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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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E così ebbe effetto il lodo di Donato, nel quale n'avevano fatto compromesso d'accordo ambe le parti. Questa opera posa assai bene e ha buona grazia e vivezza nella testa; i panni non sono crudi e non sono se non bene indosso alla figura accommodati. Sotto questa nicchia sono in un'altra quattro Santi di marmo, i quali furono fatti fare al medesimo Nanni dall'Arte de' Fabbri, Legnaiuoli e Muratori; e si dice che, avendoli finiti tutti tondi e spiccati l'uno dall'altro e murata la nicchia, che a mala fatica non ve ne entravano dentro se non tre, avendo egli nell'attitudini loro ad alcuni aperte le braccia, e che disperato e malcontento, pregò Donato che volesse col consiglio suo riparare alla disgrazia e poca avvertenza sua, e che Donato ridendosi del caso disse: "Se tu prometti di pagare una cena a me et a tutti i miei giovani di bottega, mi dà il cuore di fare entrare i Santi nella nicchia senza fastidio nessuno". Il che avendo Nanni promesso di fare ben volentieri, Donato lo mandò a pigliare certe misure a Prato et a fare alcuni altri negozii di pochi giorni. E così essendo Nanni partito, Donato con tutti i suoi discepoli e garzoni andatosene al lavoro, scantonò a quelle statue, a che le spalle et a chi le braccia talmente, che facendo luogo l'una all'altra le accostò insieme, facendo apparire una mano sopra le spalle di una di loro. E così il giudizio di Donato avendole unitamente commesse, ricoperse di maniera l'errore di Nanni che, murate ancora in quel luogo, mostrano indizii manifestissimi di concordia e di fratellanza; e chi non sa la cosa non si accorge di quello errore. Nanni, trovato nel suo ritorno che Donato aveva corretto il tutto e rimediato a ogni disordine, gli rendette grazie infinite, et a lui e suoi creati pagò la cena di bonissima voglia. Sotto i piedi di questi quattro santi, nell'ornamento del tabernacolo, è nel marmo di mezzo rilievo una storia, dove uno scultore fa un fanciullo molto pronto et un maestro che mura con due che l'aiutano; e queste tutte figurine si veggiono molto ben disposte et attente a quello che fanno.

Nella faccia di S. Maria del Fiore è di mano del medesimo, dalla banda sinistra, entrando in chiesa per la porta del mezzo, uno evangelista che, secondo que' tempi, è ragionevole figura. Stimasi che il Santo Lò, che è intorno al detto oratorio d'Or San Michele, stato fatto fare dall'Arte de' Maniscalchi, sia di mano del medesimo Nanni, e così il tabernacolo di marmo, nel basamento del quale è da basso in una storia S. Lò maniscalco che ferra un cavallo indemoniato, tanto ben fatto che ne meritò Nanni molta lode. Ma in altre opere l'averebbe molto maggiore meritata e conseguita, se non si fusse morto, come fece, giovane. Fu nondimeno per queste poche opere tenuto Nanni ragionevole scultore; e perché era cittadino ottenne molti uffici nella sua patria Fiorenza, e perché in quelli et in tutti gl'altri affari si portò come giusto uomo e ragionevole, fu molto amato. Morì di mal di fianco l'anno 1430, e di sua età XLVII.

FINE DELLA VITA DI NANNI D'ANTONIO DI BANCO

VITA DI LUCA DELLA ROBBIA SCULTORE

Nacque Luca della Robbia scultore fiorentino l'anno 1388 nelle case de' suoi antichi, che sono sotto la chiesa di S. Bernaba in Fiorenza, e fu in quelle alevato costumatamente insino a che non pure leggere e scrivere, ma far di conto ebbe, secondo il costume de' più de' Fiorentini, per quanto gli faceva bisogno, apparato. E dopo fu dal padre messo a imparare l'arte dell'orefice con Lionardo di ser Giovanni tenuto allora in Fiorenza il miglior maestro che fusse di quell'arte. Sotto costui adunque avendo imparato Luca a disegnare et a lavorare di cera, cresciutogli l'animo si diede a fare alcune cose di marmo e di bronzo; le quali, essendogli riuscite assai bene, furono cagione che, abbandonato del tutto il mestier dell'orefice, egli si diede di maniera alla scultura, che mai faceva altro che tutto il giorno scarpellare e la notte disegnare; e ciò fece con tanto studio, che molte volte, sentendosi di notte aghiadare i piedi, per non partirsi dal disegno, si mise per riscaldargli a tenerli in una cesta di bruscioli, cioè di quelle piallature che i lignaiuoli levano dall'asse quando con la pialla le lavorano. Né io di ciò mi maraviglio punto, essendo che niuno mai divenne in qualsivoglia esercizio eccellente, il quale e caldo e gelo e fame e sete et altri disagi non cominciasse ancor fanciullo a sopportare, laonde sono coloro del tutto ingannati, i quali si avisano di potere negl'agi e con tutti i commodi del mondo ad onorati gradi pervenire; non dormendo, ma vegghiando e studiando continuamente s'acquista. Aveva a malapena quindici anni Luca, quando, insieme con altri giovani scultori, fu condotto in Arimini, per fare alcune figure et altri ornamenti di marmo a Sigismondo di Pandolfo Malatesti signore di quella città, il quale allora nella chiesa di S. Francesco faceva fare una capella, e per la moglie sua, già morta, una sepoltura; nella quale opera diede onorato saggio del saper suo Luca in alcuni bassi rilievi che ancora vi si veggiono, prima che fusse dagl'Operai di S. Maria del Fiore richiamato a Firenze, dove fece, per lo campanile di quella chiesa, cinque storiette di marmo, che sono da quella parte che è verso la chiesa, le quali mancavano, secondo il disegno di Giotto, a canto a quelle dove sono le scienze et arti, che già fece, come si è detto, Andrea Pisano. Nella prima Luca fece Donato che insegna la gramatica; nella seconda Platone et Aristotile per la filosofia; nella terza uno che suona un liuto, per la musica; nella quarta un Tolomeo per l'astrologia e nella quinta Euclide per la geometria; le quali storie per pulitezza, grazia e disegno avanzarono d'assai le due fatte da Giotto, come si disse, dove in una per la pittura Apelle dipigne e nell'altra Fidia per la scultura lavora con lo scarpello. Per lo che i detti Operai, che oltre ai meriti di Luca furono a ciò fare persuasi da Messer Vieri de' Medici, allora gran cittadino popolare, il quale molto amava Luca, gli diedero a fare l'anno 1405 l'ornamento di marmo dell'organo che grandissimo faceva allora far l'Opera, per metterlo sopra la porta della sagrestia di detto tempio. Della quale opera fece Luca nel basamento in alcune storie, i cori della musica che in varii modi cantano; e vi mise tanto studio e così bene gli riuscì quel lavoro, che, ancora che sia alto da terra sedici braccia, si scorge il gonfiare delle gole di chi canta, il battere delle mani da chi regge la musica in sulle spalle de' minori, et insomma diverse maniere di suoni, canti, balli et altre azzioni piacevoli che porge il diletto della musica. Sopra il cornicione poi di questo ornamento, fece Luca due figure di metallo dorate, cioè due Angeli nudi, condotti molto pulitamente, sì come è tutta l'opera, che fu tenuta cosa rara; se bene Donatello, che poi fece l'ornamento dell'altro organo che è dirimpetto a questo, fece il suo con molto più giudizio e pratica che non aveva fatto Luca, come si dirà al luogo suo, per avere egli quell'opera condotta quasi tutta in bozze e non finita pulitamente, acciò che apparisse di lontano assai meglio, come fa, che quella di Luca, la quale, se bene è fatta con buon disegno e diligenza, ella fa nondimeno con la sua pulitezza e finimento, che l'occhio per la lontananza la perde e non la scorge bene come si fa quella di Donato, quasi solamente abbozzata. Alla quale cosa deono molto avere avvertenza gl'artefici perciò che la sperienza fa conoscere che tutte le cose che vanno lontane, o siano pitture o siano sculture o qualsivoglia altra somigliante cosa, hanno più fierezza e maggior forza se sono una bella bozza che se sono finite; et oltre che la lontananza fa questo effetto, pare anco che nelle bozze molte volte, nascendo in un subito dal furore dell'arte, si sprima il suo concetto in pochi colpi, e che per contrario lo stento e la troppa diligenza alcuna fiata toglia la forza et il sapere a coloro che non sanno mai levare le mani dall'opera che fanno. E chi sa che l'arti del disegno, per non dir la pittura solamente, sono alla poesia simili, sa ancora che come le poesie dettate dal furore poetico sono le vere e le buone e migliori che le stentate, così l'opere degli uomini eccellenti nell'arti del disegno sono migliori quando sono fatte a un tratto dalla forza di quel furore, che quando si vanno ghiribizzando a poco a poco con istento e con fatica; e chi ha da principio, come si dee avere, nella idea quello che vuol fare, camina sempre risoluto alla perfezzione con molta agevolezza. Tuttavia, perché gl'ingegni non sono tutti d'una stampa, sono alcuni ancora, ma rari, che non fanno bene se non adagio, e per tacere de' pittori, fra i poeti si dice che il reverendissimo e dottissimo Bembo penò tallora a fare un sonetto molti mesi e forse anni, se a coloro si può creder che l'affermano; il che non è gran fatto che avvenga alcuna volta ad alcuni uomini delle nostre arti; ma per lo più è la regola in contrario, come si è detto di sopra; come che il volgo migliore giudichi una certa delicatezza esteriore et apparente, che poi manca nelle cose essenziali, ricoperte dalla diligenza che il buono fatto con ragione e giudizio, ma non così di fuori ripulito e lisciato.

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