Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Il volto di Marsh si indurì. «Andate avanti.»
«Una volta, vi ho detto che pensavo che Julian fosse pazzo.»
«Sì, ricordo.»
«Pazzo, avventato e in cerca della morte. E lo ha ben dimostrato. Oh, sì. Lo ha dimostrato. Quando salii sul ponte, il battello era immerso in una calma mortale. Né suoni, né movimenti, tranne quello dell’acqua del fiume che scorreva. Mi aggirai per la nave, indisturbato.» I suoi occhi erano fissi su Abner Marsh, ma avevano uno sguardo sfocato, come se stessero guardando qualcos’altro, qualcosa che avrebbero visto per sempre. York si fermò.
«Ditemi, Joshua.»
La bocca di York si fece sottile. «Era diventato un macello, Abner.» Fece una breve pausa dopo quella semplice frase, prima di continuare. «C’erano cadaveri dappertutto. Dappertutto. E non integri, no. Attraversai il ponte di comando, e trovai i cadaveri… tra il carico e dietro i motori. C’erano… braccia, gambe, e altre parti del corpo. Strappati. Squarciati. Gli schiavi, i magazzinieri che Billy aveva comprato, molti di loro erano ancora in manette, morti, con le gole tagliate. L’ufficiale di macchina era stato appeso a testa in giù sul cilindro, ed era stato ferito in modo che… il suo sangue colasse…come se avesse potuto prendere il posto dell’olio.» Joshua scosse cupamente la testa. «Il numero dei morti, Abner. Non potete immaginarlo. E il modo in cui erano stati trucidati, le mutilazioni grottesche. La nebbia aveva invaso la nave, cosicché non potevo vederla subito nella sua interezza. Camminavo, mi aggiravo, e quelle cose mi apparivano davanti all’improvviso dove, un istante prima, non c’erano altro che vaghe ombre e un danzante velo di nebbia. E io osservavo qualunque nuova terribile visione che la nebbia mi aveva celato, e poi mi muovevo, e solo dopo due o tre passi, il vapore si dissolveva di nuovo per rivelare qualcosa di ancora più orribile.
«Finalmente, disgustato e colmo di una rabbia che mi bruciava dentro come febbre, raggiunsi la grande scalinata che conduceva al ponte superiore. Il salone… era lo stesso. Cadaveri e pezzi di essi. Era stato versato così tanto sangue che i tappeti ne erano ancora inzuppati. Dappertutto, osservai segni di lotta. Dozzine di specchi erano ridotti in frantumi, tre o quattro porte delle cabine erano state divelte, i tavoli erano rovesciati. Su di un tavolo, c’era ancora una testa umana su un piatto d’argento. Non ho mai provato un orrore simile a quello di attraversare quel salone, quegli orribili novanta metri. Nulla si muoveva nell’oscurità, nella nebbia. Non vi era alcun essere vivente. Andavo avanti e indietro senza sosta, senza sapere cosa fare. Mi fermai davanti al refrigeratore. Quel grande refrigeratore ornamentale, d’argento, che avevate fatto istallare all’estremità anteriore del salone. Avevo la gola secca. Afferrai una delle coppe d’argento e girai la chiave del rubinetto. L’acqua… l’acqua fluì lentamente, Abner. Molto lentamente. Perfino nell’oscurità del salone, mi accorsi che era nera e viscosa. Mezza… coagulata.
«Rimasi con la coppa in mano, il mio sguardo divenne assente, e il mio naso fu sopraffatto…dall’odore, non ho ancora menzionato la cosa, l’odore era terribile, era… potete immaginarlo, ne sono certo. Restai immobile al centro di quell’orrore, osservando quel rivolo che scendeva con lentezza agonizzante dal refrigeratore. Mi sentii soffocare. Il mio orrore, la mia rabbia… li sentii crescere dentro di me. Scagliai la coppa attraverso il salone e urlai.
«Poi, sentii dei rumori. Bisbigli, scalpicii, preghiere, pianti, minacce. Voci, Abner, voci di esseri viventi. Mi guardai intorno, ancora più disgustato, più adirato. Le porte di almeno una dozzina di cabine erano state inchiodate, e i loro occupanti imprigionati in esse. In attesa, lo sapevo, di quella notte o della notte successiva. La dispensa vivente di Julian. Cominciai a tremare. Mi avvicinai alla porta più vicina e cominciai a schiodare le assi che la tenevano chiusa. Vennero via con un sonoro scricchiolio, quasi come un grido di agonia. Stavo ancora lavorando su quella porta quando mi disse, “Caro Joshua, devi fermarti. Caro, perduto Joshua, ritorna da noi.”
«Quando mi voltai, erano lì. Julian mi sorrideva, Billy la Serpe era al suo fianco, e gli altri, tutti gli altri, perfino la mia gente, Simon, Smith e Brown, tutti quelli che erano rimasti… mi stavano guardando. Urlai contro di loro, selvaggiamente, incoerentemente. Era la mia gente, eppure loro avevano fatto questo, Abner. Ero talmente colmo d’odio…
«Più tardi, alcuni giorni dopo, mi raccontarono tutta la storia, e appresi la profondità della follia di Julian. Forse fu colpa mia, in un certo senso. Salvando Toby, il signor Framm e voi, provocai la morte di più di cento passeggeri innocenti.»
Abner Marsh sbuffò. «No,» disse. «Qualunque cosa sia accaduta, è stato Julian a volerla, e lui deve rispondere di essa. Voi non vi trovavate nemmeno là, perciò non biasimatevi, capito?»
I grigi occhi di Joshua erano turbati. «Così ho ripetuto molte volte a me stesso,» disse. «Ma lasciatemi terminare la mia storia. Ecco cosa era accaduto — Julian si svegliò quella notte e scoprì che eravamo scappati. Era furioso. Imbestialito. Di più — quelle parole suonano troppo inadeguate per descrivere quella che deve essere stata la sua rabbia. Forse fu la Sete a svegliarsi in lui, dopo tutti quei secoli. Inoltre, dovette sembrargli come se la distruzione fosse vicina. Tutti i piloti se n’erano andati. Il battello non poteva muoversi senza un pilota. E doveva sapere che voi intendevate ritornare, per attaccarlo di giorno e distruggerlo. Invece, non poteva certo immaginare che io sarei tornato indietro, per salvarli. Senza dubbio il mio tradimento e la diserzione di Valerie lo avevano riempito di paura, di incertezza riguardo al futuro. Aveva perso il controllo. Era stato il Signore del sangue, eppure noi avevamo agito contro di lui. In tutta la storia del popolo della notte, non era mai accaduto prima. Io credo che, durante quella terribile notte, Damon Julian credette di vedere la morte che, nello stesso tempo, desiderava e temeva.
«Billy la Serpe, lo appresi dopo, insisteva affinché essi raggiungessero la terra ferma, si separassero, viaggiassero via terra separatamente e si incontrassero a Natchez o New Orleans o da qualche altra parte. Questa sarebbe stata un’idea sensata. Ma Julian non ragionava più. Era appena entrato nel salone, con la follia che gli ribolliva negli occhi, quando un passeggero gli si avvicinò e si lamentò del ritardo che portava il battello, che non si era mosso per tutto il giorno. “Ah,” disse Julian, “allora dobbiamo muoverci immediatamente.” Fece allontanare il battello ulteriormente dalla riva, in modo che nessuno potesse raggiungerla. Dopodiché, ritornò nel salone, dove i passegeri stavano cenando, e si avvicinò all’uomo che si era lamentato. Lo uccise, davanti a tutti.
«Poi, iniziò la carneficina. Naturalmente, la gente urlò, fuggì, si nascose, si rinchiuse nelle cabine. Ma non c’era scampo. E Julian utilizzò il suo potere, utilizzò la sua voce, i suoi occhi, e spinse gli altri ad uccidere. Credo che il Fevre Dream, quella notte ospitasse a bordo circa centotrenta passeggeri, contro circa venti della mia gente, alcuni spinti dalla Sete, altri da Julian. Ma la Sete può essere terribile, in un momento del genere. Come una febbre che l’uno può mischiare all’altro, finché tutti bruciano di essa. E Billy la Serpe aveva anche gli uomini che aveva assoldato a Natchez-sotto-la-collina che lo assistettero nella lotta. Raccontò loro che faceva parte del piano derubare e uccidere i passeggeri, e che avrebbero condiviso il bottino. Quando poi la mia gente si volse contro di loro, era ormai troppo tardi.
«Tutto accadde mentre io e voi parlavamo quell’ultima notte in cui ci siamo visti, Abner. Le urla, la carneficina, l’ultimo colpo di coda, mortale e selvaggio, di Julian. Ma non andò tutto come voleva lui. I passeggeri reagirono. Mi hanno detto che quasi tutti quelli della mia gente furono feriti, anche se, naturalmente, le ferite guarirono. Vincent Thibaut ebbe un occhio trapassato da un proiettile e morì. Katherine fu afferrata da due fuochisti e gettata in una fornace. Morì bruciata, prima che Kurt e Alain potessero intervenire. Così, due della mia gente trovarono la morte. Due di noi, contro un centinaio dei vostri. I sopravvissuti furono rinchiusi nelle loro cabine…