Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
L’accampamento era una distesa di tende di ogni forma, dimensione, colore e grado di usura, che quasi ricopriva un ampio pascolo circondato da alberi, a metà strada fra Tar Valon e Montedrago, all’interno di un anello di linee di cavalli e file di carri e carretti di quasi tutte le forme possibili. Oltre il limitare degli alberi si levavano pennacchi di fumo da diversi camini, ma i contadini locali se ne stavano alla larga se non per vendere uova, latte e burro, o per qualche occasione in cui qualcuno aveva bisogno di Guarigione per via di un incidente; e finora non c’era alcun segno dell’esercito che Egwene aveva portato. Gareth aveva concentrato le sue forze lungo il fiume, in parte occupando le cittadine dei ponti su entrambe le rive e distribuendo il resto in quelli che chiamava accampamenti di riserva, posti dove gli uomini potevano precipitarsi in aiuto per ricacciare indietro qualunque sortita in forze dalla città, giusto nel caso in cui si sbagliasse sul gran capitano Chubain. ‘Considera sempre la possibilità che le tue supposizioni siano sbagliate’ le aveva detto lui. Nessuno obiettava le sue disposizioni delle truppe, ovviamente, perlomeno non in generale. Parecchie Sorelle erano pronte a criticare i dettagli, ma tenere le cittadine dei ponti era l’unico modo per assediare Tar Valon, dopotutto. Via terra, almeno. Ed erano molte le Aes Sedai liete che i soldati fossero lontani dalla loro vista, se non dai loro pensieri.
Tre Custodi in mantelli cangianti giunsero a cavallo dall’accampamento mentre Egwene e le altre si avvicinavano; uno di loro era molto alto e un altro piuttosto basso, cosicché sembravano disposti a gradini. Rivolsero i loro inchini a Egwene e alle Sorelle e fecero un cenno col capo ai Custodi alle loro spalle; tutti avevano l’aria pericolosa di uomini tanto sicuri di sé da non aver bisogno di convincere nessuno della loro pericolosità, il che rendeva tutto quanto ancora più evidente. Un Custode a riposo è come un leone che sonnecchia su una collina, recitava un vecchio adagio fra le Aes Sedai. Il resto era andato perso negli anni, ma non c’era davvero bisogno di aggiungere altro. Le Sorelle non erano del tutto soddisfatte della sicurezza di un accampamento anche se era pieno di Aes Sedai, date le circostanze. I Custodi pattugliavano attentamente per miglia in ogni direzione, come leoni predatori.
Anaiya e le altre, tutte tranne Sheriam, si sparpagliarono non appena raggiunsero la prima fila di tende oltre i carri. Ognuna sarebbe andata a cercare il capo della propria Ajah, con il pretesto di riferire sulla cavalcata di Egwene fino al fiume con lord Gareth e, cosa più importante, per assicurarsi che sapesse che alcune delle Adunanti stavano parlando di negoziati con Elaida e che Egwene era stata risoluta. Sarebbe stato più semplice se lei avesse saputo l’identità di quelle donne, ma perfino i giuramenti di fedeltà non arrivavano a far rivelare tanto. Myrelle si era quasi mangiata la lingua quando Egwene l’aveva proposto. Essere catapultati in un compito senza alcun addestramento non era proprio il modo migliore per imparare, ed Egwene sapeva di avere un mare di cose da apprendere sull’essere Amyrlin. Un mare di cose da imparare e molto lavoro da fare allo stesso tempo.
«Se vuoi scusarmi, Madre,» disse Sheriam quando Beonin, l’ultima ad allontanarsi, scomparve fra le tende seguita dal suo Custode col volto sfregiato «ho uno scrittoio sommerso di carte.» La mancanza di entusiasmo nella sua voce era comprensibile. La stola della Custode degli Annali era accompagnata da pile sempre più alte di rapporti da smistare e documenti da preparare. Nonostante lo zelo per il resto della sua occupazione, che in questo caso consisteva nel far funzionare l’accampamento, in molti avevano sentito Sheriam, quando si trovava a dover affrontare l’ennesima pila di carte, bofonchiare il suo ardente desiderio di essere ancora Maestra delle Novizie.
Nondimeno, non appena Egwene le diede il permesso, spronò il suo pezzato dalle zampe nere al trotto, sparpagliando un gruppetto di operai in rozze giacche e pesanti sciarpe avvolte attorno alla testa, che portavano grossi canestri sulla schiena. Uno cadde a faccia in giù nel fango semicongelato che era considerato una strada. Il Custode di Sheriam, Arinvar, un magro cairhienese con le tempie ingrigite, si fermò il tempo necessario ad accertarsi che il tizio si stesse rialzando, poi spronò il suo baio scuro dietro di lei, lasciando l’operaio alle sue imprecazioni, la maggior parte delle quali sembravano dirette alle risate dei suoi compagni. Tutti sapevano che quando una Aes Sedai voleva andare da qualche parte, bisognava togliersi di mezzo. Quello che si riversò in strada dal canestro di quell’individuo attirò l’attenzione di Egwene e la fece rabbrividire: un grosso cumulo di farina tanto infestata da larve che pareva che le macchioline nere in movimento fossero quante i granelli di farina. Probabilmente quegli uomini stavano portando farina andata a male ai mucchi di letame. Passare al setaccio quella farina così infestata non sarebbe servito a nulla – solo qualcuno che stava morendo di fame avrebbe potuto mangiarla – ma ogni giorno erano troppi i canestri di grano e farina di cui ci si doveva disfare. Se era per quello, metà dei barili di maiale e manzo salato aperti per essere usati puzzavano talmente che non c’era altro da fare se non seppellirli. Per servitori e operai, almeno per quelli che avevano esperienza della vita in accampamento, questa non era una novità. Un po’ peggio del solito, ma niente di inaudito. Le larve potevano comparire in ogni momento, e i mercanti che cercavano di incrementare i loro profitti vendevano sempre carne marcia assieme a quella buona. Fra le Aes Sedai, però, era causa di profonda preoccupazione. Ogni barile di carne, ogni sacco di grano o di farina e qualunque cosa circondata da una Conservazione, non poteva cambiare finché il flusso non fosse stato rimosso. Ciononostante la carne marciva e gli insetti si moltiplicavano. Era più facile indurre una Sorella a fare una battuta sull’Ajah Nera piuttosto che a parlare di quello. Uno degli uomini che ridevano si accorse che Egwene li stava osservando e diede di gomito al tizio coperto di fango, che moderò il suo linguaggio, anche se non di molto. La guardò perfino in cagnesco, come se la ritenesse responsabile della sua caduta. Con il volto seminascosto dal suo cappuccio e la stola da Amyrlin ripiegata nel borsello alla cintura, parevano averla presa per una delle Ammesse, molte delle quali non avevano abbastanza abiti adatti da vestirsi sempre come avrebbero dovuto, o forse per una visitatrice. Era frequente che delle donne si introducessero nell’accampamento, spesso tenendo il volto nascosto in pubblico finché non se ne andavano di nuovo, che indossassero sete eleganti o lana consunta; e mostrare un’espressione arcigna a un’estranea o a un’Ammessa era di certo meno rischioso che rivolgerla a una Aes Sedai. Una volta tanto le pareva strano non avere tutt’attorno gente che si inchinava e faceva riverenze. Era in sella da prima dell’alba, e se un bagno caldo era fuori discussione – l’acqua doveva essere portata dai pozzi che erano stati scavati mezzo miglio a ovest dell’accampamento, cosicché tutte le Sorelle, tranne le più schizzinose o individualiste, cercavano di limitarsi – se non poteva stare a mollo per un po’, almeno le sarebbe piaciuto posare di nuovo i piedi per terra. O, ancora meglio, accomodarli su un poggiapiedi. Inoltre, rifiutare di lasciarsi toccare dal freddo non era uguale a riscaldarsi le mani davanti a un braciere confortevole. Anche il suo scrittoio sarebbe stato sommerso dalle carte. La scorsa notte aveva detto a Sheriam di darle i rapporti sullo stato delle riparazioni ai carri e sull’approvvigionamento di foraggio per i cavalli. Sarebbero stati asciutti e noiosi, ma lei controllava diversi ambiti ogni giorno, in modo da poter almeno capire se ciò che la gente le diceva era basato su fatti o desideri. E poi c’erano sempre i rapporti delle spie. Quello che le Ajah decidevano di trasmettere all’Amyrlin Seat era una lettura affascinante, quando la comparava a quello che Siuan e Leane le facevano arrivare dai loro agenti. Non che ci fossero delle contraddizioni, tuttavia quello che le Ajah sceglievano di tenere per sé poteva tracciare un quadro interessante. Le comodità e il dovere la attiravano verso il suo studio – solo una tenda come le altre, in realtà, anche se tutti la chiamavano lo Studio dell’Amyrlin – ma questa era un’opportunità per guardarsi attorno senza che ogni cosa venisse approntata in tutta fretta prima del suo arrivo. Tirando il cappuccio un po’ più avanti per nascondere meglio il suo viso, toccò leggermente i fianchi di Daishar coi talloni. C’erano poche persone a cavallo, perlopiù Custodi, anche se l’occasionale stalliere contribuiva al traffico conducendo un cavallo a un’andatura quanto più simile al trotto consentiva la melma alta fino alla caviglia, ma nessuno parve riconoscerla sul suo destriere. In contrasto con le strade quasi vuote, i passaggi ricoperti di legno – nulla più di rozze assi fissate in cima a ciocchi tagliati – si muovevano leggermente sotto il peso delle persone. I pochi uomini che punteggiavano i flussi di donne come uvetta in un dolce scadente camminavano due volte più veloce di chiunque altro. A eccezione dei Custodi, gli uomini preferivano terminare le proprie faccende tra le Aes Sedai il più velocemente possibile. Quasi tutte le donne avevano il volto nascosto, il fiato che si condensava nell’apertura dei loro cappucci; tuttavia era semplice distinguere le Aes Sedai dalle visitatoci, che i loro mantelli fossero disadorni o ricamati e rivestiti di pelliccia. Le folle si separavano di fronte a una Sorella. Chiunque altra doveva farsi strada a zig zag. Non c’erano molte Sorelle in giro in quella mattinata gelida. Molte se ne sarebbero rimaste al calduccio nelle loro tende. Da sole o a gruppi di due o tre, sarebbero state intente a leggere, scrivere lettere o interrogare le donne che facevano loro visita su qualunque informazione avessero portato. Il che poteva essere condiviso col resto dell’Ajah di una Sorella oppure no, tantomeno con chiunque altro.