L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
Né d’altra parte Elyas era più a suo agio con la loro Via della Foglia di quanto i Tuatha’an non fossero col suo sistema di vita. Aveva sempre una smorfia sulle labbra, quando aveva intorno Girovaghi. Una smorfia non proprio di condiscendenza e certo non di disprezzo; ma dava l’impressione che Elyas avrebbe preferito essere altrove, da qualsiasi parte, anziché lì. Eppure, ogni volta che Perrin parlava di andare via, Elyas lo consolava dicendo che bisognava restare, solo qualche giorno ancora.
«Avete avuto giorni duri, prima d’incontrare me» disse Elyas, la terza o quarta volta che Perrin gli domandò. «E altri più duri vi aspettano, con Trolloc e Mezzi Uomini a darvi la caccia e le Aes Sedai per amiche.» Sogghignò, con la bocca piena di torta di mele preparata da Ila. Perrin trovava ancora sconcertanti i suoi occhi gialli, anche quando Elyas sorrideva. Forse ancora di più, se sorrideva: il sorriso non arrivava mai a quegli occhi da cacciatore. Elyas era sdraiato accanto al fuoco di Raen, rifiutando come al solito di sedersi sui tronchi sistemati a questo scopo. «Non avere tanta fretta di metterti da solo nelle mani delle Aes Sedai.»
«E se i Fade ci trovano? Cosa glielo impedisce, visto che ce ne stiamo seduti in attesa? Tre lupi non possono tenerli a bada e i Girovaghi non ci saranno di nessun aiuto. Non difenderanno neppure se stessi. I Trolloc li macelleranno e sarà colpa nostra. In ogni caso, prima o poi dovremo lasciarli. Tanto vale farlo prima»
«Qualcosa mi dice di aspettare. Solo qualche giorno.»
«Qualcosa!»
«Tranquillo, ragazzo. Prendi la vita come viene. Scappa quando è ora, combatti all’occorrenza, riposa quando puoi.»
«Cosa significa, qualcosa?»
«Mangia una fetta di torta. Ila non mi ha in simpatia, ma certo mi tratta bene, quando sono in visita. C’è sempre del buon cibo negli accampamenti dei Girovaghi.»
«Quale “qualcosa"? Se sai cose che ci tieni nascoste...»
Elyas guardò, accigliato, la fetta di torta; la posò e si pulì le dita. «Qualcosa» dichiarò infine, con una scrollata di spalle, come se neppure lui capisse bene. «Qualcosa mi dice che è importante aspettare. Ancora qualche giorno. Non ho spesso sensazioni del genere, ma quando mi succede, ho imparato a fidarmene. In passato mi hanno salvato la vita. Stavolta è diverso, ma è importante. Senza ombra di dubbio. Se vuoi riprendere a scappare, scappa. Io no.»
E non diceva altro, per quante volte Perrin domandasse. Se ne stava sdraiato, parlava con Raen, si rimpinzava, dormicchiava col berretto sugli occhi, si rifiutava di parlare di congedo. Qualcosa gli diceva d’aspettare. Qualcosa gli diceva che era importante. Avrebbe saputo quand’era il momento di partire. Prendi una fetta di torta, ragazzo. Non ti agitare. Assaggia questo stufato. Stai tranquillo.
Perrin non riusciva a stare tranquillo. Di sera girava, preoccupato, fra i carrozzoni variopinti, più che altro perché nessuno pareva trovare motivo di preoccupazione. I Tuatha’an cantavano e ballavano, cucinavano e cenavano intorno ai fuochi — frutta e noci, bacche e verdure: niente carne — e si occupavano di mille faccende domestiche come se non avessero nessuna preoccupazione al mondo. I bambini correvano, giocavano a nascondino fra i carrozzoni, si arrampicavano sugli alberi intorno al campo, ridevano e si rotolavano per terra insieme con i cani. Nessuna preoccupazione al mondo, per nessuno.
Guardandoli, Perrin si sentiva prudere dalla voglia di andare via. Prima di attirare su quella gente i cacciatori. I Girovaghi li avevano accolti con amicizia e loro ripagavano tanta gentilezza mettendoli in pericolo. I Girovaghi, almeno, avevano ragione d’essere spensierati. Nessuno li inseguiva. Ma loro due...
Era difficile scambiare qualche parola con Egwene. O parlava con Ila, testa a testa, in un modo che lasciava chiaramente intendere che gli uomini non erano benvenuti, oppure ballava con Aram, volteggiando alla musica dei flauti e dei violini e dei tamburelli, alle musiche che i Tuatha’an avevano raccolto in tutto il mondo. I Girovaghi conoscevano molte canzoni: Perrin ne riconobbe alcune, anche se spesso avevano un titolo diverso. “Tre ragazze nel prato", per esempio, i Calderai la chiamavano “Belle ragazze danzanti"; e dicevano che “Il vento del settentrione” si chiamava “Cade la fitta pioggia” in alcuni paesi e “Il rifugio di Berin” in altri. Quando chiese, senza pensarci, di ascoltare “Il calderaio ha le mie pentole", si tennero la pancia dalle risate. La conoscevano, ma col titolo “Scuoti le piume".
Solo la seconda sera Perrin vide delle donne ballare al ritmo delle canzoni lente. I fuochi cominciavano a spegnersi, la notte si stringeva intorno ai carrozzoni e le dita battevano sui tamburelli un ritmo lento. Prima un tamburello, poi un altro, finché tutti i tamburelli del campo tennero lo stesso ritmo basso e insistente. Non c’era altra musica. Una ragazza in veste rossa cominciò a ondeggiare nel cerchio di luce, allentandosi lo scialle. Aveva fra i capelli fili di perline e si era tolta le scarpe. Il basso lamento d’un flauto iniziò la melodia. La ragazza cominciò a muovere i fianchi: a braccia tese, allargò dietro di sé lo scialle e con i piedi seguì il ritmo dei tamburelli. Fissò Perrin, con un sorriso lento quanto la danza. Descrisse piccoli cerchi e continuò a sorridergli da sopra la spalla.
Perrin deglutì con forza. Si sentiva accaldato in viso, ma non per il fuoco. Un’altra ragazza si unì alla prima: la frangia degli scialli si agitava a tempo con i tamburelli e con il lento ondeggiare dei fianchi. Tutt’e due sorrisero a Perrin: lui si schiarì la gola, ma non osava guardarsi intorno; era rosso come un peperone e avrebbe giurato che chi non guardava le ballerine, di sicuro rideva di lui.
Con la massima noncuranza si lasciò scivolare dal tronco, come se volesse solo mettersi comodo, e distolse lo sguardo dal fuoco e dalle ballerine. Non c’era niente del genere, a Emond’s Field. Ballare con le ragazze, nei giorni di festa, al Parco, non era nemmeno paragonabile a questa esperienza. Una volta tanto Perrin si augurò che il vento aumentasse e gli facesse sbollire gli ardenti spiriti.
Le ragazze entrarono di nuovo nel suo campo visivo, e stavolta erano tre. Una gli strizzò l’occhio maliziosamente. Perrin non seppe più dove guardare.
Le ragazze risero piano e Perrin divenne ancora più rosso. Poi un’altra, di qualche anno più anziana, si unì alle tre per dare dimostrazione. Con un gemito, Perrin cedette del tutto e chiuse gli occhi. Ma le risate continuavano a stuzzicarlo. Aveva la fronte imperlate di sudore. Almeno si fosse alzato un po’ di vento!
Secondo Raen, le ragazze non danzavano spesso quel ballo, e le donne quasi mai; secondo Elyas, fu proprio perché Perrin arrossiva, che lo danzarono tutte le sere, da quella in poi.
«Devo ringraziarti» gli disse Elyas, in tono solenne. «Per voi giovani è diverso, ma alla mia età ci va più d’un fuoco, per scaldare le ossa.» Perrin si accigliò: qualcosa, in Elyas, gli diceva che tra sé stava ridendo.
Ben presto Perrin imparò a non distogliere lo sguardo dalle ragazze che ballavano, nonostante gli ammiccamenti e i sorrisini. Una, forse, l’avrebbe sopportata; ma cinque o sei, mentre tutti guardavano... Non riuscì mai a vincere del tutto il rossore.
Poi Egwene cominciò a imparare quel ballo. Due delle ragazze glielo insegnarono, battendo a tempo le mani, mentre lei ripeteva i passi, agitando dietro la schiena uno scialle preso in prestito. Perrin aprì la bocca per dire qualcosa, poi decise che era meglio farne a meno. Quando le ragazze arrivarono al movimento dei fianchi, Egwene iniziò a ridere e tutt’e tre si abbracciarono sghignazzando scioccamente. Ma Egwene perseverò, con occhi scintillanti e guance arrossate.
Aram la osservò ballare, con aria famelica. Le aveva regalato una collana di perline azzurre, che Egwene portava sempre. Adesso rughe di preoccupazione avevano sostituito i sorrisi con cui Ila guardava l’interesse del nipote per Egwene. Perrin decise di tenere d’occhio il giovane Aram.
Una volta riuscì a trovarsi faccia a faccia con Egwene, accanto a un carrozzone dipinto di verde e di giallo. «Ti diverti, eh?» le disse.