Pianeta di caccia [Grass - it]
- Автор: Tepper Sheri S.
- Серия: Arbai (it) #1
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0220-9
- Переводчик: Alessandro Zabini
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
In un prato, fra i colli, sedevano veltri grigi, verdi come alghe, o viola, con le teste ritte e le zanne snudate, gemendo e ululando ritmicamente, gli occhi bianchi e vacui fissi al cielo sconfinato che sembrava cadere, mentre la loro pelle si contraeva e si deformava, come se prede inghiottite intere si sforzassero in ogni modo di liberarsi.
Ai margini della conca colma di profumo, Marjorie giaceva fra l’erba, con la lingua gocciolante che ciondolava dalla bocca spalancata.
Nel ripido versante del colle di fronte si aprivano a intervalli regolari gli alti ingressi di una grotta, dove la luce del mattino entrava ad illuminare due Hippae che, con la testa gettata all’indietro e le corna cozzanti, danzavano tracciando percorsi sinuosi.
Fra i veltri accucciati si scorgevano mucchi di sfere perlacee grandi come le loro teste. Parecchi migerer erano intenti a spargere le sfere al sole, rotolarle, prenderle fra le zampe anteriori unghiute, e auscultarle: erano forse uova?
Davanti alla caverna vi erano alcune dozzine di rane informi: soltanto l’incresparsi della loro pelle rivelava che erano vive.
Marjorie era così oppressa dal profumo, che aveva l’impressione di essere uno straccio steso nell’erba: uno straccio con gli occhi.
Sebbene avessero le zampe più corte, i veltri erano grandi come cavalli da tiro. Le rane avevano dimensioni doppie rispetto al solito. Nella caverna, innumerevoli creature nere e zannute, simili a pipistrelli, danzavano nell’aria.
Un pipistrello si posò sul collo di un veltro, vi rimase aggrappato per un poco, quindi riprese il suo volo rapido e disordinato. Un veltro ansimò, emise un lungo ululato che si ridusse a un uggiolio, e riprese ad ansimare. Sul prato soleggiato, le rane si trasformavano in sfere perfettamente lisce.
Era così familiare. Da qualche parte, di recente, Marjorie aveva già visto qualcosa di simile.
Poco a poco ogni suono si spense. Tutte le creature rimasero immobili, come paralizzate. Anche gli spasmi della pelle dei veltri cessarono. Seguì un lungo silenzio.
Dalla caverna uscì lentamente un Hippae, sollevando molto le zampe ad ogni passo, con le narici dilatate, lanciando latrati di avvertimento. Dopo un poco, l’altro Hippae uscì a sua volta e si pose di fronte al primo, col collo piegato e gli occhi stralunati, latrando a sua volta.
Entrambi arretrarono, volgendo la testa, curvando il collo, talché le corna si aprirono sempre più, come un ventaglio di spade; poi si scagliarono l’uno contro l’altro, trafiggendosi i fianchi e martellando il suolo con gli zoccoli taglienti e scintillanti, mentre il sangue scorreva dalle lunghe ferite sui loro corpi.
Intanto che le cariche si susseguivano, Marjorie si raccolse mentalmente in se stessa, diventando piccina piccina.
Finalmente un Hippae cadde in ginocchio e tardò a rimettersi in piedi. L’altro arretrò fin davanti alla caverna, vi rovistò, e mostrò la groppa all’avversario sconfitto, cominciando a scagliare con le zampe nere creature che, atterrando, scoppiavano in nubi di polvere nera.
Come aveva detto Sylvan, gli Hippae si scagliavano pipistrelli morti.
Silenzio. Un gioco. Il gioco, in silenzio.
Il vittorioso Hippae scosse la testa. Con le zanne, raccolse pipistrelli dagli ingressi della caverna, li gettò all’aperto, e si volse di nuovo a scagliarli con le zampe. Quando un pipistrello gli colpì la testa, coprendola di polvere nera, l’Hippae sconfitto muggì piano, si alzò a fatica, e se ne andò su per il versante, scomparendo oltre il crinale.
Quello che sembrava essere stato un duello rituale era concluso.
All’improvviso, mentre Marjorie si trovava sopravvento, si udì un rumore: una rana gonfia si squarciò e comparve la testa di un veltro, triangolare, zannuta, seguita dalle zampe anteriori, e poco a poco dal resto del corpo. Piccolo, vacillante, ridicolmente fragile, il cucciolo si alzò ed entrò nella caverna, badando ad evitare le uova.
Marjorie sentì lappare all’interno della grotta.
Dopo un lungo intervallo, il cucciolo usci, con le fauci gocciolanti, già più sicuro sulle zampe, con la pelle lustra e umida. Quando l’Hippae fischiò dal crinale, il giovane veltro sali il versante, pascolando la corta erba azzurra, e intanto parve crescere a vista d’occhio; infine se ne andò, lentamente, ma risolutamente.
Il vento rinforzava.
Un altro rumore, come di uno strappo, indusse Marjorie a riguardare il prato: una fila di corna spuntò dalla pelle squarciata di un veltro e la testa di un Hippae con gli occhi chiusi spuntò, come poco prima il veltro era uscito da una rana lacerata.
Nel silenzio assoluto, il processo di metamorfosi fu interrotto.
Il vento sempre più forte disperdeva il profumo.
Cosa faccio qua sdraiata? pensò Marjorie. Soltanto i miei occhi sono tridimensionali: soltanto gli occhi. E fanno male. Sbatté le palpebre, sentì gli occhi asciutti, e capì di essere rimasta senza batter ciglio per molto tempo. La nuca le prudeva, come se qualcuno la stesse osservando. Si girò a guardare fra le erbe e fu certa della presenza di una creatura, anche se non la vide, né la udì. Strisciò giù per il versante, trovò Don Chisciotte dove lo aveva lasciato, coricato su un fianco, però con la testa alta, le orecchie ritte, le narici dilatate e tremanti.
Il sole stava calando verso l’orizzonte e le erbe alte gettavano lunghe ombre sinistre negli avvallamenti.
Marjorie fece alzare Don Chisciotte, lo montò e lasciò che fosse lui a scegliere la direzione: confidava nella sua abilità per tornare a Collina d’Opale, ammesso che ciò fosse possibile.
Seguendo un tragitto più breve e diretto di quello dell’andata, lo stallone procedette ancora come se qualcuno lo chiamasse per nome e lo guidasse. Era tanto consapevole quanto Marjorie che l’oscurità si addensava rapidamente, e molto di più lo era della minaccia in agguato fra le erbe, perché, a differenza di lei, fiutava molti Hippae, vicini ma sopravvento. Poco a poco, vagando come alla ricerca di qualcosa, i mostri giganteschi si avvicinarono. Don Chisciotte aumentò l’andatura e, tracciando una lunga curva, si allontanò sempre più dagli Hippae.
Una creatura nascosta nella prateria approvò la sua tattica e gli disse che era un bravo cavallo.
Al crepuscolo, Marjorie e Don Chisciotte arrivarono alle stalle di Collina d’Opale, dove lo stalliere attendeva, scrutando l’orizzonte: — Vostro figlio vi ha cercata, lady — annunciò ansiosamente. — È arrivato un messaggio per voi da Klive.
Tremante, Marjorie rimase immobile accanto al cavallo, incapace di rispondere.
— Lady, vi sentite male?
— No, sono soltanto stanca — mormorò Marjorie, frastornata, quasi in preda alle vertigini. La recente esperienza le sembrava un sogno. Davvero si era recata da sola nella prateria? Nello sguardo dello stallone lesse una consapevolezza tutt’altro che animale, e, per qualche inesplicabile ragione, non ne fu affatto sorpresa. — Bravo Don Chisciotte — disse, accarezzandogli il collo con entrambe le mani. — Bravo cavallo. — Lo lasciò con un’ultima percossa affettuosa e s’incamminò celermente per il sentiero, quasi vacillando.
Tony la attendeva nel terrazzo: — Dove sei stata? Non mi dirai che te ne sei andata da sola nella prateria per un giorno intero!? Davvero, mamma! Hai un aspetto terribile!
Marjorie decise di non rispondere. Quale che fosse il suo aspetto, si sentiva meglio. Per la prima volta da quando era arrivata su Grass, si sentiva davvero risoluta. — Lo stalliere mi ha riferito — disse — che è arrivato un messaggio per me.