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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Rimase, dopo Luca, Ottaviano et Agostino suoi fratelli e d'Agostino nacque un altro Luca, che fu ne' suoi tempi litteratissimo. Agostino dunque, seguitando dopo Luca l'arte, fece in Perugia l'anno 1461 la facciata di S. Bernardino e dentrovi tre storie di basso rilievo e quattro figure tonde molto ben condotte e con delicata maniera. Et in questa opera pose il suo nome con queste parole: Augustini florentini lapicidae.

Della medesima famiglia, Andrea nipote di Luca lavorò di marmo benissimo, come si vede nella capella di S. Maria delle Grazie fuor d'Arezzo, dove per la comunità fece in un grande ornamento di marmo molte figurette e tonde e di mezzo rilievo, in un ornamento, dico, a una Vergine di mano di Parri di Spinello Aretino. Il medesimo fece di terra cotta, in quella città, la tavola della capella di Puccio di Magio in S. Francesco, e quella della Circoncisione per la famiglia de' Bacci. Similmente in S. Maria in Grado è di sua mano una tavola bellissima con molte figure, e nella compagnia della Trinità, all'altar maggiore, è di sua mano, in una tavola, un Dio Padre che sostiene con le braccia Cristo crucifisso circondato da una moltitudine d'angeli, e da basso San Donato e S. Bernardo ginocchioni. Similmente nella chiesa et in altri luoghi del Sasso della Vernia fece molte tavole che si sono mantenute in quel luogo deserto, dove niuna pittura, né anche pochissimi anni si sarebbe conservata. Lo stesso Andrea lavorò in Fiorenza tutte le figure che sono nella loggia dello spedale di S. Paulo, di terra invetriata, che sono assai buone, e similmente i putti, che fasciati e nudi sono fra un arco e l'altro ne' tondi della loggia dello spedale degl'Innocenti, i quali tutti sono veramente mirabili e mostrano la gran virtù et arte d'Andrea; senza molte altre, anzi infinite, opere che fece nello spazio della sua vita, che gli durò anni ottantaquattro. Morì Andrea l'anno 1528 et io, essendo ancor fanciullo, parlando con esso lui gli udii dire, anzi gloriarsi, d'essersi trovato a portar Donato alla sepoltura; e mi ricorda che quel buon vecchio di ciò ragionando n'aveva vanagloria.

Ma per tornare a Luca, egli fu con gl'altri suoi sepellito in San Pier Maggiore, nella sepoltura di casa loro; e dopo lui nella medesima fu riposto Andrea, il qual lasciò due figliuoli frati in San Marco stati vestiti dal reverendo fra' Girolamo Savonarola, del quale furono sempre que' della Robbia molto divoti, e lo ritrassero in quella maniera che ancora oggi si vede nelle medaglie. Il medesimo, oltre i detti due frati, ebbe tre altri figliuoli: Giovanni, che attese all'arte e che ebbe tre figliuoli, Marco, Lucantonio e Simone che morirno di peste l'anno 1527 essendo in buona espettazione; e Luca e Girolamo, che attesono alla scultura; de' quali due, Luca fu molto diligente negl'invetriati e fece di sua mano, oltre a molte altre opere, i pavimenti delle logge papali, che fece fare in Roma, con ordine di Raffaello da Urbino, papa Leone Decimo, e quelli ancora di molte camere dove fece l'imprese di quel Pontefice; Girolamo, che era il minore di tutti, attese a lavorare di marmo e di terra e di bronzo, e già era per la concorrenza di Iacopo Sansovino, Baccio Bandinelli et altri maestri de' suoi tempi, fattosi valente uomo, quando da alcuni mercatanti fiorentini fu condotto in Francia, dove fece molte opere per lo re Francesco a Madrì, luogo non molto lontano da Parigi, e particolarmente un palazzo con molte figure et altri ornamenti, d'una pietra che è come fra noi il gesso di Volterra, ma di miglior natura perché è tenera quando si lavora e poi col tempo diventa dura. Lavorò ancora di terra molte cose in Orliens e per tutto quel regno fece opere, acquistandosi fama e bonissime facultà. Dopo queste cose, intendendo che in Fiorenza non era rimaso se non Luca suo fratello, trovandosi ricco e solo al servigio del re Francesco, condusse ancor lui in quelle parti, per lasciarlo in credito e buono aviamento; ma il fatto non andò così, perché Luca in poco tempo vi si morì, e Girolamo di nuovo si trovò solo e senza nessuno de' suoi; per che, risolutosi di tornare a godersi nella patria le ricchezze che si aveva con fatica e sudore guadagnate, et anco lasciare in quella qualche memoria, si acconciava a vivere in Fiorenza l'anno 1553, quando fu quasi forzato mutar pensiero; perché, vedendo il Duca Cosimo, dal quale sperava dovere essere con onor adoperato, occupato nella guerra di Siena, se ne tornò a morire in Francia. E la sua casa non solo rimase chiusa e la famiglia spenta, ma restò l'arte priva del vero modo di lavorare gl'invetriati, perciò che, se bene dopo loro si è qualcuno esercitato in quella sorte di scultura, non è però niuno già mai a gran pezza arivato all'eccellenza di Luca vecchio, d'Andrea e degl'altri di quella famiglia.

Onde, se io mi sono disteso in questa materia forse più che non pareva che bisognasse, scusimi ognuno, poiché l'avere trovato Luca queste nuove sculture, le quali non ebbero, che si sappia, gl'antichi Romani, richiedeva che, come ho fatto, se ne ragionasse allungo. E se, dopo la vita di Luca vecchio, ho succintamente detto alcune cose de' suoi descendenti che sono stati insino a' giorni nostri, ho così fatto per non avere altra volta a rientrare in questa materia. Luca dunque, passando da un lavoro ad un altro, e dal marmo al bronzo e dal bronzo alla terra, ciò fece non per infingardagine, né per essere, come molti sono, fantastico, instabile e non contento dell'arte sua, ma perché si sentiva dalla natura tirato a cose nuove, e dal bisogno a uno essercizio secondo il gusto suo e di manco fatica e più guadagno. Onde ne venne arricchito il mondo e l'arti del disegno d'un'arte nuova, utile e bellissima, et egli di gloria e lode immortale e perpetua.

Ebbe Luca bonissimo disegno e grazioso, come si può vedere in alcune carte del nostro libro, lumeggiate di biacca; in una delle quali è il suo ritratto fatto da lui stesso, con molta diligenza, guardandosi in una spera.

IL FINE DELLA VITA DI LUCA DELLA ROBBIA SCULTORE

VITA DI PAULO UCCELLO PITTOR FIORENTINO

Paulo Uccello sarebbe stato il più leggiadro e capriccioso ingegno che avesse avuto, da Giotto in qua, l'arte della pittura se egli si fusse affaticato tanto nelle figure et animali, quanto egli si affaticò e perse tempo nelle cose di prospettiva; le quali ancor che sieno ingegnose e belle, chi le segue troppo fuor di misura, getta il tempo dietro al tempo, affatica la natura, e l'ingegno empie di difficultà, e bene spesso di fertile e facile lo fa tornar sterile e difficile, e se ne cava (da chi più attende a lei che alle figure) la maniera secca e piena di proffili; il che genera il voler troppo minutamente tritar le cose; oltre che bene spesso si diventa solitario, strano, malinconico e povero, come Paulo Uccello, il quale, dotato dalla natura d'uno ingegno sofistico e sottile, non ebbe altro diletto che d'investigare alcune cose di prospettiva difficili et impossibili, le quali, ancor che capricciose fussero e belle, l'impedirono nondimeno tanto nelle figure, che poi, invecchiando, sempre le fece peggio. E non è dubbio che chi con gli studii troppo terribili violenta la natura, se ben da un canto egli assottiglia l'ingegno, tutto quel che fa non par mai fatto con quella facilità e grazia, che naturalmente fanno coloro che temperatamente, con una considerata intelligenza piena di giudizio, mettono i colpi a' luoghi loro, fuggendo certe sottilità, che più presto recano a dosso all'opere un non so che di stento, di secco, di difficile e di cattiva maniera, che muove a compassione chi le guarda, più tosto che a maraviglia; atteso che l'ingegno vuol essere affaticato quando l'intelletto ha voglia di operare, e che 'l furore è acceso, perché allora si vede uscirne parti eccellenti e divini, e concetti maravigliosi. Paulo dunque andò, senza intermettere mai tempo alcuno, dietro sempre alle cose dell'arte più difficili; tanto che ridusse a perfezzione il modo di tirare le prospettive dalle piante de' casamenti e da' profili degli edifizii condotti in sino alle cime delle cornici e de' tetti, per via dell'intersecare le linee, facendo che le scortassino e diminuissino al centro, per aver prima fermato o alto o basso, dove voleva, la veduta dell'occhio; e tanto insomma si adoperò in queste difficultà, che introdusse via modo e regola di mettere le figure in su' piani dove elle posano i piedi e di mano in mano dove elle scortassino e diminuendo a proporzione sfuggissino, il che prima si andava facendo a caso. Trovò similmente il modo di girare le crociere e gli archi delle volte, lo scortare de' palchi con gli sfondati delle travi, le colonne tonde per far in un canto vivo del muro d'una casa, che nel canto si ripieghino e tirate in prospettiva rompino il canto e lo faccia per il piano. Per le quali considerazioni si ridusse a starsi solo e quasi salvatico, senza molte pratiche, le settimane e i mesi in casa senza lasciarsi vedere. Et avvenga che queste fussino cose difficili e belle, s'egli avesse speso quel tempo nello studio delle figure, ancor che le facesse con assai buon disegno, l'arebbe condotte del tutto perfettissime; ma consumando il tempo in questi ghiribizzi, si trovò mentre che visse più povero che famoso. Onde Donatello scultore suo amicissimo li disse molte volte, mostrandogli Paulo mazzochi a punte e quadri tirati in prospettiva per diverse vedute, e palle a 72 facce a punte di diamanti e in ogni faccia brucioli avvolti su per e' bastoni, e altre bizzarrie in che spendeva e consumava il tempo: "Eh, Paulo, questa tua prospettiva ti fa lasciare il certo per l'incerto; queste son cose che non servono se non a questi che fanno le tarsie; perciò che empiono i fregi di brucioli, di chiocciole tonde e quadre e d'altre cose simili".

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