Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
La ruota gravitazionale della Edmund Halley era appesa nella caverna Gamma, congelata e rotta. Finora nessuno aveva trovato l'energia necessaria per aggiustarla.
Saul lesse a caso un campione di cartelle azzurre e studiò gli indicatori dei loculi. A poco a poco arrivò ad una agghiacciante constatazione.
Non più del dieci per cento della colonia stava bene nel verso senso della parola.
Carl è davvero così bravo a mentire? Si chiese come Osborn riuscisse a mantenere la finzione che la missione avrebbe potuto venir condotta a termine. Oppure fingono tutti per non impazzire?
Non vedeva nessun modo perché potesse rendersi disponibile anche soltanto una frazione della manodopera necessaria per costruire e manovrare i propulsori del «colpo di gomito», i jet che avrebbero dovuto alterare l'orbita di Halley una volta arrivati all'afelio.
E senza la «sgomitata», tanto valeva che se ne andassero tutti a dormire, senza pensarci più, giacché non ci sarebbe stato nessun ritorno a casa per nessuno di loro.
I suoi pensieri erano rannuvolati quando lasciò il colombario Uno. Ancora un po' debole a causa della lunga ibernazione, Saul stiracchiò i muscoli rimasti a lungo inutilizzati, percorrendo in quasi-planata le lunghe gallerie verso il basso, in direzione sud, un'area che non aveva ancora visitato, dai tempi della sua ibernazione.
In quel settore quasi tutti i corridoi erano rivestiti da lussureggianti strati verdi di fungoidi halleyviridis. Quella roba era troppo viscida per consentire una buona presa alle sue pantofole di velcro, ma gli offrì un appiglio sicuro quando usò i piedi nudi, come aveva visto fare ad altri.
In effetti, facilitava molto i movimenti. Scoprì, per esempio, di non aver bisogno dei cavi alle pareti, ormai quasi del tutto nascosti. Afferrarsi ad un ciuffo di vegetazione mentre passava gli offriva tutta la possibilità di fare leva che gli serviva per procedere speditamente.
Saul vagò per un po', senza prestare troppa attenzione a dove stava andando, pensando allo strano ambiente in cui lui e Virginia si erano svegliati.
La Terra pareva aver completamente espunto la grandiosa odissea di Miguel Cruz. Oh, manterranno i contatti a modo loro, mandando su intrattenimenti e rivoletti di dati tecnici di tanto in tanto. Saul aveva estorto a Carl Osborn la promessa di aggiornarlo al più presto e nella maniera più completa. Quello spaziale distante, un po' remoto, era stato assi vago su quando l'avrebbe fatto. A quanto pareva, la maggior parte dei coloni svegli vivevano alla giornata, ed avevano una visione spassionata del tempo.
Comunque Saul sapeva che ben presto avrebbe dovuto riprendere i suoi doveri di medico della spedizione. E il fardello della disperazione che aveva logorato Akio Matsudo sarebbe stato suo.
Più miserandi di tutti erano quei poveri ortho giù nel Quadrante 9, con i loro pietosi bambini: figure squallide, rinsecchite, appena umane nell'aspetto, sempre affamate e fragili come foglie.
Forse le Leggi sulle Nascite della Terra erano sagge. La gravità è una dominante molto forte nei nostri geni.
Ma c'era di più. Ieri aveva esaminato cinque bambini degli ortho. Parevano soffrire tutti della stessa deficienza enzimatica. Ne aveva già tracciato una mappa fino al settimo cromosoma. Fra qualche settimana avrebbe dovuto riuscire a scoprirlo, e…
E, cosa, Linzt? Stai forse pensando d'immischiarti di nuovo? Sei appena emerso in un nuovo mondo e già salti fuori con delle idee su come cambiarlo? Il chiarore dei pannelli fosforescenti stava diventando sempre più rado. Saul cercò di orientarsi e si rese conto di non essere stato abbastanza attento. Si era perso.
Ai vecchi tempi sarebbe stato impossibile. Ma ormai tutti i vecchi «cartelli indicatori» posti agli incroci erano oscurati, completamente ricoperti dal morbido tappeto nativo. Invece, là dove il pozzo incontrava la galleria, c'erano dei «segni del clan» profondamente incisi, riempiti d'una sostanza simile alla pece che pareva respingere le halleyforme. Quei segni denotavano i confini delle varie bande umane. Saul si guardò intorno alla ricerca di uno di questi.
Adesso, a quanto pareva, soltanto la Centrale, i colombari e le cupole idroponiche erano i territori neutrali. E le profonde regioni interne di Halley, naturalmente. Ma a quanto aveva sentito dire soltanto i pazzi si avventuravano là in basso.
In una delle aree occupate da una fazione vicino alla Centrale aveva visto che fine aveva fatto il fibratessuto che un tempo aveva rivestito le gallerie e i pozzi della Colonia Halley. Quel materiale era stato trasformato in indumenti e tende, in habitat «a prova di purpurei», sospesi dai soffitti delle cavità più grandi.
Ogni dormitorio manteneva un servizio di sorveglianza ininterrotto per guardarsi dalle più micidiali forme di vita della cometa. Tuttavia, ogni anno o giù di lì, un'altra vittima veniva mietuta dai temuti foraggiatori nativi.
Gli animali sarebbero una soluzione ideale pensò Saul, mentre raschiava via quella vegetazione simile a muschio, sperando di trovare un indizio del luogo in cui era finito. Sulla Terra addomesticavamo altre creature e le usavamo per combattere contro gli animali nocivi. Qui dovremmo riuscire a fare la stessa cosa.
Naturalmente quell'idea era stata tentata. Nell'arco dei decenni altri avevano scongelato cani e gatti e scimmie attingendo alla piccola collezione di animali colombarizzati. Ma nessuna di quelle povere creature si era dimostrata capace di adattarsi altrettanto bene degli umani.
Ma se fossero stati mutati gli animali della Terra… alterandoli, così che si adattassero a quell'ambiente estraneo?
Sapeva che non era stato tentato. Nessun altro aveva la capacità, o l'arroganza, di tentarlo. Già la sua mente si stava gingillando con quelle idee, regolazione ed espressione dei geni, modi per adattare delle creature a lavorare in un ambiente alieno invece che contro di esso.
Quei poveri, patetici bambini pensò.
Saul tirò fuori il proprio fazzoletto chimicamente sterilizzato e si soffiò il naso. Mentre si stava avvicinando a un altro incrocio, vide finalmente uno dei segni dei clan riempito di pece. Frenò la planata, si fermò e studiò il simbolo: una grande «U» coronata da un'aureola.
Mentre era là fermo, una voce parlò. Parve spuntare dal nulla.
— Clape, guarda chi abbiamo qui! Perso, capo?
Saul si afferrò alla vegetazione alla parete e si girò di scatto. Vide un uomo con la faccia tinta di azzurro che lo guardava dall'apertura del pozzo sopra di lui. Saul fu costretto a sbattere le palpebre, poiché quella era senza alcun dubbio la persona dall'aspetto più strano che avesse visto sin dal suo risveglio.
L'individuo portava braccialetti di platino nativo lavorato al martello e una tunica a maniche corte di fibratessuto. E mentre scendeva verso il pavimento, Saul vide che aveva dei ganci-artiglio metallici di brutto aspetto alle dita dei piedi. Nella mano sinistra l'uomo stringeva dei cappi di corda, fatti di un tipo di vegetazione nativa intrecciata.
Saul annuì. — Immagino di essermi smarrito, se è per questo. Pensavo di essere al livello M, vicino al Pozzo Cinque, ma…
L'altro uomo rise, mostrando dei varchi spalancati fra i denti marci. Balzò avanti e atterrò vicino a Saul. Il movimento rivelò un grande tatuaggio sul suo petto. Era un simbolo che Saul riconobbe: il sigillo di Simon Percell.