Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Quante ne sono rimaste?»
«Soltanto quattro, quattro grandi battelli a ruota laterale di cui nessuno ha mai sentito parlare.» Porse la lista a Marsh. I nomi erano scritti accuratamente a lettere maiuscole, uno sotto l’altro.
Marsh fissò a lungo il foglio, aggrottando le ciglia. Uno di quei nomi doveva significare qualcosa per lui, lo sapeva, ma non sarebbe riuscito ad immaginare cosa e perché, neppure se ci fosse stata in gioco la sua vita.
«Questi nomi vi dicono qualcosa, Capitano?»
«Non è il B. Schroeder. Lo stavano allestendo a New Albany nello stesso periodo in cui stavano lavorando sul Fevre Dream.» Marsh si grattò la testa.
«L’ultima nave,» disse Grove, indicandone il nome con un dito, «guardate quelle iniziali, Capitano. F. D. Come Fevre Dream, forse.»
«Forse.» Marsh pronunciò i nomi ad alta voce. «F. D. Heckinger. Queen City. Ozy…» Quello era difficile. Fu lieto di non doverne fare lo spelling. «Ozy-man-dee-us.»
Poi la mente di Abner Marsh, la sua lenta e metodica mente che non dimenticava mai nulla, gli fornì di colpo la risposta, come un pezzo di legno trascinato sulla riva dal fiume. Si era già scervellato su quella dannata parola prima, molto brevemente e non molto tempo prima, mentre sfogliava un libro. «Aspettate,» disse a Grove. Si alzò e corse in cabina. I libri erano nel cassetto inferiore della cassettiera.
«Cosa sono?» chiese Grove quando Marsh ritornò.
«Dannate poesie», rispose Marsh. Sfogliò Byron, non trovò nulla, provò con Shelley. Ed era lì davanti a lui. Lo rilesse velocemente, ricadde all’indietro, aggrottò la fronte, lo rilesse di nuovo.
«Capitano Marsh?» disse Grove.
«Ascoltate questo.» E lesse ad alta voce:
«Cos’è?»
«Una poesia. Una dannatissima poesia.»
«Ma cosa significa?»
«Significa,» disse Marsh chiudendo il libro, «che Joshua si sente dispiaciuto e abbattuto. Voi non potreste capire il perché, Mister Grove. La cosa importante è che significa che stiamo cercando un battello chiamato Ozymandias.»
Grove tirò fuori un altro foglio. «Ho ricavato alcune cose dai giornali,» spiegò, consultando i suoi appunti. «Vediamo, quell’Ozy… Ozy… o come si chiama, sta lavorando sul tratto per Natchez. Il proprietario si chiama J. Anthony.»
«Anthony. Per l’inferno. Il secondo nome di Joshua era Anton. Natchez, avete detto?»
«Da Natchez a New Orleans, Capitano.»
«Questa notte, resteremo qui. Domani riprenderemo il viaggio, e ci dirigeremo a Natchez. Mi sono spiegato, Mister Grove? Non voglio perdere un solo minuto di luce. Quando spunta il dannato sole, voglio il vapore al massimo, così saremo pronti a salpare.»
Forse al povero Joshua non era rimasto altro che la disperazione, ma Abner Marsh aveva molto di più. Aveva dei conti da regolare, e quando avrebbe finito, di Damon Julian non sarebbe rimasto niente di più di quel che era rimasto di quella dannata statua di cui parlava la poesia.
CAPITOLO VENTITREESMO
Abner Marsh non dormì quella notte. Trascorse le lunghe ore d’oscurità sulla sua sedia sul ponte di coperta, con la schiena rivolta alle fumose luci di Vicksburg, guardando il fiume. La notte era fresca e tranquilla, l’acqua era simile a vetro nero. Di quando in quando, un battello appariva all’orizzonte, avvolto in fiamme, fumo e ceneri, e quella tranquillità s’infrangeva al suo passaggio. Ma poi la nave avrebbe attraccato o continuato, e il suono del fischio si sarebbe lentamente spento, e l’oscurità si sarebbe ricostituita compatta. La luna era un dollaro d’argento che fluttuava sull’acqua e Marsh udì umidi scricchiolii provenire dallo stanca Eli Reynolds, e di tanto in tanto una voce o dei passi o forse frammenti di canzoni provenienti da Vicksburg e, sempre, come sottofondo, il rumore del fiume, l’impeto delle acque senza fine che urtavano il suo battello, spingendolo, cercando di trascinarlo via, a sud, a sud, dove il Popolo della Notte e il Fevre Dream erano in attesa. Marsh si sentì stranamente catturato della bellezza della notte, da quell’incanto oscuro che aveva tanto colpito quell’inglese di Joshua. Inclinò la sedia all’indietro contro la vecchia campana del battello e fissò la luna, le stelle e il fiume, pensando che forse quello sarebbe stato l’ultimo momento di pace che avrebbe avuto. Poiché l’indomani, o certamente il giorno ancora successivo, avrebbero trovato il Fevre Dream, e l’incubo dell’estate sarebbe ricominciato. La sua testa era zeppa di tristi presentimenti, piena di ricordi e visioni. Continuava a vedere, nella sua mente, Jonathan Jeffers con il suo bastone animato, così dannatamente baldanzoso e così dannatamente senza speranza quando Julian si era infilzato sulla lama. Riudì il rumore del collo del commissario quando Julian lo aveva spezzato, e ricordò il modo in cui gli occhiali di Jeffers erano caduti, il luccichio dell’oro mentre urtavano il ponte, il terribile, lieve rumore che avevano provocato. Le sue grandi mani si strinsero con forza intorno al bastone da passeggio. Guardando il fiume immerso nell’oscurità, rivide anche altre cose. Quella manina infilzata sul coltello, che gocciolava sangue. Julian che beveva lo scuro elisir di Joshua. Le macchie umide sulla mazza di ferro di Mike il Peloso quando aveva eseguito quel macabro compito nella cabina. Abner Marsh aveva avuto paura, una paura che non aveva mai provato. Per scacciare gli spettri che vagavano nella notte, richiamò alla memoria il suo sogno, una visione di lui con il fucile da bisonte in una mano davanti alla porta della cabina del capitano. Sentì il fucile ruggire, sentì il suo terribile rinculo e vide il pallido sorriso di Damon Julian e i neri riccioli esplodere, come un melone gettato dall’alto, un melone pieno di sangue. Ma in qualche modo, anche quando il viso fu ormai spappolato e il fumo del fucile si dissolse, gli occhi erano ancora lì, che lo fissavano, che lo invitavano, che risvegliavano cose che erano in lui, ira, odio e i sentimenti più profondi, più oscuri. Gli occhi erano neri come l’inferno, iniettati di sangue, baratri senza fine ed eterni come il fiume, occhi che lo chiamavano, che eccitavano la sua lussuria, la sua sete di sangue. Fluttuarono davanti a lui, e Abner Marsh scrutò dentro di essi, nella tiepida oscurità, e vi intuì la risposta, il modo di fermarli, un modo migliore e più sicuro delle spade o dei paletti o dei fucili da bisonte. Il fuoco. Sul fiume, il Fevre Dream stava bruciando. Abner Marsh provò tutto. Il terribile improvviso ruggito che gli spaccò i timpani, peggiore di qualsiasi tuono. Le ondate di fiamme e fumo, di frammenti incandescenti di legno e di carbone che si spargevano dappertutto, il vapore surriscaldato che fuoriusciva liberamente, nuvole di bianca morte che avviluppavano la nave, pareti che esplodevano ed ardevano, corpi in fiamme o ustionati che volavano per aria, i fumaioli che si fendevano e collassavano, urla, il battello che si inclinava e affondava, sfrigolando, sibilando e fumando, fin quando non rimase null’altro che legno bruciato e un fumaiolo che spuntava dall’acqua con un’angolazione bizzarra. Nel sogno, quando le caldaie esplosero, il nome dipinto su di esse era ancora Fevre Dream.