L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
«Mi servirebbe qualche sorpresa piacevole.» Perrin sondò ancora l’area alla ricerca dei lupi, e ancora non trovò nulla. «Forse stanotte potrei scoprire qualcosa. Se succede qualcosa, forse dovrai prendermi a calci per svegliarmi.» Quest’ultima osservazione sembrava strana, si accorse. Gaul annuì nuovamente. «Gaul, non hai mai nominato i miei occhi, né li hai mai guardati una seconda volta. Nessuno degli Aiel lo ha fatto.» Sapeva che adesso risplendevano dorati, alla luce del fuoco.
«Il mondo sta cambiando» rispose Gaul con calma. «Rhuarc e Jheran, il mio capo clan — anche le Sapienti — hanno cercato di nasconderlo, ma erano a disagio quando ci hanno inviati oltre il Muro del Drago alla ricerca di Colui che viene con l’Alba. Credo che forse il cambiamento non sarà ciò che abbiamo sempre creduto. Non so in che modo sarà diverso, ma lo sarà. Il Creatore ci ha messi nella terra delle Tre Piegature per formarci oltre che per punire il nostro peccato, ma per cosa siamo stati formati?» Scosse di colpo la testa, mestamente. «Colinda, la Sapiente della Fortezza della Fonte Calda, mi dice sempre che penso troppo per essere un Cane di Pietra. E Bair, la Sapiente più anziana degli Shaarad. minaccia di mandarmi nel Rhuidean alla morte di Jheram, che io lo voglia o no. Accanto a tutto ciò, Perrin, che importanza ha il colore degli occhi di un uomo?»
«Vorrei che tutti la pensassero in questo modo.» All’altro campo finalmente il divertimento era cessato. Una delle donne aiel — Perrin non riusciva a vedere quale — stava coprendo il primo turno di guardia, di spalle alla luce e tutti gli altri si erano sistemati per dormire. Era stato un giorno faticoso. Sarebbe stato facile prendere sonno e sognare ciò di cui aveva bisogno. Si sdraiò accanto al fuoco, coprendosi con il mantello.
«Ricorda, prendimi a calci per svegliarmi, se serve.»
Il sonno lo abbracciò quando Gaul stava ancora annuendo e il sogno giunse immediatamente.
Era giorno e Perrin stava in piedi da solo vicino alle Porte delle Vie, che assomigliavano a un elegante tratto di muro intagliato, incoerente con la fiancata della montagna. Tranne per il fatto che non c’era segno che essere umano avesse mai messo piede su quel pendio. Il cielo era limpido e gradevole, una brezza leggera che proveniva dalla valle trasportava l’odore di daini e conigli, quaglie e colombe, migliaia di odori distinti, di acqua, terra e alberi. Questo era il sogno di un lupo.
Per un momento Perrin fu travolto dalla sensazione di ‘essere’ un lupo. Aveva le zampe e... No! Si fece scorrere le mani addosso sollevato di trovare solamente il suo corpo, la giubba e il mantello. E l’ampia cintura alla quale normalmente appendeva l’ascia, ma a quel gancio era invece appeso il martello.
Lo guardò cupo, e, sorprendentemente, per un momento lampeggiò l’ascia al suo posto, incorporea e nebbiosa. Di colpo fu nuovamente il martello. Umettandosi le labbra, sperò che restasse a quel modo.
L’ascia forse era un’arma migliore, ma preferiva il martello. Non riusciva a ricordarsi che nulla di simile fosse accaduto in precedenza, qualcosa che era cambiato, ma sapeva poco di questo strano posto. Se poteva essere chiamato un posto. Era un sogno di lupo e lì accadevano cose strane, certamente più strane che in un sogno ordinario.
Come se pensare alle stranezze ne avesse fatta scattare una, una chiazza di cielo dietro le montagne si oscurò di colpo, diventando una finestra aperta su un qualche altro luogo. Rand era in piedi fra mulinelli e turbinii, ridendo selvaggiamente, forse anche follemente, con le braccia rivolte verso l’alto e sul vento cavalcavano piccole sagome, dorate e scarlatte, come la strana immagine sulla bandiera del Drago; degli occhi nascosti osservavano Rand e non c’era modo di dire se l’amico lo sapesse. La strana ‘finestra’ si chiuse rapidamente, solo per essere rimpiazzata da un’altra più lontana, dove Nynaeve ed Elayne andavano caute in un paesaggio insano di palazzi ritorti e ombreggiati, a caccia di qualche bestia pericolosa. Perrin non avrebbe saputo dire come facesse a sapere che era pericolosa, ma lo sapeva. Anche questa scomparve e un’altra apertura nera apparve in cielo. Mat era in piedi davanti a una strada che si biforcava di fronte a lui. Lanciò in aria una moneta, si incamminò in una direzione e improvvisamente stava indossando un cappello dalle falde ampie e camminava impugnando un bastone con applicato in punta un pugnale. Un’altra finestra ed Egwene e una donna con lunghi capelli bianchi lo fissarono sorprese mentre alle loro spalle la Torre Bianca crollava, pietra per pietra. Quindi scomparvero anche loro.
Perrin respirò profondamente. Ne aveva avute in precedenza, qui nel sogno di lupo e credeva che le visioni fossero in qualche modo reali, o significassero qualcosa. Qualunque cosa fossero, i lupi non le vedevano mai. Moiraine aveva suggerito che il mondo dei sogni dei lupi fosse simile a qualcosa che aveva chiamato Tel’aran’rhiod e non aveva aggiunto altro. Aveva sentito Egwene ed Elayne parlare di sogni una volta, ma Egwene sapeva già troppo di lui e dei lupi, forse quanto Moiraine. Non era qualcosa di cui poteva parlare, neanche con lei.
C’era una persona con la quale però avrebbe potuto confidarsi. Desiderava poter trovare Elyas Machera, l’uomo che lo aveva presentato ai lupi. Elyas doveva sapere. Quando pensò all’uomo, gli sembrò di sentire per un momento il proprio nome sussurrato debolmente nel vento, ma quando ascoltò, era solamente il rumore del vento. Qui c’era solo lui.
«Hopper!» gridò, poi mentalmente aggiunse, Hopper! Il lupo era morto, eppure non morto, in questo luogo. Il mondo dei sogni dei lupi era il luogo dove i lupi si recavano quando morivano, per aspettare di rinascere. Era più di quello, per i lupi; sembravano essere in qualche modo consapevoli del sogno anche nei momenti di veglia. Era quasi reale — forse altrettanto reale — come la veglia, almeno per loro. «Hopper!» Hopper! Ma Hopper non venne.
Era inutile. Si trovava lì per un motivo preciso, tanto valeva che andasse avanti. Se le cose fossero andate bene, per giungere dove aveva visto i corvi ci avrebbe impiegato ore.
Fece un passo — la terra attorno a lui divenne indistinta — e il piede ricadde vicino a un piccolo ruscello, vicino a una pianta di cicuta e un salice di montagna, con i picchi incappucciati di nuvole che dominavano la scena. Per un momento si guardò attorno stupito. Era in fondo alla valle, dal lato opposto delle Porte delle Vie. Di fatto si trovava esattamente nel punto verso il quale si voleva dirigere, il punto da dove si erano alzati in volo i corvi e la freccia che aveva ucciso il primo falco. Stava imparando qualcosa di nuovo sul mondo dei sogni dei lupi — Hopper gli aveva sempre detto che era ignorante — o stavolta era diverso?
Perrin fu più cauto con il passo seguente, ma fu solamente un passo. Non c’era traccia di arciere e corvi, nessuna piuma, nessun odore. Non era certo di cosa si aspettasse. Non ci sarebbero stati segni, a meno che non si fossero trovati anche loro nel sogno. Ma se poteva trovare i lupi nel sogno, potevano aiutarlo a trovare i fratelli e le sorelle che camminavano nel mondo e quei lupi potevano dirgli se c’era la progenie dell’Ombra sulle montagne. Forse se saliva più in alto avrebbero potuto sentirlo gridare.
Fissò lo sguardo sul picco più alto che fiancheggiava la valle, proprio sotto alle nuvole, e fece un passo. Il mondo divenne indistinto e si ritrovò sul fianco della montagna, con enormi nuvole a meno di cinque spanne. Malgrado tutto, rise. Era divertente. Da qui vedeva tutta la valle che si estendeva ai suoi piedi.
«Hopper!» nessuna risposta.
Balzò sulla montagna successiva, chiamandolo, poi su quella dopo e la seguente, a est, verso i Fiumi Gemelli. Hopper non rispose. Cosa ancora più preoccupante, Perrin non percepiva nemmeno la presenza di altri lupi. C’erano sempre lupi nel sogno dei lupi. Sempre.
Perrin si mosse veloce di picco in picco in movimenti offuscati, chiamando, cercando. Le montagne erano vuote, se non per la presenza di daini e altri animali. Però c’erano tracce occasionali di uomini. Segni antichi. Due grandi figure scolpite occupavano quasi tutto il fianco della montagna e in un altro punto delle strane lettere angolari alte due spanne erano state incise sullo strapiombo, un po’ troppo lisce e consumate. Le intemperie avevano consumato i visi delle figure e occhi meno acuti dei suoi avrebbero potuto scambiare anche le lettere per il lavoro del vento e della pioggia. Montagne e dirupi cedettero il posto alle Colline Sabbiose, grossi monti coperti di rada erba ondeggiante e cespugli resistenti che una volta erano stati la riva di un grande mare, prima della Frattura. Di colpo vide un altro uomo, sopra a una collina.