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Le Torri di Mezzanotte

Электронная книга - «Le Torri di Mezzanotte». Краткое содержание книги:

Аннотация

Rand al’Thor, il Drago Rinato, si è confrontato con sé stesso, comprendendo finalmente il suo ruolo nello scontro finale con il Tenebroso. Ora tutto ciò che gli resta da fare prima dell’ultima Battaglia è riparare quanti più danni possibile nel mondo per poi radunare le truppe.
Anche Perrin sta cercando di ricongiungersi con lui, ma sulla sua strada si frappongono ostacoli provenienti dal suo passato, e per superarli dovrà innanzitutto trovare la pace con il lupo dentro di lui. E mentre Egwene, ormai stabilmente Amyrlin Seat, deve confrontarsi con Mesaana, una dei Reietti che da tempo si nasconde all’interno della Torre Bianca, Elayne sta consolidando il suo potere nell’Andor. È qui che arriva Mat, con la sua Banda della Mano Rossa, costretto da un giuramento ad attendere a Caemlyn prima di imbarcarsi in un’impresa impossibile per salvare una persona che tutti credevano morta. Dopo tante peripezie, tutti i protagonisti si ricongiungeranno per affrontare Tarmon Gai’don. Il penultimo episodio di un ciclo che con la sua potente ed essenziale visione del Bene e del Male ha appassionato milioni di lettori.
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«Che io sia folgorato, dove sono quegli arcieri!» Rodel Ituralde si arrampicò fino in cima al pendio. «Li volevo in formazioni sulle torri avanzate un’ora fa per dare il cambio ai balestrieri!»

Davanti a lui, risuonavano i fragori, le urla, i grugniti, i tonfi e il frastuono della battaglia. Una banda di Trolloc si era precipitata ad attraversare il fiume, superandolo grazie a zattere da guado o a un rozzo ponte galleggiante fatto con tronchi legati assieme. I Trolloc odiavano attraversare l’acqua. Dovevano sforzarsi parecchio per farlo.

Questo era il motivo per cui questa fortificazione era così utile.

Il fianco della collina digradava direttamente verso l’unico guado di dimensioni ragionevoli per diverse leghe. A nord, i Trolloc ribollivano attraverso un valico fuori dalla Macchia e giungevano dritto nel fiume Arinelle. Quando potevano essere costretti ad attraversarlo, si trovavano di fronte il fianco della collina, dove erano state scavate trincee, su cui erano stati impilati dei bastioni e in cima alla quale erano state poste delle torri per gli arcieri. Non c’era modo per raggiungere la città di Maradon dalla Macchia senza passare per questa collina.

Era una posizione ideale per trattenere una forza molto più numerosa, ma perfino le fortificazioni migliori potevano essere sopraffatte, in particolare quando i tuoi uomini erano stanchi dopo settimane di combattimenti. I Trolloc avevano attraversato ed erano risaliti su per il pendio sotto una pioggia di frecce, cadendo nelle trincee, avendo difficoltà a sormontare gli alti bastioni.

Il fianco della collina aveva in cima un’area piatta, dove Ituralde aveva la sua postazione di comando, nel campo superiore. Impartiva gli ordini mentre guardava giù verso la massa intrecciata di trincee, bastioni e torri. I Trolloc stavano morendo per mano di picchieri dietro uno dei bastioni. Ituralde osservò finché l’ultimo dei Trolloc — una bestia enorme dalla faccia da ariete — ruggiva e moriva con tre picche in pancia.

Pareva come se stesse arrivando un’altra ondata, con il Myrddraal che guidava un’altra massa di Trolloc attraverso il valico. Nel fiume erano caduti abbastanza corpi da intasarlo per il momento, facendolo scorrere rosso, con le carcasse che fornivano un passaggio per quelli che stavano arrivando di corsa.

«Arcieri!» tuonò Ituralde. «Dove sono quei dannati...»

Finalmente una compagnia di arcieri gli corse davanti, alcune delle riserve che lui aveva tenuto indietro. Per la maggior parte avevano la carnagione ramata dei Domanesi, anche se mischiati fra loro c’erano alcuni Tarabonesi sparsi. Portavano un’ampia varietà di archi: stretti archi lunghi domanesi, archi corti serpentini saldeani recuperati da posti di guardia o villaggi, perfino qualche alto arco lungo dei Fiumi Gemelli.

«Lidrin» chiamò Ituralde. Il giovane ufficiale dagli occhi duri si precipitò per il fianco della collina da lui. L’uniforme marrone di Lidrin era stazzonata e sporca alle ginocchia, non perché fosse indisciplinato, ma perché c’erano delle volte in cui i suoi uomini avevano bisogno di lui più di quanto avessero bisogno del bucato.

«Vai con quegli arcieri alle torri» disse Ituralde. «Quei Trolloc stanno per tentare un altro assalto. Non voglio che un altro manipolo faccia irruzione sulla sommità, sono stato chiaro? Se conquistano la nostra posizione e la usano contro di noi, la mia sarà una mattinata pessima.»

Lidrin non sorrise a quel commento, come avrebbe potuto fare una volta. Non sorrideva quasi per niente, ormai; di solito solo quando riusciva a uccidere un Trolloc. Gli rivolse il saluto, voltandosi per correre dietro agli arcieri.

Ituralde si voltò e guardò giù lungo il versante posteriore della collina. Lì era situato il campo inferiore, all’ombra delle ripide pendici. Questa collina un tempo era stata una formazione naturale, ma i Saldeani l’avevano modificata nel corso degli anni, con un lungo pendio che si estendeva verso il fiume e uno più ripido dal lato opposto. Nel campo inferiore, le sue truppe potevano dormire e mangiare, e lì le loro provviste potevano essere protette, tenute al sicuro dalle frecce nemiche dalle ripide pendici su cui ora si trovava Ituralde.

Entrambi i suoi campi, quello superiore e quello inferiore, erano raffazzonati. Alcune delle tende erano state comprate da villaggi saldeani, altre erano di fattura domanese e dozzine erano state portate tramite passaggi da ogni dove. Un vasto numero di esse erano enormi strutture cairhienesi con motivi a strisce. Tenevano i suoi uomini lontano dalla pioggia e questo era sufficiente.

Di sicuro i Saldeani sapevano come costruire le fortificazioni. Se solo Ituralde fosse stato in grado di convincerli a lasciare il loro nascondiglio nella città di Maradon e a venire ad aiutarli.

«Ora,» disse Ituralde «dove...»

Si interruppe quando qualcosa oscurò il cielo. Ebbe a malapena il tempo di imprecare e di tuffarsi al riparo quando piovve una raffica di grossi oggetti, in un arco alto per poi cadere sul campo superiore, suscitando urla di dolore e confusione. Quelli non erano macigni: erano cadaveri. I massicci corpi di Trolloc morti. L’esercito della Progenie dell’Ombra aveva infine sistemato i suoi trabucchi.

Una parte di Ituralde era impressionata di averli portati a tanto. Senza dubbio quell’equipaggiamento d’assedio era stato portato per l’assalto a Maradon, che era poco più a sud. Montare i trabucchi dall’altra parte del guado per attaccare invece le linee di Ituralde non solo avrebbe rallentato la Progenie dell’Ombra, ma avrebbe esposto i loro trabucchi al suo contrattacco.

Lui non si era aspettato che scagliassero carcasse. Imprecò quando il cielo si oscurò di nuovo, con altri corpi che cadevano e abbattevano tende o schiacciavano soldati.

«Guaritori!» tuonò Ituralde. «Dove sono quegli Asha’man?» Aveva preteso molto dagli Asha’man fin da quando questo assedio era cominciato. Fino all’orlo dell’esaurimento. Ora li teneva indietro, usandoli solo quando gli assalti dei Trolloc si avvicinavano troppo al campo superiore.

«Signore!» Un giovane messaggero con dello sporco sotto le unghie si precipitò su dalle linee del fronte. Il suo volto da Domanese era terreo ed era ancora troppo giovane per avere dei veri e propri baffi. «Il capitano Finsas riferisce che l’esercito della Progenie dell’Ombra sta spostando i trabucchi entro il raggio. Stando alla sua stima, ce ne sono sedici.»

«Fa’ sapere al capitano Finsas che il suo dannato tempismo potrebbe essere migliore» ringhiò Ituralde.

«Sono spiacente, mio signore. Li hanno fatti avanzare attraverso il valico prima che riuscissimo a renderci conto di cosa stava accadendo. La raffica iniziale ha colpito il nostro posto di guardia. Lord Finsas stesso è rimasto ferito.»

Ituralde annuì; Rajabi stava arrivando per prendere il comando del campo superiore e organizzare i feriti. In basso, parecchi dei corpi avevano colpito anche il campo inferiore. I trabucchi potevano arrivare ad avere l’altezza e la gittata per lanciare sopra la collina fin sui suoi uomini nella loro zona precedentemente sicura. Avrebbe dovuto far arretrare il campo inferiore, più in là per la pianura in direzione di Maradon, il che avrebbe ritardato i tempi di risposta. Dannate ceneri.

Non ho mai imprecato così tanto, pensò Ituralde.

Era quel ragazzo, il Drago Rinato. Rand al’Thor aveva fatto delle promesse a Ituralde, alcune esplicite, altre sottintese. Promesse di proteggere l’Arad Doman dai Seanchan. Promesse che Ituralde poteva vivere, invece di morire intrappolato dai Seanchan. Promesse di dargli qualcosa da fare, qualcosa di importante, qualcosa di vitale. Qualcosa di impossibile.

Trattenere l’Ombra. Combattere finché non fosse arrivato aiuto.

Il cielo si oscurò di nuovo e Ituralde si tuffò nel padiglione di comando, che aveva un tetto di legno come precauzione contro le armi d’assedio. Aveva temuto delle scariche di rocce più piccole, non di carcasse. Gli uomini si sparpagliarono per aiutare a portare i feriti alla relativa sicurezza del campo inferiore e da lì lungo la pianura verso Maradon. Rajabi guidava quello sforzo. L’uomo imponente aveva un collo spesso quanto un frassino di dieci anni, e le braccia quasi altrettanto. Ora zoppicava nel camminare, dal momento che la sua gamba sinistra era stata ferita nel combattimento e amputata sotto il ginocchio. Le Aes Sedai lo avevano guarito meglio che potevano e lui camminava su una gamba di legno. Si era rifiutato di ritirarsi attraverso i passaggi con quelli feriti gravemente e Ituralde non l’aveva obbligato. Non gettavi via un buon ufficiale per via di una ferita.

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