Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Ould-Harrad replicò, pacatamente: — Dobbiamo lottare per bilanciare il punto di vista di tutti.
Carl non era mai stato in gamba con le parole, non aveva la sicurezza e la melliflua abilità di un amministratore, e non aveva nessun magico sistema per convincere Linbarger o Ould-Harrad. Tutte queste interminabili chiacchiere! Digrignò i denti, irritato, si alzò in piedi, e se ne andò senza nessun'altra parola.
SAUL
Non abbiamo prestato attenzione pensò Saul. È stato questo il nostro errore fondamentale, durante questi ultimi secoli. La natura fioriva ed esplodeva di vita tutt'intorno a noi, e non le abbiamo mai prestato un'attenzione abbastanza rispettosa.
Aspettava che gli altri arrivassero nel colombario Uno, cercando di riposarsi in quei pochi momenti di libertà. Evitando di pensare all'incontro giornaliero al colombario che stava per incominciare.
Pensereste che abbiamo capito la faccenda del calcare. Ebbe un pallido sorriso. Soltanto la Terra verdeazzurra germogliava di vita. E la Terra era risultata l'unico pianeta con un'atmosfera di ossigeno, densa ma sufficientemente trasparente da permettere al calore eccedente di sfuggire. C'erano volute generazioni per rendersi conto che non era quest'ultimo fatto a causare il primo. No, era il contrario. La vita… trilioni di minuscole cellule nei primi giorni della Terra… aveva estratto il carbonio dall'atmosfera primordiale, immagazzinandolo nei propri corpi; le cellule avevano sedimentato sul fondo degli oceani, diventando letti di calcare… cambiando con questo processo l'atmosfera stessa.
La scienza si arrabattava ancora con il concetto che la vita potesse essere un motore nell'evoluzione dei mondi, piuttosto che un semplice passeggero passivo, sballottato tutto intorno dai venti violenti del destino astronomico. Dopo i panorami desolati di Venere e di Marte, gli scienziati supponevano ancora che dei minuscoli mutamenti di massa planetaria, o della distanza dal Sole, rendessero la vita impossibile. Come tutti gli altri, lui aveva ignorato la possibilità che la vita si fosse generata nelle comete. Essa aveva anche plasmato quella particella di ghiaccio, scavando caverne e spargendo semi.
Una minuscola Gaea… un'ecosfera autoregolata sigillata nel ghiaccio, che rivive quando la rapida, calda carezza del Sole giunge, esiliando per un breve periodo la lunga notte… e forse anche trilioni di altre che giungono sfrecciando dal buio lontano…
Avrebbe dovuto meditarci sopra, se mai avesse avuto un secondo libero…
— Cielo, come sei sereno. — L'affettuoso, cadenzato sarcasmo di Virginia, penetrò nelle sue riflessioni come una lama.
— Uh? No, è soltanto la mia rituale preoccupazione. — Si rizzò a sedere, avvertendo dei sordi dolori ridistribuirglisi nelle gambe e nella schiena, perfino in quella debole gravità.
Virginia si sedette accanto a lui sulla stretta panchina che era l'unico arredamento nella stanza di osservazione del colombario Uno. Alla pallida luce smaltata la studiò con meraviglia. Era in forma, e sicura di sé. Il suo pullover verde-latte copriva ma non nascondeva il suo ventre piatto, il seno sodo e svettante, una calma muscolare. L'asettico aspetto di quella stanza ottundeva i suoi sensi, ma Virginia la redimeva con la sua morbida e calda presenza, richiamando alla memoria l'umida aria delle Hawaii, gravida di aromi. Eppure lei si paragona alle sue macchine, fredda, con la certezza di un cyborg. Quanto si sbaglia!
Il quieto conforto dell'essere con lei gli ricordava altri giorni, appartamenti angusti e affollati, le fiamme del gas che lambivano il buio mentre gli amici parlavano fino a notte fonda, pasti fatti di carni pepate e cipolle croccanti, la sensazione avvolgente di un ordine naturale perenne…
Troncò il pensiero. La nostalgia lo rinserrava dolcemente con dita cave e pelose tutte le volte che lo consentiva, e quello di sicuro non era il momento.
Virginia disse con allegria: — Assomigli a qualcosa che il gatto ha appena portato dentro. — Si grattò la nuca.
— Non puoi farmi girare la testa con dei semplici complimenti —. Si sfregò gli occhi. — Inoltre, non abbiamo nessun gatto.
— È una fortuna che non abbiano scongelato subito i tesorucci. Pensi che sarebbero suscettibili?
— Naturalmente. Questi viroidi adorano i tessuti polmonari. Sospetto che alcuni si diffondano attraverso l'aria.
— Allora Macchia e Ricciolo ci rimetterebbero anche loro le penne.
— Decisamente.
Non le disse che lui e Matsudo avevano già scongelato alcuni conigli e scimmie. Avevano dovuto farlo, per provare una nuova cura. Naturalmente quelle povere bestie avevano dovuto venir sacrificate. Lui non era mai stato capace di fare quel tipo di lavoro senza provare una punta di colpevolezza. Eppure, hai ben scelto di fare il biologo…
Virginia guardò fuori attraverso la parete trasparente, là dove parecchie figure in tuta stavano lavorando sopra dei pallidi corpi che parevano di cera. — Se soltanto potessimo impedire a quella roba di diffondersi! Soprattutto la poltiglia verde, che si abbarbica alle pareti… Mi dà i brividi.
— Sospetto che gli algoidi e i lichenoidi non siano il vero pericolo.
— Si stanno diffondendo così in fretta!
— Ci sono tante varietà, che è difficile controllarle perfino con le microonde. Ma stiamo facendo progressi.
Virginia arricciò il naso. — Quella roba puzza.
Un sorriso lontano, tutto interiore, corrugò la pelle coriacea di Saul. — L'anestesia viene per ultima. Sempre che venga.
Virginia corrugò la fronte: — Pensi che stai imparando… be'… abbastanza in fretta?
— Mio padre ha sempre detto che la vita è come un concerto di violino mentre s'impara lo strumento.
Virginia sorrise. — E mentre tutti quelli che ami ti guardano.
— Proprio così —. Era conscio che Virginia stava cercando di tirarlo su di morale, ma un semplice sorriso radioso non era sufficiente. Lui conosceva i propri umori, gli incostanti scoraggiamenti che l'avevano colto con maggiore regolarità in quegli ultimi anni.
Non che adesso non ci fossero ampi motivi per averne, naturalmente. Con più autocoscienza di quanta avrebbe voluto, capiva che le sue riflessioni erano un'ulteriore forma di evasione. Sin dalla caduta di Gerusalemme aveva trovato assai più facile meditare, pontificare, che buttarsi a capofitto nel crudo mondo, per sentire tutte le sue punzecchiature e i graffi. Aveva ancora bisogno della sicurezza concessagli dai suoi calli emotivi.
Virginia si era accorta del suo umore. Infilò una mano tra le sue e disse a bassa voce: — Lo so… — Lui le strinse la mano. — Se c'è qualcosa…
— Sistema subito questa faccenda — disse un uomo magro ad alta voce mentre entrava nella stanza insieme a Suleiman Ould-Harrad. — Che io sia dannato se li lascerò fare mentre noi ce ne stiamo seduti a guardare.
Linbarger annuì nella loro direzione, il volto magro in preda a una dura decisione. — Ho pensato… è ovvio… dobbiamo tenere al vertice la gente normale, dove possano assicurarsi che ogni cosa funzioni bene. Non possiamo permettere che i percell salgano di grado! Se il tasso delle perdite continuerà così, saranno più numerosi di noi, potrebbero perfino arrivare a due contro uno. A meno che non siamo noi a tenere le posizioni di comando, saranno loro a prendere ogni decisione, passando dritti sopra i nostri interessi.
Ould-Harrad parve imbarazzato. — Dovrò confer…
— Con nessuno! Questa è una decisione esecutiva, che devi essere tu a prendere. Comincia a metterla ai voti e saremo spacciati.
Saul fece una smorfia. — È così che sembrano le cose?