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Le Torri di Mezzanotte

Электронная книга - «Le Torri di Mezzanotte». Краткое содержание книги:

Аннотация

Rand al’Thor, il Drago Rinato, si è confrontato con sé stesso, comprendendo finalmente il suo ruolo nello scontro finale con il Tenebroso. Ora tutto ciò che gli resta da fare prima dell’ultima Battaglia è riparare quanti più danni possibile nel mondo per poi radunare le truppe.
Anche Perrin sta cercando di ricongiungersi con lui, ma sulla sua strada si frappongono ostacoli provenienti dal suo passato, e per superarli dovrà innanzitutto trovare la pace con il lupo dentro di lui. E mentre Egwene, ormai stabilmente Amyrlin Seat, deve confrontarsi con Mesaana, una dei Reietti che da tempo si nasconde all’interno della Torre Bianca, Elayne sta consolidando il suo potere nell’Andor. È qui che arriva Mat, con la sua Banda della Mano Rossa, costretto da un giuramento ad attendere a Caemlyn prima di imbarcarsi in un’impresa impossibile per salvare una persona che tutti credevano morta. Dopo tante peripezie, tutti i protagonisti si ricongiungeranno per affrontare Tarmon Gai’don. Il penultimo episodio di un ciclo che con la sua potente ed essenziale visione del Bene e del Male ha appassionato milioni di lettori.
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Ituralde fece scivolare la sua spada nel fodero e strappò via il giavellotto dal collo di Dawnweave. Sostenendosi con quello, riuscì a mettersi in piedi. Un cavaliere si staccò dalla truppa saldeana e trotterellò verso di lui, un uomo con un volto magro, il naso adunco e un paio di nere sopracciglia cespugliose. Portava una barba corta e spuntata, e sollevò una spada ricoperta di sangue verso Ituralde. «Tu vivi.»

«Proprio così» disse Ituralde mentre le sue due guardie arrivavano. «Tu comandi questa armata?»

«Per ora» disse l’uomo. «Sono Yoeli. Puoi cavalcare?»

«Meglio che restare qui.»

Yoeli allungò una mano e tirò Ituralde in sella dietro di lui. La gamba di Ituralde protestò con una vampata di dolore, ma non c’era tempo per aspettare una barella.

Altri due cavalieri fecero montare sulle loro selle le guardie di Ituralde e presto i tre stavano cavalcando al galoppo verso la città.

«Che siate benedetti» disse Ituralde. «Vi ci è voluto parecchio, però.»

«Lo so.» La voce di Yoeli suonava stranamente cupa. «Spero che tu valga questo, invasore, poiché le mie azioni quest’oggi probabilmente mi costeranno la vita.»

«Cosa?»

L’uomo non replicò. Si limitò a portare Ituralde su zoccoli tonanti al sicuro nella città... sempre che si potesse considerare sicura, considerando che adesso era assediata da un esercito di diverse centinaia di migliaia di Progenie dell’Ombra.

Morgase uscì fuori dall’accampamento. Nessuno la fermò, anche se qualcuno le rivolse delle strane occhiate. Superò il margine boscoso a nord. Gli alberi erano nodoquerce, distanziati per lasciare spazio ai loro grandi rami estesi. Lei si mosse sotto di essi, inalando a fondo l’aria umida.

Gaebril era stato uno dei Reietti.

Alla fine trovò un luogo dove un torrentello montano riempiva una fenditura tra due rocce e creava una polla limpida e immobile. Le alte rocce attorno a essa si assiepavano come un antico trono spezzato costruito per un gigante alto quindici spanne.

Gli alberi sopra di lei erano frondosi, anche se molti parevano malaticci. Un banco di nubi più rade venne soffiato via, permettendo a dita di luce solare di arrivare laggiù dal cielo coperto. Quella luce frammentaria brillò in raggi attraverso l’acqua limpida, creando chiazze luminose sul fondo della polla. Dei pesciolini guizzarono fra quelle chiazze, come esaminando la luce.

Morgase girò attorno alla polla, poi si sistemò in cima a un macigno piatto. Poteva sentire i suoni dell’accampamento in lontananza. Gente che chiamava, pali che venivano conficcati nel terreno, carretti che sbatacchiavano sui sentieri.

Morgase fissò dentro la polla. C’era qualcosa di più odioso di essere resi una pedina di qualcun altro? Di essere costretti a danzare legati ai suoi fili come una marionetta? Quando era giovane, si era abituata a inchinarsi davanti ai capricci degli altri. Quello era stato l’unico modo in cui aveva potuto stabilizzare il suo governo.

Taringail aveva cercato di manipolarla. Per la verità, c’era riuscito buona parte del tempo. C’erano stati anche altri. Così tanti che l’avevano spinta da questa o da quella parte. Lei aveva passato dieci anni ad assecondare qualunque fazione fosse la più forte. Alla fine era stata in grado di portare avanti le proprie manovre. Quando Taringail era morto durante una caccia, molti avevano sussurrato che la sua scomparsa l’aveva liberata, ma quelli vicini a lei avevano saputo che lei aveva già compiuto grandi passi per comprometterne l’autorità.

Riusciva a ricordare il giorno stesso in cui aveva cacciato via gli ultimi di quelli che avevano presunto di essere il vero potere dietro il trono. Nel suo cuore quello era il giorno in cui era diventata davvero regina. Aveva giurato che non avrebbe mai permesso a nessun altro di manipolarla ancora.

E poi, anni dopo, era arrivato Gaebril. Dopo quello, Valda, che era stato peggio. Almeno con Gaebril non si era resa conto di cosa stava accadendo. Quello aveva anestetizzato le ferite.

Un rumore di passi su ramoscelli caduti annunciò una visita. La luce da sopra si affievolì e le nubi più rade procedettero. I raggi di luce svanirono e i pesciolini si sparpagliarono.

I passi si fermarono accanto alla sua pietra. «Me ne vado» disse la voce di Tallanvor. «Aybara ha dato il permesso ai suoi Asha’man di creare passaggi, iniziando con alcune delle città distanti. Andrò a Tear. Gira voce che lì ci sia di nuovo un re. Sta radunando un esercito per combattere nell’Ultima Battaglia. Voglio essere con loro.»

Morgase alzò lo sguardo, fissando davanti attraverso gli alberi. Non era davvero una foresta. «Dicono che sei stato determinato quanto Occhidoro» disse lei piano. «Che non ti riposavi, che ti prendevi a malapena il tempo per mangiare, che trascorrevi ogni momento cercando un modo per liberarmi.»

Tallanvor non disse nulla.

«Non ho mai avuto un uomo che facesse questo per me» continuò lei. «Taringail mi vedeva come una pedina, Thom come una bellezza da cacciare e sedurre, e Gareth come una regina da servire. Ma nessuno di loro ha fatto di me la sua intera vita, il suo cuore. Penso che Thom e Gareth mi amassero, ma come una cosa da tenere con sé e a cui badare, e poi lasciarla andare. Non penso che tu mi avresti mai lasciata andare.»

«Non lo farò» disse Tallanvor piano.

«Vai a Tear. Eppure hai detto che non te ne saresti mai andato.»

«Il mio cuore resta qui» disse lui. «So bene cosa vuol dire amare da lontano, Morgase. L’ho fatto per anni prima che questo folle viaggio cominciasse, e lo farò per anni ancora. Il mio cuore è un traditore. Forse qualche Trolloc mi farà un favore e me lo strapperà dal petto.»

«Così amaro» sussurrò lei.

«Hai messo ampiamente in chiaro che le mie attenzioni sono indesiderate. Una regina e un semplice uomo della Guardia. Pura follia.»

«Non più una regina» disse lei.

«Non di nome, Morgase. Solo negli atteggiamenti.»

Una foglia cadde da sopra e finì nella polla. Con il margine lobato e un verde brillante, avrebbe dovuto poter vivere ancora a lungo.

«Sai qual è la parte peggiore di questo?» chiese Tallanvor. «E la speranza. La speranza che mi permetto di provare. Viaggiare con te, proteggerti... pensavo che forse avresti capito. Che forse te ne sarebbe importato. E ti saresti dimenticata di lui

«Lui?»

«Gaebril» sbottò Tallanvor. «Riesco a vedere che pensi ancora a lui. Perfino dopo tutto quello che ti ha fatto. Io lascio il mio cuore qui, ma tu hai lasciato il tuo a Caemlyn.» Con la coda dell’occhio, lei poté vederlo voltarsi. «Qualunque cosa tu abbia visto in lui, io non ce l’ho. Sono solo un semplice, comune, idiota uomo della guardia che non sa dire le parole giuste. Tu ti struggevi per Gaebril e lui non faceva altro che ignorarti. È questo l’amore. Dannate ceneri, io ho fatto proprio la stessa cosa con te.»

Lei non disse nulla.

«Bene,» proseguì lui «ecco perché devo andare. Ora sei al sicuro e questo è tutto ciò che importa. La Luce mi aiuti, ma è tutto quello che ancora mi importa!»

Fece per allontanarsi, i suoi piedi che calpestavano i rametti.

«Gaebril era uno dei Reietti» disse lei.

Lo scrocchiare di ramoscelli si interruppe.

«In realtà era Rahvin» continuò lei. «Ha preso il controllo dell’Andor tramite l’uso dell’Unico Potere, costringendo la gente a fare come diceva.»

Tallanvor sibilò, i rametti che riprendevano a scrocchiare mentre si riaffrettava verso di lei. «Ne sei sicura?»

«Sicura? No. Ma ha senso. Non possiamo ignorare quello che sta succedendo nel mondo, Tallanvor. Il tempo, il modo in cui il cibo si guasta in un attimo, i movimenti di questo Rand al’Thor. Non è un falso Drago. I Reietti devono essere di nuovo in libertà.

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