Operazione domani [Friday - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-30191-0
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Operazione domani [Friday - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per premio Nebula in 1983 e premio Hugo in 1983.
— Sì, signore. — (Io ignorante, eh? Vecchio bastardo presuntuoso. Dio com’ero contenta di vederlo. Ma quella sedia a rotelle mi rodeva il fegato.)
22
Pajaro Sands era un complesso alberghiero in riva al mare. È un posto dimenticato da Dio di Monterey Bay, nei pressi di una città dimenticata da Dio, Watsonville. Watsonville è uno dei grandi porti da cui parte petrolio per il mondo intero, e ha tutto il fascino di una torta vecchia e fredda, senza crema. I luoghi di divertimento più vicini sono i casinò e i bordelli di Carmel, a cinquanta chilometri di distanza. Però io non gioco e non mi interessa il sesso a pagamento, nemmeno le prestazioni esotiche che si possono trovare in California. Fra il personale di Boss, poca gente frequentava Carmeclass="underline" era troppo lontano da raggiungere a cavallo (a meno di non avere un weekend libero), non c’era nessuna capsula diretta, e anche se la California è liberale nell’autorizzare i veicoli a motore, Boss concedeva i suoi Vma solo per motivi di servizio.
Per noi, i divertimenti maggiori di Pajaro Sands erano le attrattive naturali che avevano portato alla costruzione del complesso: marosi e sabbia e sole.
Il surfing mi divertì finché non diventai brava. Poi cominciò ad annoiarmi. Di solito, prendevo un po’ di sole ogni giorno e nuotavo un po’ e guardavo le grandi cisterne che si riempivano di petrolio; e notavo, divertita, che l’uomo di guardia sulla nave spesso se ne stava a guardare me, armato di binocolo.
Nessuno di noi aveva ragione d’annoiarsi; godevamo tutti di un servizio terminali completo. Oggi la gente si è talmente abituata alla rete computer che dimentica con facilità quale meravigliosa finestra sul mondo costituisca; e mi metto nel numero. Ci si può sclerotizzare nell’uso di un terminale solo per certe cose (pagare conti, fare telefonate, ascoltare notiziari) e arrivare a dimenticarne gli usi più ricchi. Se l’abbonato è pronto a pagare il servizio, con un terminale si può fare quasi tutto ciò che è possibile fare al di fuori di un letto.
Musica dal vivo? Potevo chiedere un concerto che si stesse svolgendo quella sera stessa a Berkeley; ma un concerto dato dieci anni prima a Londra, col direttore d’orchestra morto da chissà quanto tempo, era altrettanto "dal vivo", altrettanto immediato. Come i programmi in onda quel giorno. I componenti elettronici se ne fregano. Quando dati di qualunque tipo sono stati immessi nella rete, il tempo si ferma. L’unica cosa necessaria è ricordare che tutte le immense ricchezze del passato sono disponibili, ogni volta che le richiedete.
Boss mi mandò a scuola a un terminale di computer, e io ebbi possibilità molto più ricche di quelle mai godute in anni trascorsi da chi avesse studiato a Oxford o alla Sorbona o a Heidelberg.
Dapprima non mi sembrò di essere a scuola. Il primo giorno, a colazione, mi dissero di presentarmi al bibliotecario capo. Era un vecchietto caro e rugoso, il professor Perry, che avevo già conosciuto all’addestramento di base. Pareva sulle spine; comprensibile, visto che la biblioteca di Boss era probabilmente la cosa più voluminosa e complessa che avesse traslocato dall’Impero a Pajaro Sands. Indubbiamente, il professo Perry aveva davanti a sé settimane di lavoro prima che tutto fosse in ordine; e nel frattempo, Boss si sarebbe aspettato solo la perfezione più completa. Il lavoro non era facilitato dall’eccentrica mania di Boss di insistere, per la maggior parte della biblioteca, su libri di carta anziché cassette o microfilm o dischi.
Quando andai da lui, il professor Perry si dimostrò preoccupato, poi mi indicò una consolle in un angolo. — Signorina Friday, perché non vi mettete lì?
— Cosa devo fare?
— Eh? Difficile a dirsi. Senz’altro ce lo spiegheranno. Sentite, al momento sono terribilmente occupato e mi manca il personale. Perché non prendete confidenza con le macchine studiando quello che volete?
Le macchine non avevano nulla di speciale, a parte il fatto che codici speciali davano accesso diretto a diverse grandi biblioteche, come quella di Harvard e la biblioteca di Washington dell’Unione Atlantica e quella del Museo Britannico, senza dover passare per operatori umani o reti elettroniche; oltre all’incomparabile risorsa dell’accesso diretto alla biblioteca di Boss, che avevo lì vicino. Se ne avevo voglia, potevo persino leggermi i suoi volumi rilegati sul mio terminale, girando le pagine con la tastiera, senza mai togliere i libri dalla loro atmosfera all’azoto.
Quel mattino stavo percorrendo ad alta velocità l’indice della biblioteca dell’università di Tulane (una delle migliori nella repubblica della Stella Solitaria), in cerca della storia di Vicksburg vecchia, quando inciampai in un rimando ai diversi tipi di spettri delle stelle e restai agganciata. Non ricordo perché ci fosse quel particolare rimando, ma se ne trovano in continuazione per i motivi più improbabili.
Stavo ancora leggendo dell’evoluzione delle stelle quando il professor Perry propose di andare a pranzo.
Ci andammo, ma prima io presi qualche appunto sui rami della matematica che volevo studiare. L’astrofisica è affascinante, ma bisogna saper parlare la sua lingua.
Quel pomeriggio tornai a Vicksburg vecchia e una nota a piè di pagina mi rimandò a Show Boat, un musical imperniato su quell’epoca; dopo di che, passai il resto della giornata a guardare e ascoltare musical di Broadway, tutti dei giorni felici prima che la Federazione nordamericana andasse in pezzi. Perché al giorno d’oggi non sanno più scrivere musica come quella? Chissà come si divertivano a quei tempi! Io di certo mi divertii. Sentii Show Boat, The Student Prince e My Fair Lady uno dopo l’altro, e ne annotai ancora una dozzina da ascoltare più avanti. (È questo andare a scuola?)
Il giorno dopo decisi di attenermi allo studio di argomenti professionali in cui ero debole, perché ero certa che una volta che i miei precettori (chiunque fossero) mi avessero assegnato un piano educativo preciso, non avrei più avuto tempo per le mie scelte personali: l’addestramento iniziale nell’agenzia di Boss mi aveva insegnato che i giorni dovrebbero essere di ventisei ore. Ma a colazione la mia amica Anna mi chiese: — Friday, cosa puoi dirmi dell’influenza di Luigi Undicesimo sulla poesia francese?
Strizzai le palpebre. — C’è un premio in palio? Luigi Undicesimo mi pare il nome di un formaggio. E l’unico verso francese che ricordi è "Mademoiselle d’Armentières". Ammesso che sia un verso.
— Il professor Perry ha detto che bisogna rivolgersi a te.
— Ti ha presa in giro. — Quando tornai in biblioteca, papà Perry alzò la testa dalla sua consolle. Gli dissi: — Buongiorno. Anna mi ha raccontato che le avete detto di chiedere a me degli effetti di Luigi Undicesimo sulla lirica francese.
— Sì, sì, ovvio. Adesso ti spiacerebbe lasciarmi in pace? Ho per le mani un programma piuttosto complesso. — Riabbassò gli occhi e mi escluse dal suo mondo.
Frustrata e irritata, battei sulla tastiera Luigi XI. Due ore più tardi riemersi a prendere fiato. Non avevo imparato niente di poesia; per quanto ne sapevo, il Re Ragno non era mai arrivato nemmeno a rimare ton con c’est bon, e non era mai stato un mecenate. Però avevo imparato un sacco di cose sulla politica nel quindicesimo secolo. Violenta. Al suo confronto, le scaramucce in cui mi ero trovata coinvolta sembravano liti da asilo infantile.
Passai il resto della giornata a informarmi sulla poesia francese dal 1450 in poi. Bella a tratti. Il francese è adatto alla poesia, più dell’inglese; ci vuole un Edgar Allan Poe per trarre dalle dissonanze dell’inglese un insieme armonico. Il tedesco è inadatto alla lirica, al punto che le traduzioni hanno un suono più dolce degli originali tedeschi. Non certo per colpa di Goethe o di Heine; è un difetto di una brutta lingua. Lo spagnolo è così musicale che uno slogan pubblicitario per un detersivo spagnolo è più gradevole del miglior verso libero in inglese; lo spagnolo è talmente bello che molta della sua poesia risulta più gradevole se chi la sente non capisce il significato.