Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Venendo poi Iacopo a Firenze, gl'Operai di Santa Maria del Fiore, per la buona relazione avuta di lui, gli diedero a fare di marmo il frontespizio, che è sopra la porta di quella chiesa la quale va alla Nunziata; dove egli fece in una mandorla la Madonna, la quale da un coro d'Angeli è portata, sonando eglino e cantando, in cielo con le più belle movenze e con le più belle attitudini, vedendosi che hanno moto e fierezza nel volare, che fussero insino allora state fatte mai. Similmente la Madonna è vestita con tanta grazia et onestà, che non si può immaginare meglio, essendo il girare delle pieghe molto bello e morbido, e vedendosi ne' lembi de' panni, che e' vanno accompagnando l'ignudo di quella figura, che scuopre coprendo ogni svoltare di membra. Sotto la quale Madonna è un San Tommaso che riceve la cintola. Insomma questa opera fu condotta in quattro anni da Iacopo con tutta quella maggior perfezione che a lui fu possibile, perciò che oltre al disiderio che aveva naturalmente di far bene, la concorrenza di Donato, di Filippo e di Lorenzo di Bartolo, de' quali già si vedevano alcune opere molto lodate, lo sforzarono anco da vantaggio a fare quello che fece; il che fu tanto, che anco oggi è dai moderni artefici guardata questa opera come cosa rarissima. Dall'altra banda della Madonna, dirimpetto a San Tomaso, fece Iacopo un orso che monta in sur un pero, sopra il quale capriccio, come si disse allora molte cose, così se ne potrebbe anco da noi dire alcune altre, ma le tacerò per lasciare a ognuno sopra cotale invenzione credere e pensare a suo modo.
Disiderando dopo ciò Iacopo di rivedere la patria, se ne tornò a Siena, dove, arrivato che fu, se gli porse, secondo il desiderio suo, occasione di lasciare in quella di sé qualche onorata memoria. Perciò che la Signoria di Siena, risoluta di fare un ornamento ricchissimo di marmi all'acqua che in sulla piazza avevano condotta Agnolo et Agostino Sanesi l'anno 1343, allogarono quell'opera a Iacopo per prezzo di duemiladugento scudi d'oro, onde egli, fatto un modello e fatti venire i marmi, vi mise mano e la finì di fare con molta sodisfazione de' suoi cittadini, che non più Iacopo dalla Quercia, ma Iacopo dalla Fonte fu poi sempre chiamato. Intagliò dunque nel mezzo di questa opera la gloriosa Vergine Maria, avvocata particolare di quella città, un poco maggiore dell'altre figure, e con maniera graziosa e singolare. Intorno poi fece le sette virtù teologiche, le teste delle quali, che sono delicate e piacevoli, fece con bell'aria e con certi modi che mostrano che egli cominciò a trovare il buono [nel]le difficultà dell'arte et a dare grazia al marmo, levando via quella vecchiaia che avevano insino allora usato gli scultori, facendo le loro figure intere e senza una grazia al mondo; là dove Iacopo le fece morbide e carnose, e finì il marmo con pacienza e delicatezza. Fecevi, oltre ciò, alcune storie del Testamento Vecchio, cioè la creazione de' primi parenti et il mangiar del pomo vietato, dove nella figura della femmina si vede un'aria nel viso sì bella, et una grazia et attitudine della persona tanto reverente verso Adamo nel porgergli il pomo, che non pare che possa ricusarlo; senza il rimanente dell'opera, che è tutta piena di bellissime considerazioni et adornata di bellissimi fanciulletti et altri ornamenti di leoni e di lupe, insegne della città, condotti tutti da Iacopo con amore, pratica e giudizio in ispazio di dodici anni. Sono di sua mano similmente tre storie bellissime di bronzo, della vita di San Giovanbattista, di mezzo rilievo, le quali sono intorno al battesimo di San Giovanni, sotto il Duomo; et alcune figure ancora tonde e pur di bronzo, alte un braccio, che sono fra l'una e l'altra delle dette istorie, le quali sono veramente belle e degne di lode. Per queste opere, adunque, come eccellente e per la bontà della vita come costumato, meritò Iacopo essere dalla Signoria di Siena fatto cavaliere, e poco dopo Operaio del Duomo. Il quale uffizio esercitò di maniera che né prima né poi fu quell'opera meglio governata, avendo egli in quel Duomo, se bene non visse, poi che ebbe cotal carico avuto, se non tre anni, fatto molti acconcimi utili et onorevoli. E se bene Iacopo fu solamente scultore, disegnò nondimeno ragionevolmente, come ne dimostrano alcune carte da lui disegnate che sono nel nostro libro, le quali paiono più tosto di mano d'un miniatore che d'uno scultore. Et il ritratto suo, fatto come quello che di sopra si vede, ho avuto da maestro Domenico Beccafumi pittore sanese, il quale mi ha assai cose raccontato della virtù, bontà e gentilezza di Iacopo, il quale, stracco dalle fatiche e dal continuo lavorare, si morì finalmente di anni sessantaquattro et in Siena sua patria fu dagl'amici suoi e parenti, anzi da tutta la città pianto et onoratamente sotterrato. E nel vero non fu se non buona fortuna la sua, che tanta virtù fusse nella sua patria riconosciuta; poiché rade volte adiviene che i virtuosi uomini siano nella patria universalmente amati et onorati.
Fu discepolo di Iacopo Matteo, scultore lucchese, che nella sua città fece l'anno 1444 per Domenico Galigano lucchese, nella chiesa di San Martino, il tempietto a otto facce di marmo, dove è l'imagine di Santa Croce, scultura stata miracolosamente, secondo che si dice, lavorata da Niccodemo, uno de' settantadue discepoli del Salvatore; il quale tempio non è veramente se non molto bello e proporzionato. Fece il medesimo di scultura una figura d'un San Bastiano di marmo tutto tondo di braccia tre, molto bello, per essere stato fatto con buon disegno, con bella attitudine e lavorato pulitamente. È di sua mano ancora una tavola, dove in tre nicchie sono tre figure belle affatto, nella chiesa dove si dice essere il corpo di S. Regolo, e la tavola similmente che è in S. Michele, dove sono tre figure di marmo, e la statua parimente che è in sul canto della medesima chiesa dalla banda di fuori, cioè una Nostra Donna, che mostra che Matteo andò sforzandosi di paragonare Iacopo suo maestro.
Niccolò Bolognese ancora fu discepolo di Iacopo e condusse a fine, essendo imperfetta, divinamente fra l'altre cose, l'arca di marmo piena di storie e figure che già fece Nicola Pisano a Bologna, dove è il corpo di S. Domenico e ne riportò, oltre l'utile, questo nome d'onore, che fu poi sempre chiamato maestro Niccolò dell'Arca. Finì costui quell'opera l'anno 1460, e fece poi nella facciata del palazzo dove sta oggi il Legato di Bologna, una Nostra Donna di bronzo alta quattro braccia, e la pose su l'anno 1478. Insomma fu costui valente maestro e degno discepolo di Iacopo dalla Quercia sanese.
FINE DELLA VITA DI IACOPO SCULTORE SANESE
VITA DI NICCOLÒ ARETINO SCULTORE
Fu ne' medesimi tempi e nella medesima facultà della scultura e quasi della medesima bontà nell'arte Niccolò di Piero, cittadino aretino, al quale quanto fu la natura liberale delle doti sue, cioè d'ingegno e di vivacità d'animo, tanto fu avara la fortuna de' suoi beni. Costui dunque, per essere povero compagno e per avere alcuna ingiuria ricevuta dai suoi più prossimi nella patria, si partì, per venirsene a Firenze, d'Arezzo, dove sotto la disciplina di maestro Moccio scultore sanese, il quale, come si è detto altrove, lavorò alcune cose in Arezzo, aveva con molto frutto atteso alla scultura, come che non fusse detto maestro Moccio molto eccellente. E così arrivato Niccolò a Firenze, da prima lavorò per molti mesi qualunche cosa gli venne alle mani, sì perché la povertà et il bisogno l'assassinavano e sì per la concorrenza d'alcuni giovani che con molto studio e fatica, gareggiando virtuosamente, nella scultura s'esercitavano. Finalmente, essendo dopo molte fatiche riuscito Niccolò assai buono scultore, gli furono fatte fare da gl'Operai di Santa Maria del Fiore, per lo campanile, due statue, le quali essendo in quello poste verso la canonica, mettono in mezzo quelle che fece poi Donato; e furono tenute, per non si essere veduto di tondo rilievo meglio, ragionevoli. Partito poi di Firenze per la peste dell'anno 1383, se n'andò alla patria; dove, trovando che per la detta peste gl'uomini della Fraternità di Santa Maria della Misericordia, della quale si è di sopra ragionato, avevano molti beni acquistato per molti lasci stati fatti da diverse persone della città, per la divozione che avevano a quel luogo pio et agl'uomini di quello, che senza tema di niuno pericolo, in tutte le pestilenze governano gl'infermi e sotterrano i morti, e che per ciò volevano fare la facciata di quel luogo di pietra bigia, per non avere commodità di marmi, tolse a fare quel luogo stato cominciato inanzi d'ordine tedesco, e lo condusse, aiutato da molti scarpellini da Settignano, a fine perfettamente, facendo di sua mano, nel mezzo tondo della facciata, una Madonna col Figliuolo in braccio, e certi Angeli che le tengono aperto il manto, sotto il quale pare che si riposi il popolo di quella città, per lo quale intercedono da basso in ginocchioni San Laurentino e Pergentino. In due nicchie, poi, che sono dalle bande, fece due statue di tre braccia l'una; cioè San Gregorio papa e San Donato vescovo e protettore di quella città, con buona grazia e ragionevole maniera. E per quanto si vede, aveva, quando fece queste opere, già fatto in sua giovanezza sopra la porta del Vescovado, tre figure grandi di terra cotta che oggi sono in gran parte state consumate dal ghiaccio; sì come è ancora un San Luca di macigno stato fatto dal medesimo mentre era giovanetto, e posto nella facciata del detto Vescovado. Fece similmente in Pieve, alla Capella di San Biagio, la figura di detto Santo di terra cotta, bellissima; e nella chiesa di S. Antonio, lo stesso Santo pur di rilievo, e di terra cotta, et un altro Santo a sedere sopra la porta dello spedale di detto luogo. Mentre faceva queste et alcune altre opere simili, rovinando per un terremuoto le mura del Borgo a San Sepolcro, fu mandato per Niccolò, acciò facesse, sì come fece con buon giudizio, il disegno di quella muraglia che riuscì molto meglio e più forte che la prima. E così, continuando di lavorare quando in Arezzo, quando ne' luoghi convicini, si stava Niccolò assai quietamente et agiato nella patria, quando la guerra, capital nimica di queste arti, fu cagione che se ne partì; perché essendo cacciati da Pietra Mala i figliuoli di Piero Saccone et il castello rovinato insino ai fondamenti, era la città d'Arezzo et il contado tutto sottosopra. Perciò, dunque, partitosi di quel paese, Niccolò se ne venne a Firenze, dove altre volte aveva lavorato; e fece per gl'Operai di S. Maria del Fiore una statua di braccia quattro di marmo, che poi fu posta alla porta principale di quel tempio, a man manca; nella quale statua, che è un Vangelista a sedere, mostrò Niccolò d'essere veramente valente scultore. E ne fu molto lodato non si essendo veduto insino allora, come si vide poi, alcuna cosa migliore tutta tonda e di rilievo. Essendo poi condotto a Roma di ordine di Papa Bonifazio IX, fortificò e diede miglior forma a Castel S. Agnolo, come migliore di tutti gl'architetti del suo tempo. E ritornato a Firenze, fece in sul canto d'Or San Michele, che è verso l'Arte della Lana, per i maestri di Zecca, due figurette di marmo, nel pilastro sopra la nicchia, dove è oggi il S. Matteo che fu fatto poi, le quali furono tanto ben fatte et in modo accomodate sopra la cima di quel tabernacolo, che furono allora e sono state sempre poi molto lodate. E parve che in quelle avanzasse Niccolò se stesso, non avendo mai fatto cosa migliore. Insomma elleno sono tali, che possono stare appetto ad ogni altra opera simile; onde n'acquistò tanto credito che meritò essere nel numero di coloro che furono in considerazione per fare le porte di bronzo di S. Giovanni; se bene, fatto il saggio, rimase a dietro e furono allogate, come si dirà al suo luogo, ad altri. Dopo queste cose, andatosene Niccolò a Milano, fu fatto capo nell'Opera del Duomo di quella città, e vi fece alcune cose di marmo che piacquero pur assai. Finalmente essendo dagl'Aretini richiamato alla patria, perché facesse un tabernacolo pel Sagramento, nel tornarsene gli fu forza fermarsi in Bologna e fare, nel convento de' frati Minori, la sepoltura di Papa Alessandro Quinto, che in quella città aveva finito il corso degl'anni suoi. E come che egli molto ricusasse quell'opera, non potette però non conscendere ai preghi di Messer Lionardo Bruni Aretino, che era stato molto favorito segretario di quel Pontefice. Fece dunque Niccolò il detto sepolcro, e vi ritrasse quel Papa di naturale. Ben è vero che per la incommodità de' marmi et altre pietre, fu fatto il sepolcro e gl'ornamenti di stucchi e di pietre cotte, e similmente la statua del Papa sopra la cassa, la quale è posta dietro al coro della detta chiesa. La quale opera finita, si ammalò Niccolò gravamente, e poco appresso si morì d'anni 67 e fu nella medesima chiesa sotterrato l'anno 1417. Et il suo ritratto fu fatto da Galasso ferrarese suo amicissimo, il quale dipigneva a que' tempi in Bologna a concorrenza di Iacopo e Simone pittori bolognesi e d'un Cristofano, non so se ferrarese, o come altri dicono, da Modena; i quali tutti dipinsono, in una chiesa, detta la Casa di Mezzo, fuor della porta di S. Mammolo, molte cose a fresco. Cristofano fece da una banda da che Dio fa Adamo insino alla morte di Moisè, e Simone et Iacopo trenta storie, da che nasce Cristo insino alla cena che fece con i discepoli. E Galasso poi fece la Passione, come si vede al nome di ciascuno che vi è scritto da basso. E queste pitture furono fatte l'anno 1404. Dopo le quali fu dipinto il resto della chiesa, da altri maestri, di storie di Davitte re assai pulitamente. E nel vero queste così fatte pitture non sono tenute, se non a ragione, in molta stima dai Bolognesi, sì perché come vecchie sono ragionevoli, e sì perché il lavoro essendosi mantenuto fresco e vivace, merita molta lode. Dicono alcuni che il detto Galasso lavorò anco a olio, essendo vecchissimo, ma io né in Ferrara né in altro luogo, ho trovato altri lavori di suo, che a fresco. Fu discepolo di Galasso, Cosmè, che dipinse in S. Domenico di Ferrara una capella e gli sportelli che serrano l'organo del Duomo e molte altre cose che sono migliori che non furono le pitture di Galasso suo maestro. Fu Niccolò buon disegnatore, come si può vedere nel nostro libro, dove è di sua mano uno Evangelista e tre teste di cavallo, disegnate bene affatto.