Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Più spesso di ogni altra ipotesi, aveva immaginato che sarebbe stato così. Un lento raccogliersi di fili sparpagliati. Un apprendere a nuovo ciò che era già conosciuto.
Un risveglio.
Tutte le immagini confuse si raccolsero in una singola forma che nuotò davanti ai suoi occhi: un completo mistero. Un grumo.
Poi, senza nessuna transizione, lo riconobbe come un volto… un volto che avrebbe dovuto esserle familiare.
— Carl? — cercò di chiedere. Ma i suoi muscoli facciali si contrassero soltanto un po', la promessa di un ritorno della volontà, ma non molto di più.
La figura sopra di lei ridivenne sfocata, confusa, e alla fine si allontanò. Virginia dormì. E per la prima volta, dopo molto tempo, sognò.
Le bianche pareti erano chiare e limpide quando riaprì gli occhi.
La sala recuperi pensò. Chissà quanto tempo è passato.
Da un quadrodati lì vicino giungeva un frusciante tap tap tap. Virginia girò faticosamente la testa, e vide un uomo con addosso un camice d'ospedale logoro e sbiadito appollaiato a gambe incrociate sopra una rete, il quale fissava assorto un display portatile sfregandosi lentamente il mento con una mano. Le sue palpebre erano azzurre come i colombari, e pareva così magro…
— Saul — bisbigliò Virginia.
L'uomo sollevò in fretta lo sguardo. Con un singolo movimento mise da parte il display e fu al suo fianco, accostandole alle labbra un flacone a spremere.
Lei lo sorseggiò fino a quando lui non lo tirò via. Poi Virginia mosse la bocca: — Qua… quanto…?
— Quanto tempo? — Saul le prese la mano. — Circa trent'anni. Ci stiamo avvicinando all'afelio. Carl mi ha detto che hai lasciato dei programmini tipo cane da guardia sparpagliati per tutto il sistema dati, promettendo l'inferno se ti avessero svegliato prima di me.
Virginia mostrò un pallido sorriso. — Te l'avevo detto… che… ci sarei… riuscita.
Saul si mise a ridere. — Ed io… io sono così orgoglioso di te.
La ricchezza della sua voce le fece sbattere le palpebre. Saul si era ripreso soltanto in parte dalla decolombarizzazione, eppure aveva qualcosa di diverso.
I suoi ricordi precolombarizzazione gli stavano tornando con chiarezza. C'era un po' di grigio in più alle sue tempie, forse, eppure era forse un'illusione quell'impressione che dava, di essere più giovane di prima?
No, io devo essere un gran pasticcio pensò Virginia. Dovrò ingozzarmi a forza per rimettermi un po' in carne, dopo tre decenni.
Ma se la colombarizzazione ti fa perdere degli anni, dovrò imparare a vincere la paura che provo! — Come… come me la cavo?
— Sei la più gran gioia di un dottore. — Saul sorrise. — Un meraviglioso pezzo d'ingegneria femminile. Che si riprende bene e ben presto verrà messo al lavoro, per ordine di Sua Grandezza Poobahdom, il comandante Osborn. Virginia scosse la testa.
— C… comandante?
Saul annuì. — Luogotenente comandante, a dire il vero. Incarico avuto dalla Terra. Hanno dovuto farlo. Soltanto due ufficiali sono rimasti in vita, e non contano proprio. Il guardiamarina Calciano è nel colombario dopo un turno di dieci anni durante i quali pare sia convinto di essere l'Olandese Volante. Ould-Harrad ha rassegnato il suo incarico ed è andato a raggiungere gli archisti-revisionisti nella Gehenna…
Nel vedere l'espressione perplessa di Virginia, Saul le strinse la mano.
— È un mondo diverso, Virginia. Tante cose sono cambiate. Sulla Terra le cose sono passate dal molto brutto al meglio, all'incomprensibile. E qui fuori… be'… — Scrollò le spalle. — Qui fuori sono semplicemente bizzarre.
— Ma Carl…? — Fece per alzarsi, ma Saul la spinse delicatamente giù di nuovo contro i cuscini. Perfino la gravità di Halley rappresentava un peso per lei.
— Basta parlare. Adesso riposati. Più tardi ti spiegherò quello che sono riuscito a scoprire. Cercheremo di trovare un posto per noi in questo strano nuovo mondo.
Virginia si rilassò.
Noi… pensò. Le piaceva il modo in cui la parola echeggiava in lei. — Sì, lo faremo.
Cominciava ad addormentarsi, quando sentì che Saul sfilava dolcemente la mano dalla sua. Virginia sollevò lo sguardo e vide che Saul stava fissando il vuoto con gli occhi storti, un'espressione semiorgasmica, armeggiando con un fazzoletto. Il tutto si concluse nelle profondità dell'ampio quadrato di tessuto con uno sternuto soffocato.
Virginia se ne uscì in una risatina singultante. Allungò le braccia che parevano pesanti come il piombo, e toccò una lacrima che stava scorrendo giù lungo una guancia graffiata.
— Oh, tesoro — sospirò. — Sei uscito dal colombario da pochi giorni e hai già un raffreddore.
Lui la guardò impacciato, poi sorrise.
— Allora nu? Che altro c'è di nuovo?
SAUL
Tutti parevano morire.
In effetti, più cose Saul apprendeva su quella colonia in invecchiamento, più gli sembrava un mistero che ci fosse ancora qualcuno in vita.
Oh, la gente si era adattata; aveva trovato dei modi per affrontare la situazione. Gli esseri umani ci riuscivano bene. Da trent'anni prima, quando Akio Matsudo aveva finalmente dato ordini ben precisi e aveva visto Saul avvoltolato nel suo loculo, gli strumenti che si era lasciato alle spalle erano stati aumentati e migliorati.
Ma i cianuti modificati, i disintegratori a microonde a sintonizzazione fine, tutti i loro congegni intelligenti, poteva soltanto rallentare la lunga erosione, la spirale declinante. Anche la vita di Halley era capace di adattarsi, e qui si trovava molto di più a casa propria. Era una guerra di attrito che gli uomini potevano soltanto perdere.
Avrei dovuto sapere che Akio non avrebbe certo accettalo il suo stesso consiglio pensò Saul, nel gelido regno del colombario Uno. Era stato un errore scendere là sotto così presto dopo aver lasciato la Sala Recuperi, per andare a trovare una vecchia amica. Uno shock brutale farle sapere con tanta schiettezza che erano passati tre decenni.
Fino a quel momento il suo ultimo ricordo del medico giapponese era stato quello d'una chioma di lucidi capelli neri, che incorniciavano un paio di occhi a mandorla dietro a occhiali cerchiati di fil di ferro. Ma quell'immagine, fresca come se fosse della settimana prima, veniva schiacciata in maniera stridente lì in mezzo a quelle bare congelate. Una aveva l'etichetta con il nome di Akio Matsudo. La figura dietro al vetro coperto di brina era quasi irriconoscibile.
Una sottile frangia di ciuffi grigi bordava una testa maculata dall'età e segnata dagli attacchi d'infezioni della pelle. Quelle guance un tempo paffute adesso erano lo svuotato retaggio di un uomo divenuto vecchio lottando contro l'inevitabile, l'implacabile. Non c'era più nessun accenno di riso nelle rughe che orlavano gli occhi chiusi dai sonno del povero Akio.
I grafici ai piedi di ogni loculo raccontavano la storia di ogni occupante in ibernazione. I simboli rossi illustravano le ragioni mediche per l'animazione sospesa, la listatura nera significava un immagazzinamento senza nessuna reale speranza di ripresa o rianimazione, un segno azzurro, un uomo o donna dell'equipaggio che erano semplicemente «fuori servizio» per quell'arco di anni.
Ad una prima occhiata, la situazione pareva seria, ma non impossibile. C'erano molte cartelline azzurre. Tuttavia un rapido esame dei colori non diceva tutta la verità della storia. Akio, per esempio, aveva una cartellina azzurra.
Un uomo stanco, vecchio e malato pensò Saul nel leggere la cartella dell'amico. Non erano soltanto le persistenti infezioni, o la malnutrizione per aver mangiato per decenni la ristretta gamma di alimenti prodotti sotto le agri-cupole della colonia. La osteoporosi aveva talmente indebolito le ossa di quell'uomo che in nessun modo avrebbe più potuto passeggiare fra le amate colline del Giappone occidentale. La stimolazione elettrica delle ossa non aveva compensato i lunghi anni passati in condizione di quasi totale mancanza di peso.