L'ultima fase [Blood Music - it]
- Автор: Бир Грег
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0180-6
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
Le 11,26 e 46 secondi.
Gettò un’occhiata alla dottoressa Schatz e si alzò. — Apra la porta — le disse. Lei allungò una mano all’interruttore e fece aprire la porta che dava nella camera d’osservazione.
— No — disse l’uomo. — Quella del laboratorio.
Lei esitò.
Le 11,26 e 52 secondi.
Paulsen-Fuchs corse alla consolle, la fece spostare senza cerimonie e premette in rapida successione tre interruttori. Sull’ultimo il dito gli scivolò e ripeté la sequenza.
Le 11,27 e 56 secondi.
I tre portelli di sicurezza cominciarono a scivolare pesantemente di lato.
— Herr Paulsen-Fuchs…
Lui s’infilò nell’apertura appena fu larga un piede, oltrepassò il freddo interstizio dove c’era stato il vuoto e quello ad alta pressione, da cui sfuggiva l’aria, entrando nel laboratorio isolato.
Le 11,29 e 32 secondi.
Il piccolo locale era pieno di fuoco. Per un attimo Paulsen-Fuchs pensò che la Dr. Schatz avesse azionato qualche misterioso sterilizzatore d’emergenza scatenando la morte nel laboratorio.
Ma la donna non aveva fatto niente.
Le 11,29 e 56 secondi.
Le fiamme dileguarono e scomparvero, lasciando un odore d’ozono e un’immagine di forma lenticolare che balenò nell’aria un istante.
Il lettuccio era vuoto.
Le 11,30.
XLIV
Suzy avvertì un senso di nausea e depose il piatto. — È adesso? — chiese all’aria che aveva attorno. Si strinse più forte nella coperta. — Kenny, Howard, è adesso? Cary?
Si trovava al centro di una liscia arena circolare, di fronte al cilindro grigio che le forniva il cibo. Il sole si stava muovendo in circoli irregolari e l’atmosfera sembrava pervasa da tremiti. La notte prima Cary le aveva parlato di quel che sarebbe accaduto, dicendole quel tanto che lei poteva comprendere. — Cary? Mamma?
La coperta s’irrigidì.
— Non andatevene! — gridò. L’aria si fece ancora più calda e il cielo parve screpolarsi come vernice vecchia. Le nuvole s’allungarono in filamenti untuosi e si levò il vento, soffiando fra il monticello coperto di pilastri su un lato dell’arena e il poliedro spinoso sull’altro. Le lunghe spine del poliedro lampeggiarono di luce azzurra e fremettero. Poi il poliedro stesso si sezionò in cunei triangolari; fra essi sgorgò un liquido bagliore rosso come lava fusa.
— È questo, non è vero? — chiese lei, piangendo. Nei suoi sogni dell’ultima settimana aveva visto tanto, e tanto era stato il tempo che aveva trascorso con loro, che s’era infine confusa al punto da non capire cosa fosse reale e cosa irreale. — Rispondetemi!
La coperta prese vita attorno a lei e le risalì sulla testa sagomandosi a cappuccio. Il copricapo le si affrancò sotto il mento, le ricoprì la faccia con una compatta visiera trasparente. Poi crebbe sulle sue dita e formò guanti, le scese lungo le gambe fino ai piedi e la avvolse in una tuta aderente ma larga abbastanza da consentirle ampia libertà di movimenti.
L’aria odorava dolcemente di frutta, fiori e misteriose vernici. Poi profumò di pane appena sfornato. Il cappuccio le aderì con forza alle guance e spaurita lei cercò di strapparlo via con le dita. Cadde e rotolò al suolo, agitandosi e scalciando contro quell’indumento finché una voce negli orecchi non le ordinò di fermarsi. Al’ora giacque supina in mezzo all’arena, fissando il cielo attraverso la visiera trasparente e un velo di lacrime.
Stai tranquilla. Non muoverti. Era la voce di sua madre, gentile ma ferma. Tu sei sempre stata una bambina molto testarda, disse la voce, e hai rifiutato tutto quello che ti abbiamo offerto. Be’, io avrei fatto lo stesso. Ora te lo chiederò un’altra volta, e decidi in fretta. Desideri venire con noi?
— Morirò se non vengo? — ansimò debolmente lei.
No. Ma resterai sola. Nessuno di noi sarà più qui.
— Vi stanno portando via?
Cary te ne ha parlato. Lo ascoltavi, Fiorellino? Questo era Kenneth. Lei si sforzò di strapparsi il cappuccio dalla testa.
— Non lasciatemi sola.
Allora vieni con noi.
— No! Non posso!
Il tempo stringe, Fiorellino. È la tua ultima possibilità.
Il cielo era di un caldo giallo arancio, elettrico, e le nuvole si stavano torcendo in trecce sfilacciate. — Mamma, sarà pericoloso? Avrò paura?
Non sarà pericoloso. Vieni con noi, Suzy.
Aveva la bocca paralizzata, ma qualcosa nella sua mente spezzò la morsa del panico che la bloccava. — No! — pensò.
Le voci tacquero. Per un po’ di tempo tutto ciò che i suoi occhi videro fu un folle intrecciarsi di linee rosse e verdi, poi la testa cominciò a dolerle e le parve d’essere sul punto di vomitare.
In alto l’atmosfera scintillava. Sotto di lei il suolo dell’arena si scosse, la superficie impazzì irretendosi di spaccature.
E in un istante di vertigine lei fu in due posti allo stesso tempo. Era con loro… loro l’avevano portata via, e anche in quel momento parlava con sua madre e con i suoi fratelli, con Cary e con le sue amiche…
Ed era nell’arena in disfacimento, circondata dalle rovine spezzate del monticello cosparso di pilastri e del poliedro spinoso. Le strutture crollavano in briciole, come castelli di sabbia ormai secchi che si sgretolassero al sole.
Poi quella sensazione cessò. La nausea allo stomaco scomparve. Il cielo era azzurro, benché qua e là certi suoi frammenti ferissero ancora lo sguardo.
L’indumento protettivo cadde a pezzi dalle sue membra e divenne polvere, indistinguibile dalla polvere dell’arena.
La ragazza si alzò in piedi e se la spazzolò via di dosso.
L’isola di Manhattan era piatta e livellata come la superficie di una patata fritta. A sud si stava radunando una nuvolaglia grigia e pesante. Lei si guardò attorno. Dove c’era stato il cilindro del cibo ora giacevano al suolo dozzine di cartoni, disordinatamente riempiti di scatolette. Sopra il cartone più vicino era deposto un apriscatole.
— Hanno pensato a tutto — mormorò Suzy McKenzie. Pochi minuti dopo cominciò a cadere una fitta pioggia.
TELOFASE
FEBBRAIO, L’ANNO SUCCESSIVO
XLV
Le nevicate e i rigori invernali avevano colpito duramente l’Inghilterra. Quella notte nuvole nere e vellutate oscuravano le stelle da Anglesey a Margate, e da esse fiocchi di luce soffusa verde azzurrino cadevano sulla terra e sul mare. Quando toccavano l’acqua i fiocchi si spegnevano all’istante. Sulla terra invece si ammucchiavano in morbidi mantelli luminescenti, che crepitavano come carbonella sotto le suole delle scarpe.
Da mesi ormai contro quel freddo ogni sistema di riscaldamento, elettrico o a carbone, s’era dimostrato poco efficace. I bruciatori a metano avevano conosciuto popolarità per il solo motivo che non c’era niente di meglio, ma anch’essi erano piuttosto rari perché le maccb ne che li fabbricavano s’erano rivelate altrettanto poco efficienti.
Le antiquate stufe a carbone e i fornelli a legna erano stati resuscitati. L’Inghilterra e l’Europa stavano lentamente e silenziosamente scivolando verso un passato ancor più oscuro e primitivo. Protestare era inutile: le forze all’opera erano soverchianti quanto insondabili.
Moltissime abitazioni, in città e in campagna, non disponendo d’impianti abbastanza primitivi semplicemente restavano al freddo. Con sorpresa delle autorità, tuttavia, il numero dei morti e dei malati continuava a diminuire.