Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Joshua la cullò tra le braccia, disperato. «Abner,» disse. «La cima. Sotto di essa. L’ho nascosta la notte scorsa quando sono venuti a cercarvi. Vi prego, Abner.»
Marsh smise di remare e raggiunse la sagola, lunga dieci metri e utilizzata per i rilevamenti, con un tubo riempito di piombo all’estremità. Sotto le sue spire, Marsh trovò ciò che Joshua desiderava; una bottiglia di vino priva di etichetta, piena per più di tre quarti. La passò a York che la sturò e la portò alle labbra gonfie e screpolate di Valerie. Il liquore le gocciolò lungo il mento e la maggior parte di esso le bagnò la camicia, ma Joshua riuscì a versargliene un po’ in bocca. L’elisir sembrò esserle di aiuto. Improvvisamente, ella iniziò a succhiare avidamente dalla bottiglia, come un bambino che succhia alla mammella. «Con calma,» disse Joshua. Abner Marsh riarrotolò la cima e aggrottò la fronte. «Quella è l’unica bottiglia?» chiese. Joshua York assentì. Il suo viso, adesso, sembrava ustionato, come il volto di quell’ufficiale in seconda che Marsh aveva visto una volta, il quale si era avvicinato troppo ad un tubo di vapore ardente. Cominciavano a comparire vesciche e screpolature. «Julian teneva la mia riserva nella sua cabina, e qualche volta me ne dava una bottiglia. Io non osavo protestare. Abbastanza spesso nutriva l’idea di distruggerle tutte.» Tolse la bottiglia dalla bocca di Valerie. Ne era rimasto meno di un quarto. «Ho pensato… ho pensato che sarebbe bastato, fino a quando avrei potuto prepararne dell’altro. Non pensavo che Valerie sarebbe venuta con noi.» La sua mano tremava. Ansimò e si portò la bottiglia alle labbra, bevendone un lungo, profondo sorso. «Fa male,» piagnucolò Valerie. Si rannicchiò tranquilla, con il corpo tremante, ma ormai il peggio era passato. Joshua York restituì la bottiglia a Marsh. «Conservatela, Abner. Deve durare. Dobbiamo razionarla.» Toby Lanyard aveva smesso di remare e li stava fissando. Karl Framm si agitò debolmente sul fondo della scialuppa. La barca andava alla deriva con la corrente, e davanti a loro Marsh vide il fumo di un battello che risaliva il fiume. Raccolse un remo. «Portiamoci a riva, Toby,» disse. «Andiamo. Ho intenzione di far segno a quella dannata nave. Dobbiamo farci dare una cabina.»
«Sissignore, Capitano,» disse Toby.
Joshua si toccò la fronte e «No,» disse debolmente. «No, Abner, non dobbiamo. Ci faranno delle domande.» Cercò di alzarsi e annaspò, stordito, ricadendo sulle ginocchia. «Sto bruciando,» disse. «No. Ascoltatemi. La nave no, Abner. Andiamo avanti. Una città, raggiungeremo una città. Col buio… Abner?»
«Maledizione,» disse Abner Marsh, «siete rimasto alla luce forse per quattro ore, e guardatevi. Guardatela. E non è ancora mezzoggiorno. Morirete entrambi bruciati se non vi portiamo al coperto.»
«No,» disse York. «Farebbero delle domande, Abner. Voi non potete…»
«Chiudete quella dannata boccaccia da stupido,» ordinò Marsh, e chinò la sua schiena dolorante sul remo. La scialuppa si mise di traverso sul fiume. Il battello si stava avvicinando, le sue bandiere garrivano al vento, mentre un gruppetto di passeggeri passeggiava sul ponte. Era un postale di New Orleans, constatò Marsh quando gli furono vicini, un battello a ruote laterali, di media grandezza, chiamato H.E. Edwards. Gli fece segno con il remo e chiamò a gran voce, mentre Toby remava e la scialuppa dondolava. Sui ponti del battello, anche i passeggeri iniziarono a rispondere ai segnali e a indicare. Il battello emise un breve, impaziente fischio, e Abner Marsh si girò intorno a guardare e vide un’altra nave, sul fiume, un punto bianco in lontananza. Provò un tuffo al cuore. Erano in piena gara, lo sapeva, e non c’era battello al mondo che si sarebbe fermato nel bel mezzo di una gara.
L’H. E. Edwards li sorpassò a piena velocità, e le pale ruotavano con tanta violenza che la scia li sballottò su e giù come se stessero scendendo lungo delle rapide. Abner Marsh imprecò, urlò contro il battello e alzò il remo, minaccioso. La seconda nave li sorpassò ancora più velocemente, e i suoi fumaioli lasciarono una scia di scintille. Rimasero alla deriva in mezzo al fiume, circondati da campi spogli, con il sole alto nel cielo e un mucchio di bagasse fumanti che innalzavano, una colonna di fumo grigio. «Verso terra,» disse Marsh a Toby, e si diressero verso la sponda occidentale. Quando approdarono, Marsh saltò giù dalla scialuppa e la tirò verso la sponda, con il fango che gli arrivava fino alle ginocchia. Perfino sulla dannatissima riva, pensò quando si guardò intorno, non c’era ombra, né alberi che li riparassero dal sole implacabile. «Vieni fuori di là,» ordinò Marsh a Toby Lanyard. «Li porteremo sulla riva e poi vi trascineremo anche questa dannata barca, la capovolgeremo, e ce li metteremo sotto.» Toby assentì. Portarono a terra per primo Framm, poi Valerie. Quando Marsh l’afferrò sotto le braccia e la sollevò, la donna rabbrividì con violenza. Il suo viso era così malridotto che Marsh ebbe paura di toccarlo, temendo che la pelle venisse via al contatto della sua mano.
Quando ritornarono per prendere Joshua, questi era già fuori dalla barca. «Vi aiuterò,» disse. «È pesante.» Si appoggiava ad una delle fiancate della scialuppa.
Marsh fece un cenno col capo a Toby e tutti e tre spinsero la barca fuori dal fiume. Era difficile. Abner Marsh ci mise tutta la forza che aveva. Il fango della sponda lo afferrò con dita umide, forti. Senza Joshua, non ce l’avrebbero mai fatta. Ma alla fine riuscirono a superare la sponda e a raggiungere i campi, e, poi, rovesciare la scialuppa fu facile. Marsh afferò di nuovo Valerie sotto le braccia e la trascinò sotto la barca. «Andate anche voi sotto, Joshua,» disse voltandosi verso York. Toby aveva trasportato Karl Framm e si stava occupando di lui, stava tentando di far entrare a forza una manciata d’acqua nelle labbra esangui del pilota. Joshua non si vedeva da nessuna parte. Marsh aggrottò la fronte e fece il giro della scialuppa. I suoi pantaloni, inzuppati e pesanti di fango, gli si incollarono contro le gambe. «Joshua,» ruggì, «dove diavolo vi siete cacciato…»
Joshua York era crollato sulla riva del fiume, e la sua mano rossa ed ustionata annaspava nel fango. «Dannazione,» ruggì Marsh. «Toby!»
Toby arrivò di corsa, e insieme portarono York all’ombra. I suoi occhi erano chiusi. Marsh stappò la bottiglia e lo costrinse ad inghiottire l’elisir. «Bevete, Joshua, bevete. Accidenti a voi.» Finalmente, York iniziò ad inghiottire. E non smise fin quando non ebbe vuotato la bottiglia. Abner Marsh la soppesò, accigliato. La rovesciò. Un’ultima goccia dell’elisir di Joshua gocciolò e ricadde sullo stivale infangato di Marsh. «Per l’inferno,» disse Marsh. Gettò la bottiglia vuota nel fiume. «Resta con loro, Toby, vado a chiedere aiuto. Ci deve essere qualcuno nei paraggi.»
«Sissignore, Capitano Marsh,» replicò Toby.
Marsh si incamminò attraverso i campi. Le canne da zucchero erano state raccolte. I campi erano ampi e spogli, ma all’orizzonte Marsh scorse un sottile filo di fumo. Si diresse verso di esso, sperando che si trattasse di una casa e non di un altro dannato mucchio di bagasse che bruciavano. Sperò invano, ma pochi minuti dopo, oltrepassato quel fuoco, vide un gruppo di schiavi che lavoravano nei campi, e li chiamò, iniziando a correre. Lo portarono alla casa del proprietario della piantagione, dove raccontò al sorvegliante la sua triste storia riguardo l’esplosione delle caldaie che aveva fatto affondare il suo battello e ucciso tutti queli che erano a bordo, tranne quei pochi che erano riusciti a salvarsi sulla scialuppa per i rilevamenti. L’uomo assentì e lo condusse dal proprietario. «Ci sono due persone gravemente ustionate,» gli disse Marsh. «Dobbiamo fare in fretta.» Pochi minuti dopo, avevano attaccato due cavalli ad un carro e si erano inoltrati nei campi.