Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Bethany Oakes era entusiasta. Approvò l'ordine di portar giù altri due ragni e delle squadre per manovrarli. Se avessero fatto tre turni al giorno, avrebbero potuto ripulire le gallerie e i pozzi più importanti nel giro di quarantott'ore.
Il vantaggio della tecnica a microonde era che disgregava le halleyforme riducendole al livello molecolare. Era assai più efficace che troncarle o strapparle a mano fuori dal ghiaccio sperando di essere riusciti a rimuovere ogni singola radice o filamento.
Adesso pensò Carl, adesso dobbiamo sbarazzarci di quella dannata poltiglia verde.
Cominciò a percepire una vaga sensazione di ottimismo che gli penetrava nel profondo delle ossa. Trasmise a Virginia le immagini al rallentatore dei purpurei che esplodevano a mano a mano che le microonde arrivavano alle lampade. Lei rispose con un entusiastico: — Yaaay! — poi lo fece echeggiare artificialmente, cosicché risuonò nelle cuffie come se un intero stadio stesse applaudendo. Ciò sollevò lo spirito di Carl più di ogni altra cosa.
Stavano tornando verso la Centrale, dentro una galleria presurizzata, quando il pazzo colpì.
— Lasciateli stare, lasciateli stare, lasciateli stare! Assassini! Siete voi gli alieni qui!
Si girarono di scatto e videro un uomo, con addosso una divisa della nave a brandelli, penzolante da un corridoio laterale, che li stava fissando con furore.
— Cosa…? — cominciò a dire Carl. Ma l'uomo cacciò un urlo e balzò avanti.
Si scagliò addosso a Carl, urlando frasi incoerenti, un farfugliare stridulo, costellato di oscenità, gli occhi spalancati, sprizzanti febbricitante energia. Le mani protese in avanti come artigli, le gambe pronte a scalciare.
Prima che Carl potesse reagire, le sue mani agguantarono l'anello del suo casco e schizzarono via insieme, roteando. Il suo casco gli sfuggì dalle mani quando andarono a sbattere contro una parete. Il pazzo avvolse le gambe intorno a Carl e cominciò a martellarlo con pugni duri, veloci.
Carl era lento, stordito. Cercò di colpire l'aggressore, ma lo mancò. Un gancio destro lo colse all'occhio; vividi lampi rossastri. Si girò impetuosamente per agguantarlo. Lo mancò.
È veloce. Carl bloccò un altro pugno. Colpì, mancò, colpì di nuovo. Questa volta assestò un diretto alla spalla dell'altro. Il folle replicò, con una nuova esplosione d'energia, colpendolo alla guancia, al braccio, al petto. Poi, finalmente, arrivarono i soccorsi. Qualcuno afferrò e tirò, e l'uomo roteò via, urlando, agitando una manciata di qualcosa.
Carl sentì delle mani amiche che l'afferravano, che arrestavano il suo incontrollato vorticare. Lani l'accolse fra le braccia.
— Cosa diavolo?
— Chi era?
— Non saprei dirlo.
— Ingersoll, credo. Un tizio della Sezione Chimica.
Carl sbatté le palpebre, incerto, mentre la figura si allontanava veloce, lanciandosi con calci ben sincronizzati alle pareti della galleria. Quel farfugliare continuò, spegnendosi in distanza. Nessuno lo seguì. Si raccolsero intorno a Carl che era ancora stordito dall'improvviso attacco.
— Devono essere soltanto lividi, nient'altro — disse, intontito, cercando di contenere l'improvviso afflusso di adrenalina.
— La faccenda più dannata che si possa immaginare — commentò Jeffers.
Lani sfiorò delicatamente il volto di Carl. — Si sta già gonfiando. Cosa può averlo provocato?
— Pareva fuori di senno — disse Saul. — Ho sentito che è stato colpito da qualcosa, ma Akio diceva che non pareva letale. Qualunque cosa fosse, è ovvio che ha influenzato la sua mente.
Il volto di Sergeov assunse un'impronta cupa, grigia. — Adesso sta scappando nelle gallerie più basse. Sarà molto difficile trovarlo, curarlo, là dentro, se lui non vuole essere preso.
— Per quello che mi riguarda — dichiarò Carl, sfregandosi la mascella, — può restarsene smarrito per sempre.
Saul annuì, ma la sua voce era pensosa e preoccupata quando disse: — Il suo volto era chiazzato di halleyforme. Mi chiedo quanti altri abbiano quello che ha sviluppato lui?
SAUL
Talvolta quella parola lo ossessionava ancora. Siamo noi gli alieni. Qui erano gli uomini gli invasori, gli intrusi. Di tanto in tanto Saul si chiedeva che diritto avessero, loro, di uccidere quello che non capivano.
Comunque ammetteva di provare un ferale piacere a vagare per le caverne affondate nel ghiaccio profondo, distruggendo la poltiglia: una selvaggia eccitazione nel puntare una specie di pistola a raggi lungo un corridoio, bisbigliando «zap, zap», vaporizzando le eruzioni più pericolose di quella materia cometaria.
Saul non provava sorpresa nell'avere due distinte opinioni su quella faccenda.
In questa circostanza è il soldato, il cavernicolo che è in me ad averla vinta sul filosofo. Il mio lavoro è quello di scheggiare la selce, di modellare nuove armi e di aiutare a salvare la tribù. È una priorità che si tramanda da molto, moltissimo tempo. Ed è giusta.
Toccò il quadrante del suo irraggiatore portatile. Il reostato continuava a spostarsi, ed era importante mantenere il congegno regolato sulla giusta frequenza, nel caso in cui, svoltando un angolo, si fossero trovati di colpo in mezzo ad una massa di purpurei che si contorcevano.
Durante i giorni trascorsi dal primo esperimento, le squadre dei corridoi avevano imparato molto sull'uso delle nuove armi. Non c'era né abbastanza energia né abbastanza personale per mantenere ogni corridoio sgombro in continuazione, e la produzione collaterale di calore si era rivelata assai sgradevole se usavano le armi molto a lungo. Comunque, l'effetto sul morale era stato formidabile. Per la prima volta pareva che ci fosse la possibilità di riuscire a superare quella prova: quelli che non erano malati continuavano addirittura a rifarsi del sonno perduto. C'erano meno discorsi disperati sulla possibilità di smontare i mech di superficie per portarli giù sotto il ghiaccio.
Adesso, se soltanto riuscissimo a debellare la malattia… Il motivo principale per cui Saul aveva acconsentito a venire lassù, in quelle remote gallerie vicino alla superficie, era quello di raccogliere un numero sufficiente di campioni per sviluppare il suo data base, cominciando a crearsi alcune solide ipotesi su come le halleyforme interagivano fra loro, su quali ruoli giocassero i microorganismi.
Subito dietro di lui, Lani Nguyen era in sella a un grosso mech da galleria. Il grande robot trasportava una scavatrice a microonde che era stata modificata per la ripulitura dei corridoi. A parte un'area rischiosa al livello E, non avevano dovuto usarla molto. Le aree davvero brutte erano quelle vicine alle abitazioni umane, dove il calore, la luce e l'aria alimentavano una crescita di lichenoidi complessi e attiravano le micidiali colonie di creature simili a vermi dalle mascelle di ferro.
Qui nelle gallerie periferiche, le lampade fosforiche erano ben distanziate le une dalle altre e la temperatura veniva mantenuta ben al di sotto del punto di congelamento. Soltanto una sottile pellicola di verde rivestiva le pareti. Era più facile andare in giro, perfino in tuta spaziale, che laggiù, più in basso, dove strisciavano i purpurei.
Saul sollevò una mano e Lani fece fermare il mech ad un incrocio che un tempo aveva brillato dei colori arancio e azzurro del plastifoglio. Adesso le pareti erano nerastre sotto il verdeggiante bagliore di pochi pannelli luminescenti.
Saul raschiò via i lichenoidi, riportando alla vista alcune lettere sulla parete: D-14-TAU.