Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Urlava qualcosa, soltanto suoni indistinti, grugniti, alcune parole, il tutto mischiato.
— Tu credi che fosse in preda alle allucinazioni, o qualcosa di simile?
— Forse. Erano mesi che non lo vedevo. Pareva confuso, incoerente. Quell'uomo era demente.
— È per questo che non ha reagito, non ha corso verso la camera di equilibrio?
— Immagino sia così.
Jeffers parve scettico. — Senti, qui c'è qualcosa di dannatamente di troppo. Qualcuno fa un foro attraverso la cupola, finisce quasi per ammazzarvi tutti…
— Bersagli molto opportuni — commentò Carl. — A meno che non abbiano individuato la cotta di Virginia quand'è uscita, devono aver pensato che si trovava anche lei nella cupola.
— Ma chi…
Una vampa azzurra colpì una bazza e tozza collina di ghiaccio, poco distante. I due uomini si girarono di scatto per osservare il bagliore che si dissolveva, avvolto nella sfera di spruzzi bianchi in rapida espansione.
— Maledizione! — urlò Jeffers. — Tutti… i caschi!
Carl si lanciò verso Virginia, rinserrando automaticamente i ganci a O del suo casco, ma vide che Lani l'aveva preceduto, e la stava aiutando. — Equipaggio, a terra! Se dovessero perforare di nuovo la cupola…
— Non ho bisogno di sparare di nuovo, Carl. Hai capito cosa voglio dire…
La voce aveva crepitato improvvisa nei suoi auricolari. — Chi è? — scattò.
— Sergeov! Lo sapevo — trasmise Jeffers.
— Liberate il canale A — disse Carl, per reprimere il crescente vocio lungo la linea. — Sergeov, cosa diavolo…
Nel piccolo schermo all'interno del casco di Carl comparve il volto sogghignante di Sergeov, dipinto di azzurro. Il sigillo di Simon Percell era dipinto su ognuna delle sue guance.
— Speravo di prendere Carl e Virginia senza danni. — L'accento di Sergeov arrivò con maggiore chiarezza. — Ancora meglio quando le mosche vengono sul miele. Jeffers, spero che possiamo contare su di te per operare con i lanciatori quando questa storia sarà finita.
— Quando sarà finito cosa?
— Puoi vederlo da solo.
Carl si era messo a scrutare l'orizzonte per localizzare il loro laser. Adesso, quando tornò a girarsi verso l'equatore, vide delle figure che correvano incrociandosi fra loro intorno ai lanciatori. In silenzio, una nuova scarica colpì il terreno fra due forme in corsa, facendole rimbalzare verso il cielo in mezzo a un'esplosione di vapore. Carl non riuscì a capire se quei due uomini erano stati colpiti direttamente, ma non ebbe il tempo di chiarire la cosa prima che scoccassero altri rapidi lampi azzurro-ardenti.
— Abbiamo già preso metà dei lanciatori. O gli altri si arrendono, o noi li bruceremo là dove si trovano.
— Cosa… — Carl comprese. — Tu… tu hai tagliato fuori me e gli altri, cosicché non possiamo guidare un contrattacco, giusto?
Sergeov si voltò per fare un segnale. Immediatamente Carl sentì un cramp e una forte vibrazione sotto i suoi piedi. — Proprio adesso ho dato ordine di far saltare le gallerie sotto la tua cupola. Vi ho chiusi dentro per benino, non è vero? Gran bel colpo, clape!
Carl gridò: — Idiota…
Sergeov rise. — Non ti piace la trappola, clape? — Poi si calmò. Sorrise. — Senza di te, gli altri saranno meno stupidi.
Jeffers intervenne: — Questo è ammutinamento, sai.
— Autoconservazione, vuoi dire.
Carl poteva sentire nel veleno delle parole di Sergeov un rimprovero alla sua leadership. Le escandescenze di quell'uomo gli erano parse comiche, stupide, una serie di idee residue. Ma dopo il Pacco Assistenziale, un mucchio di persone, per ogni altro verso ragionevoli, avevano sviluppato un odio profondo verso la Terra, e Sergeov aveva appunto giocato su questo, sostenendo che la manovra di Marte non avrebbe funzionato.
È quasi certo che il progetto Marte non ci salverà. Niente potrà farlo, salvo il mutato atteggiamento della Terra.
Era parso a Carl che Sergeov non avesse mai proposto nessuna valida alternativa, e che nessuno potesse prendere sul serio quell'uomo. Però, mettendo insieme gli spaziali scontenti e gli Uber intransigenti, Sergeov poteva avere abbastanza gente per impadronirsi dei lanciatori e mantenerne il controllo, se avessero fatto le cose a dovere…
— Non ti piace Marte come bersaglio?
— Sono tutte stupidaggini emotive. Non potremo mai frenare con un'atmosfera così sottile… chiunque si soffermi un attimo sui calcoli se ne accorge.
— Possiamo tentare. Come minimo, rallenteremo un po', forse così ci si apriranno delle scelte per il tratto verso l'esterno di questo passaggio.
Sergeov rise, un gracidio asciutto. — Non tenermi discorsi. Io e i miei amici, che siamo veri percell, non rinnegati che si lasciano sfruttare da qualsiasi ortho, che perfino dormono con loro, conosciamo l'astrofisica quanto te, probabilmente ancora meglio. Pensi che non siamo capaci di fare simulazioni? Conosciamo il pericolo che c'è di colpire Marte. Nel migliore dei casi non c'è abbastanza aria. Così, la sola speranza che ci rimane è di frenare in un pianeta con un'atmosfera densa.
— Venere? Là c'è una possibilità per la missione, anche se si trova sul percorso di uscita. Prima dovremo passare il perielio, e non voglio esprimere giudizi su come riusciremo a sopravvivere a una simile prova.
— Niente perielio. È stupido anche soltanto pensare che possiamo cavalcarlo.
— Perché no? Ascolta, Otis, possiamo discutere di un incontro con Venere nei particolari, se vuoi.
Jeffers fece un gesto a Carl, mentre parlava. Lungo la lontana linea dei lanciatori delle figure stavano lanciando delle bandiere improvvisate sopra le cappottature, il segno degli Uber.
— Vedi che stiamo vincendo? Da, tutto per tempo. Se gli altri lanciatori non si arrenderanno, abbasseremo la bocca dei nostri, spareremo contenitori vuoti, e bersaglieremo gli altri fino a farli a pezzettini.
Jeffers sbottò: — Sei fottutamente matto, lo sai?
Carl fece cenno a Jeffers di stare zitto. — Gesù, Sergeov, non lo faresti. Ci servono quei lanciatori per…
— Per colpire Marte. Non andremo a schiantarci su Marte soltanto per far felice la Terra.
— Che razza di logica demente è mai questa?
— Logica intelligente, è. La Terra vorrebbe vederci suicidi su Marte, mettendo fine alla vita su Halley. Di che prova hai bisogno, dopo che hai visto quanto gliene importa?
Quel beffardo riferimento al Pacco Assistenziale faceva male, poiché Carl sapeva che era vero. L'equipaggio aveva provato una profonda amarezza, per quel fatto, e quella folle ribellione ne era il risultato. La maggior parte degli spaziali, specialmente il Clan della Roccia Azzurra degli hawaiani, appoggiava Carl. Ma Sergeov aveva indubbiamente reclutato fautori fra i percell, e Carl non si sarebbe affatto sorpreso se ci fossero stati perfino degli ortho ad aiutarlo.
— Colpiremo un pianeta con atmosfera, ma non Venere.
— Allora dove vuoi andare, Otis?
— È ovvio. La Terra.
— Buon Dio! È…
Stava per dire, è impossibile, ma poi ricordò le varie possibilità della missione che erano state delineate molto tempo addietro. Dapprima la spedizione aveva progettato il sorvolo di Giove verso l'interno, alterando l'orbita di Halley fino a quando un rendez-vous con la Luna sarebbe stato abbastanza economico in termini di combustibile per la Edmund. Ciò richiedeva una variazione di velocità di 284 metri al secondo, una forte alterazione.
Da quando la ribellione degli archisti li aveva privati del polo Sud, avevano scelto di usare lanciatori all'equatore per il meno efficace passaggio al di là di Marte; ciò avrebbe richiesto un cambiamento di velocità di soli cinquantanove metri al secondo. L'energia richiesta essendo proporzionale al quadrato della variazione della velocità, ciò significava che una frenata accanto a Marte — sfiorando la sua atmosfera — avrebbe richiesto soltanto il quattro per cento dell'energia richiesta dalla missione originaria. Erano anni ormai che avevano investito il tempo dei lanciatori soltanto in quella manovra.