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L'ultima fase [Blood Music - it]

Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:

Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?

Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
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— Non si può possedere una donna, Mike. Sono meravigliose compagne se non vuoi possederle.

— Lo so.

— Davvero? Sì, forse sì. Pensai, quando scopersi dell’amante di tua madre, pensai che avrei voluto morire. Faceva male, quasi quanto questa cosa qui. Credevo che lei fosse di mia proprietà.

Bernard desiderò che la conversazione avesse preso un’altra direzione. — A Gerald non importa perdere un anno di scuola.

— A me importava. Io la stavo condividendo con un altro. Anche se una donna ha solo te, la stai condividendo con qualcosa. E per lei è lo stesso con te. Tutto quello che riguarda la fedeltà è un’impostura, una maschera. Mike. Conta il risultato che ottieni. Quello che fai, quanto abilmente lo fai, quanto sei bravo a mascherarti.

— Sì, papà.

— Dico…

— Che cosa? — chiese Bernard, riprendendogli la mano.

— Siamo stati insieme trent’anni dopo quella storia.

— Io non ne ho mai saputo niente.

— Non avevi bisogno di sapere. Io ero l’unico che aveva bisogno di saperlo, di accettarlo. E sto pensando ancora ad altre cose, Mike. Ricordi il bungalow? C’è un pacco di fogli in soffitta, sotto il lettino.

Il bungalow nel Maine era stato venduto dieci anni prima.

— Stavo scrivendo delle cose — continuò l’uomo dopo avere deglutito a fatica e dolorosamente. Ebbe una smorfia e gli sfuggì un gemito. — Cose di quando ero un medico.

Bernard sapeva di quei fogli. Li aveva trovati e letti durante il suo internato. Adesso erano in uno schedario del suo ufficio di Atlanta.

— Li ho io, papà.

— Bene. Li hai letti?

— Sì. — E sono stati importanti per me, padre. Mi hanno aiutato a capire ciò che volevo fare in neurologia, la direzione che volevo prendere… diglielo! Diglielo!

— Bene. Io l’ho sempre saputo questo di te, Mike.

— Che cosa?

— Quanto ci volevi bene. Solo che non sei espansivo, vero? Non lo sei mai stato.

— Ti voglio bene. Volevo bene alla mamma.

— Lei lo sapeva. Non era infelice quando è morta. Bene. — Ebbe di nuovo una smorfia. — Adesso devo dormire. Sei sicuro di non potermi trovare un altro corpo, giovane e forte?

Bernard annuì. Diglielo.

— I tuoi scritti sono stati molto importanti per me, papà.

Non lo aveva più chiamato papà da quando aveva tredici anni, solo padre. Ma il vecchio (vecchio) non lo sentì. S’era addormentato. Bernard raccolse il soprabito e la valigetta e uscì, passando dalla stanza delle infermiere per domandare — contro ogni sua abitudine — per quando si prevedeva la prossima iniezione di antidolorifico.

Suo padre era morto alle tre del mattino successivo, nel sonno e da solo.

E più indietro…

Olivia Ferguson, come lui snella, come lui elegante, come lui diciottenne, un nome che ben dipingeva il suo aspetto, capelli neri compressi contro il paggiatesta della Corvette, si volse a fissarlo con una luce divertita nei grandi occhi verdi. Lui la guardò e le restituì il sorriso, e quella era certo la sera più inebriante del mondo, e il mondo era meraviglioso: per la terza volta stava portando fuori una ragazza. Anche se fra i due l’unica vergine era lui… cosa, tuttavia, che in quell’occasione non aveva però la minima importanza. L’aveva avvicinata sotto la torre campanaria del campus della Berkeley U.C. vedendola ferma a esaminare uno degli orsi di bronzo, e quando le aveva chiesto un appuntamento lei l’aveva scrutato con genuina simpatia.

— Ho già un ragazzo — era stata la risposta. — Voglio dire, non potrebbe essere niente di…

Deluso, ma sempre preparato a essere galante, lui aveva sospirato: — Be’, in questo caso sarà soltanto una serata fuori. Due nella città. Amici. — Praticamente non la conosceva, era con lei in classe al corso d’inglese. La più bella ragazza della classe: alta e flessuosa, riservata ma non di modi scostanti. Olivia aveva sorriso e annuito. — Okay.

E adesso lui assaporava l’amicizia, libero dagli obblighi del corteggiamento; la prima volta che si sentiva su un piede di parità con una donna. Il suo fidanzato, gli spiegò lei, era in Marina, distaccato al Cantiere Navale di Brooklyn. La famiglia abitava a Staten Island, nella stessa casa dove un tempo Herman Melville aveva trascorso un’estate.

Il vento le agitava i capelli senza scompigliarli… miracolosi, splendidi capelli che (in teoria) sarebbe stato delizioso carezzare facendoseli scorrere fra le dita. Avevano chiacchierato sin dal momento in cui lui l’aveva prelevata, all’appartamento che Olivia divideva con altre due ragazze accanto al vecchio e candido Clairemont Hotel. Poi avevano varcato il Golden Gate per andare a cena a Marin, in un piccolo ristorante conosciuto per le specialità di mare, il Klamshak, e s’erano attardati a parlare: la scuola, i loro progetti, e quello che significava sposarsi al giorno d’oggi (lui non lo sapeva, e non s’era preoccupato di fingere un atteggiamento sofisticato). S’erano trovati d’accordo sul fatto che la cucina era buona e l’arredamento non troppo originale: reti e attrezzi da pesca alle pareti, conchiglie di plastica, pesci imbalsamati, la prua di una barca e l’immancabile ruota di timone. Neppure per un momento s’era sentito goffo, o giovane, o comunque inesperto.

Mentre guidava in senso inverso sul ponte s’era trovato a pensare: In altre circostanze sicuramente ci innamoreremmo a vicenda. E scommetto che dopo pochi anni ci sposeremmo. È stupenda… e quello che farò è di non fare assolutamente niente. A quel pensiero s’era sentito triste, e romantico in modo meraviglioso.

Sapeva che se avesse insistito in quella direzione probabilmente Olivia sarebbe venuta a casa sua, e avrebbero fatto l’amore.

Ma anche detestando a morte il pensiero d’essere ancora vergine non se la sentiva di insistere con lei. Non l’avrebbe neppure velatamente suggerito. La cosa era troppo perfetta.

Rimasero seduti nella Corvette, posteggiata dietro il vecchio edificio dove lei alloggiava, e discussero di Kennedy, ridendo delle loro pause durante la crisi dei missili cubani; poi lui le strinse una mano e si guardarono in silenzio.

— Sai — le disse, — ci sono momenti che… — Tacque.

— Ti ringrazio — annuì lei. — Sapevo che sarebbe stato simpatico uscire con te. Molti altri, al tuo posto…

— Già. Be’, io sono fatto così. — Sogghignò. — Innocuo.

— Oh, no! Non innocuo in quel senso. Per niente.

Quello era il giro di boa. Adesso la cosa poteva dirottare in un senso o nell’altro. Lui lasciò cadere gli occhi su quel corpo flessuoso dall’incarnato un po’ scuro e seppe che era qualcosa di perfetto. Seppe che lei avrebbe accettato di venire a casa sua.

— Sei un romantico, non è vero? — chiese Olivia.

— Suppongo di sì.

— Anch’io. I romantici sono le persone più sciocche del mondo.

Lui sentì una vampata di rossore al volto e al collo. — Io amo le donne — mormorò. — Amo il loro modo di muoversi, di parlare. Le trovo incantevoli. — Si stava aprendo adesso, e più tardi se ne sarebbe pentito, ma ciò che provava era troppo autentico e insopprimibile, specialmente dopo una serata come quella. — Credo che molti uomini riescano a vedere una donna in qualche modo sacra. Non su un piedistallo o cose di questo genere. Ma solo troppo bella per esprimersi a parole. Essere amati da una donna e… be’, pensano che sia incredibile.

Olivia girò lo sguardo sul parabrezza e un lieve sorriso le aleggiò sul volto. Poi abbassò gli occhi sulla sua borsetta e si lisciò la lunga gonna azzurra con le mani. — Succede — disse.

— Già, certo — annuì lui. Ma non fra noi.

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