L'ultima fase [Blood Music - it]
- Автор: Бир Грег
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0180-6
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
A ovest il cielo era soffuso d’un brillante colore porpora. Di solito il tramonto spandeva veli arancone e rossi nell’aria; l’orizzonte non era mai stato così elettrico.
Accese la radio e si distese con un orecchio appoggiato all’altoparlante. Aveva sempre tenuto basso il volume con l’idea di risparmiare le batterie, benché sospettasse che l’espediente non servisse a nulla. La stazione inglese sulle onde corte, come al solito chiara, si fece udire subito. Regolò la sintonia e scivolò più all’interno sotto i tubi.
— … manifestanti che nella Germania Occidentale hanno circondato gli impianti della Pharmek dov’è ospitato Michael Bernard, sospetto portatore del morbo venuto dagli Stati Uniti. Mentre l’epidemia non si è ancora sparsa da nessuna parte, eccetto il Nord America, la tensione continua a crescere. Da oltre le frontiere chiuse della Russia… — Il segnale svanì e lei tornò a sintonizzare.
— … carestia in Romania e in Ungheria, già da tre settimane, e purtroppo si prevede che nulla possa ormai…
— … la signora Thelma Rittenbaum, nota psicologa di Battersea, afferma di sognare ogni notte che Cristo è risorto nel Nord America, dove risveglierà i morti per formare un esercito che marcerà sul resto del mondo. — Qui fu mandata in onda una voce femminile, registrata male, che in tono esagitato pronunciò qualche frase inintellegibile.
Il resto delle notizie riguardava l’Europa e l’Inghilterra. Ed era la parte che Suzy preferiva, poiché ogni tanto riusciva a darle l’impressione che il mondo fosse ancora normale, o almeno sulla via del ritorno alla normalità. Per la sua patria non c’era niente da fare: già da settimane aveva rinunciato a ogni speranza. Ma l’altra gente, al di là dell’oceano, riusciva a vivere la sua vita. Pensare a questo la risollevava.
Non che qualcuno, da qualche parte, sapesse della sua esistenza o gli importasse di lei.
Spense la radio e si rannicchiò al calduccio, ascoltando il fruscio del liquido che scorreva nelle tubature e i profondi, bassi gemiti metallici che provenivano da qualche luogo lontano da lei.
S’addormentò prima che il buio s’infittisse, mentre le strisce di cielo sopra le tubature si riempivano di stelle. E quando, nel bel mezzo di un sogno in cui stava acquistando vestiti in un negozio, le accadde di svegliarsi…
Qualcosa era drappeggiato su di lei. Lo tastò, insonnolita: stoffa soffice e calda come lana. Annaspò in cerca della torcia e la accese, girando il raggio di luce sul tessuto che aveva addosso. Si trattava di una morbida coperta, azzurra con sottili strisce verdoline: i suoi colori preferiti. Le braccia, senza quella protezione, le si erano intirizzite. Troppo stordita dal sonno per stare a porsi domande si tirò la coperta fino al mento e scivolò di nuovo nel mare dei sogni. Stavolta era una ragazzina e giocava in strada con gli amici d’infanzia, bambine e bambini ormai cresciuti, alcuni dei quali erano poi andati ad abitare altrove.
D’un tratto, l’uno dopo l’altro, gli edifici del quartiere vennero abbattuti. I bambini guardarono smarriti gli uomini con i bulldozer che facevano a pezzi le case dai mattoni rossi. Lei si volse a osservare la reazione dei suoi amichetti e vide che erano diventati adulti, vecchi, e indietreggiavano lanciandole richiami, invitandola a seguirli. Lei cominciava a piangere. Le sue scarpe erano incollate all’asfalto e non riusciva a fare un solo passo. Poi tutte le case vennero rase al suolo, il quartiere fu un ammasso di macerie dalle quali si levavano spunzoni e travature, fra cui la tazza di un cesso che penzolava da una tubatura all’altezza di quello che era stato un primo piano.
— Le cose stanno di nuovo cambiando, Suzy. — Le sue scarpe furono libere e lei si volse. Davanti a lei c’era Cary, imbarazzante nella sua nudità.
— Gesù! Non hai freddo? — chiese lei. — No… non lo sentiresti. Sei soltanto un fantasma.
— Be’, suppongo di sì — sorrise Cary. — Comunque volevamo avvertirti. Capisci? Tutto sta per cambiare ancora, e desideriamo farti sapere che puoi sempre scegliere.
— Non sto sognando, adesso, vero?
— No. — Lui scosse il capo. — Noi siamo nella coperta. Potrai parlarci quando vorrai, giorno e notte, se ne hai voglia.
— La coperta… tutti voi? Mamma, Kenny e Howard?
— E anche moltissimi altri. Tuo padre, se ti va di parlare con lui. È un regalo — le spiegò. — Una specie di regalo d’addio. Noi qui siamo tutti volontari, ma ci sono innumerevoli duplicati di me e degli altri, dei quali abbiamo molto bisogno.
— Dici cose prive di senso, Cary.
— Capirai. Tu sei una ragazza forte, Suzy.
Lo sfondo del sogno cominciò a farsi nebuloso. Stavano entrambi in piedi in una penombra arancione, col cielo che in distanza splendeva di giallo come se ci fossero fuochi all’orizzonte. Cary volse lo sguardo sui dintorni e annuì. — È tutto artistico. Ci sono moltissimi artisti e scienziati, tanto che mi sento sperduto fra essi. Ma potrei diventare uno di loro se volessi. Ci hanno dato tempo. Noi veniamo onorati, Suzy. Loro sanno che li abbiamo creati, e ci trattano veramente bene. Sai, laggiù… — Accennò verso il buio dietro di lui, — potremmo vivere insieme. C’è un posto dove tutti loro pensano. È come la vita reale, il mondo reale. Può essere com’era una volta, o com’è adesso. Può essere come tu vuoi.
— Io non mi unirò a voi, Cary.
— No. Non credo che tu voglia. Io non avevo proprio nessuna scelta quando mi unii a loro, ma non mi lamento. Così come sono adesso non mi piacerebbe più stare a Brooklyn Heights.
— Anche tu sei uno zombie.
— Sono un fantasma. — Le sorrise. — Comunque una parte di me starà con te, se vorrai parlarmi. E un’altra parte se ne andrà quando loro faranno il cambiamento.
— Tutto tornerà com’era una volta?
Lui scosse il capo. — Non sarà mai più lo stesso. E… guarda, io queste cose non le capisco bene, ma non manca molto a un altro cambiamento. Niente sarà mai più uguale a prima.
Suzy lo fissò negli occhi. — Sei venuto così nudo per tentarmi?
Cary abbassò lo sguardo su se stesso. — Non ci avevo neanche pensato — disse. — Questo ti dimostra quanto sto diventando indifferente a certe cose. Non vuoi cambiare idea?
Lei scosse il capo con fermezza. — Io sono l’unica che non si è ammalata — disse.
— Be’, non proprio l’unica. Ce ne sono altri venti o venticinque. Ci prendiamo cura di loro meglio che possiamo.
Lei avrebbe preferito essere l’unica. — Molto gentili! — esclamò, sarcastica.
— Comunque tienti la coperta. Quando ci sarà il cambiamento avvolgitela attorno, è stoffa vera. Lasceremo qui un sacco di roba da mangiare.
— Bene.
— Suppongo che tu stia per svegliarti, adesso. Tolgo il disturbo. Potrai anche vederci quando sarai sveglia. Per un po’.
Suzy annuì.
— Non gettarla via — la avvertì lui. — Altrimenti rischieresti di restare ferita.
— Non la getterò.
— Bene. — Lui allungò una mano e le sfiorò col palmo le braccia incrociate.
Lei aprì gli occhi. L’alba spandeva pallide foschie arancione oltre le tubature. La superficie della fossetta era fredda, come quella dei tubi.
Suzy si strinse addosso la coperta e attese.
XLIII
In piedi nella camera d’osservazione, con le mani poggiate sul tavolo, Paulsen-Fuchs teneva gli occhi bassi. Non sopportava più di guardare ciò che giaceva sul lettino del laboratorio sterile.