dimentichi che li abbiamo noi, i lanciatori.
— Ci sarà una consistente minoranza, o addirittura una maggioranza, che si opporrà a voi.
— Possiamo liquidarli.
— Come?
— Lo stesso che per voi, una volta che le cose si saranno calmate. Facile. I lanciatori tutti costruiti, niente bisogno di grande mano d'opera adesso. Vi spediamo tutti nei colombari.
Virginia, Lani, Jeffers: tutti lo fissavano, ascoltando, senza dire nulla. Li aveva guidati per anni, per miliardi di miglia, per arrivare a quel punto: una cupa, stupida Waterloo. Aggirato. Battuto in astuzia.
E per rigirare il coltello nella piaga, Sergeov dette in un'ultima, asciutta risata gracidante, e disse: — Arrivati sulla Terra, allora decideremo chi svegliare. Pianta grane adesso, e forse non esci più dal colombario, eh?
VIRGINIA
Erano state le due peggiori giornate della sua vita. Parevano stendersi a ritroso nel tempo per millenni, ai giorni luminosi e soleggiati quando Saul era ancora in vita e l'amore l'aveva trascinata in avanti con il proprio slancio, scavalcando le difficoltà, appianando la superficie rugosa di una vita che era, quando riusciva a pensarci, perpetuamente penosa e disperata e avara.
Il corpo contorto di Saul aveva impresso la propria immagine nella sua mente, un silenzioso, grottesco, rimprovero. Era parso così strano nella morte. Sereno malgrado le sue ferite. Più giovane.
Così tante lotte…
Se si fosse trovata più vicino, se avesse pensato più in fretta, se avesso corso di più…
No. Piantala. Sapeva che quella era una spirale mortale, che niente poteva uscire da un interminabile ciclo di colpevolezza e di dolore.
Ma tali facili constatazioni non la liberavano. Sedeva in mezzo alle correnti di rabbia e ai discorsi frenetici e alle crude emozioni… e si stringeva le mani, sfregandosele incessantemente, incapace di muoversi o di pensare o anche soltanto di lasciare che il dolore dirompente si riversasse fuori in lacrime.
Era inutile, qualunque cosa facesse, così inutile e stupida… Non le importava affatto, se fosse rimasta seduta per sempre in quel modo, circondata dall'umidità muschiosa che si andava lentamente raccogliendo nella cupola rigenerante. Le piante erano temprate allo spazio, capaci di resistere alle rapide decompressioni e al gelo improvviso, adattate assai meglio, durante mezzo secolo di manodopera umana, di quanto lo fosse la stessa umanità.
Altri cercavano di aiutarla. Lani era una presenza costante intorno a lei, morbide sibilanti in un'inghiottente immobilità. Carl faceva i suoi gesti goffi, diceva le cose convenzionali. Era tutto legnoso, distante… facce sotto vetro.
Il fatto che i pazzi Uber e i loro alleati li tenessero intrappolati tutti dentro alla Cupola 3 non faceva in effetti nessuna differenza. Era indifferente come il gelido ghiaccio esterno, dove delle figure stavano girando i lanciatori verso nuove ben imbottite direzioni, con le loro bocche puntate verso diverse costellazioni. Osservava quei lontani burattini che facevano le loro cose irrilevanti, senza che il significato le importasse per nulla. La Terra era un bersaglio più gradito di Marte, certo, ma non perché lei pensava che avrebbero avuto successo.
Niente aveva mai funzionato durante quella spedizione condannata. La Terra avrebbe trovato qualche maniera per contrastarli. Il loro piano era forse quello di sganciarsi a bordo di veicoli aerofrenati simili a palloni? Gusci cavi di acciaio che, sotto la violenta pressione frenante, si sarebbero contorti, squarciati e infranti alla più piccola asimmetria, al più piccolo difetto… No, la Terra avrebbe intravisto benissimo quella possibilità. Una scarica laser, un raggio a particelle, qualunque cosa in grado di perforare quei gusci avrebbe messo fine a loro tutti in un fiammeggiante calderone rosso-arancio. Non aveva nessuna fede nel febbricitante sogno astronomico di Sergeov.