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L'ultima fase [Blood Music - it]

Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:

Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?

Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
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— Venite con me, Kenny. Tu, Howard e la Mamma. Torneremo a casa…

— Brooklyn non esiste più.

— Gesù! Sei come un fantasma o… non so ancora. Non posso neppure parlare razionalmente con te.

Kenneth le indicò l’ascensore. — Fiorellino…

— Smettila di chiamarmi così, maledizione! Io sono tua sorella, disgraziato! E tu te ne vai, mi lasci sola qui a…

— Questa è stata la tua scelta, Suzy — disse Kenneth con calma.

— Volete fare di me una zombie.

— Tu sai che non siamo zombies, Suzy. Hai sentito cosa sono loro e cosa possono fare per te.

— Ma io non sarò più me stessa!

— Smettila di gridare. Tutti noi cambiamo.

— Non a questo modo!

Kenneth la fissò addolorato. — Oggi sei diversa da quando eri una bambinetta. Hai mai avuto paura di crescere, forse?

Lei si accigliò. — Sono ancora una bambinetta. Sono tarda di mente. Questo è quel che dicevano tutti.

— Hai mai avuto paura al pensiero che non saresti rimasta sempre una bambina? Questa è la differenza. Tutti gli altri sono imprigionati nei loro corpi di esseri-bambini. Noi no. Anche tu potresti crescere.

— No — disse Suzy. Volse le spalle all’ascensore. — Torno a parlare con Mamma. — Kenneth la afferrò per un braccio.

— Loro non sono più là — disse. — Costa davvero fatica, sai, essere ricostruiti a questo modo.

Suzy si liberò dalla sua mano, poi corse nell’ascensore e si appoggiò con le spalle alla parete. — Scenderai giù con me? — ansimò.

— No — rispose Kenneth. — Ora torno indietro. Noi ti amiamo sempre, Fiorellino. Veglieremo su di te. Hai più madri e fratelli e amici di quanti non ne abbia mai avuto. Forse ci lascerai tornare con te qualche volta.

— Vuoi dire dentro di me, come loro?

Kenneth annuì. — Noi saremo sempre intorno a te. Ma non ricostruiremo i nostri corpi per te.

— Voglio scendere, adesso — disse lei.

— Scendi, allora — disse Kenneth. La porta dell’ascensore cominciò a chiudersi. — Arrivederci, Suzy. Abbi cura di te.

— Kenny… KENNETH! — Ma l’ascensore era già in moto e il suo grido si spense sui battenti serrati. In piedi al centro della cabina si passò le mani fra i lunghi e scompigliati capelli biondi, e attese.

La porta si riaprì.

Il grande atrio era un reticolato di archi e strutture grigie dall’apparenza solida, sui quali poggiava la mole del grattacielo. Immaginò — ricordando ciò che le avevano mostrato — che il ristorante e il pozzo dell’ascensore fossero tutto quel che restava del grattacielo originale, lasciato intatto solo per lei.

Dove andrò?

Avanzò su un lucido pavimento grigio e rosso, non moquette, non cemento, bensì qualcosa che cedeva impercettibilmente come il sughero. Un lenzuolo bianco e marroncino, l’ultimo pezzo che vedeva attorno di quella sostanza particolare, scivolò sulla porta dell’ascensore e la sigillò con un sibilante fruscio.

Si avviò sotto l’intreccio di arcate, aggirando protuberanze cilindriche rosse e grigie, e lasciando la penobra dell’edificio in via di trasformazione uscì nella luce diurna filtrata dalle nuvole.

La Torre Nord era rimasta sola. L’altra torre era stata smantellata. Tutto ciò che restava del World Trade Center era una larga spirale tubolare, liscia e grigia in certi punti, rugosa e nera in altri, con ricami simili a spine che sporgevano attraverso il rivestimento esterno.

Fra la piazza, ora trasformata in una strana foresta di minuscoli alberi a forma di ventaglio, e la riva del fiume non c’era nulla che superasse l’altezza di cinque metri.

S’incamminò fra i ventagli che ondeggiavano dolcemente sul loro breve tronco rosso e raggiunse il fiume. L’acqua era una solida gelatina grigioverde, senza onde, liscia e lucida come uno strato di vetro. Al di là sorgevano le piramidi e le sfere irregolari di Jersey City, simili a una strana collezione di giocattoli educativi per bambini, e il loro riflesso nel fiume solidificato era nitidissimo, perfetto.

Il vento sospirava piacevolmente. Avrebbe dovuto essere freddo, o almeno fresco e umido, ma l’aria era calda. La ragazza si sentiva dolere il petto per lo sforzo di non piangere. — Mamma — disse in un gemito. — Io voglio soltanto essere ciò che sono. Niente di più. Niente di meno. — Niente di più? Suzy, questa è una bugia, pensò.

Rimase a lungo immobile sulla riva del fiume, poi si volse e cominciò a camminare a caso attraverso l’isola di Manhattan.

XLI

A Bernard, il ridicolo ambiente in cui aveva vissuto per tante settimane appariva la più insignificante fra le due realtà.

Non lavorava molto, adesso. Se ne stava disteso sul letto, con la tastiera del terminale sotto un braccio, e aspettava e rifletteva. Sapeva che all’esterno la tensione stava crescendo. Lui ne era il centro.

Paulsen-Fuchs non aveva alcun modo d’impedire che quei due milioni di persone arrivassero fin lì, facendo a pezzi lui e il laboratorio. (Gli abitanti del villaggio con le torce. E lui era sia il dottor Frankenstein sia il mostro. Ignoranti e terrorizzati contadini che facevano la volontà di Dio.)

Nel sangue e nella carne lui portava frammenti di Vergil I. Ulam, di suo padre e di sua madre, di gente che non aveva mai conosciuto, morta forse da migliaia d’anni. E aveva dentro anche milioni di duplicati di se stesso, che fluttuavano immersi nel mondo dei noociti scoprendone le leggi: le leggi di un universo celate in una cellula, quelle vecchie e quelle nuove, e quelle ancora solo potenziali.

E tuttavia… dov’era la polizza d’assicurazione, la garanzia che non lo avrebbero ingannato? Cosa l’aspettava se avevano congiurato mostrandogli dei falsi sogni per renderlo remissivo, drogandolo per facilitare la metamorfosi? E se le loro spiegazioni non fossero state che un modo per indorargli la pillola? Non aveva nessuna prova che i noociti mentissero… ma com’era possibile dire se creature così aliene mentivano, o sapere se capivano il concetto stesso di menzogna?

(Olivia. Due mesi dopo il loro unico appuntamento aveva saputo che lei aveva rotto col fidanzato. L’ultimo giorno di scuola s’erano scambiati un sorriso… e ciascuno se n’era andato per la sua strada. Lui era stato… cosa? Timido? Incapace? Troppo romantico, troppo innamorato quell’unica petrarchesca e deliziosa sera? Lei dov’era… nella biomassa del Nord America?)

E anche se accettava ciò che gli avevano detto, certamente non gli era stato detto tutto. Restavano migliaia di domande, alcune sciocche, molte importanti. Lui restava sempre, dopotutto, un individuo (lo era ancora?) a cui era stata presentata un’esperienza virtualmente ignota.

I gruppi di comando — i ricercatori — nessuno adesso gli dava risposta.

Nel Nord America… cos’era successo a tutta la gente malvagia i cui ricordi venivano preservati dai noociti? Certamente erano stati tolti via da quel mondo in cui avevano compiuto le loro malvagità, meglio che se fossero in prigione… ben più che tolti di mezzo. Ma essere malvagio significava cattivi pensieri, significava essere una cellula cancerogena nella società, una presenza imprevedibile e pericolosa, e lui non stava pensando solo ai maniaci omicidi. Stava pensando ai politicanti troppo avidi o ciechi per sapere quel che stavano facendo, ai colletti-bianchi capaci di rovinare con un gesto migliaia di piccoli risparmiatori, alle madri e ai padri troppo idioti per capire che non si deve picchiare a morte un figlio. Cos’era successo a quella gente e ai milioni di altri malvagi inseriti, rimescolati in quella nuova società?

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