Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #5
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Barbara Piccioli
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]». Краткое содержание книги:
Rumore di passi in corsa nel passaggio. Misi fuori la testa: Frede alla testa di quel che restava dell’equipaggio. Contai solo trenta uomini.
— Attenzione! —gridai. —Sono all’altra estremità del passaggio, vicino al portello del compartimento di carico.
Rapidi, si appiattirono contro le paratie, sparando e schivando i colpi nemici, mentre, a uno a uno, scivolavano in sala-teletrasporto.
— Abbiamo sorpreso l’altra squadra mentre cercava di entrare —mi riferì Frede. —Abbiamo riportato delle perdite.
— Capisco. —Nessuno era uscito indenne dallo scontro, e Frede stessa aveva il volto graffiato e rigato di sangue.
Ma sorrideva. —Li abbiamo spazzati via. Abbiamo sterminato quei maledetti gatti fino all’ultimo.
Il che significava che ne restavano ancora un paio di centinaia, pensai. Era ovvio che ad agganciarsi all’Apollo era stato l’incrociatore.
— Si stanno raggruppando di sotto, nel passaggio —dissi. —Probabilmente aspetteranno i rinforzi prima di attaccare.
— La prima squadra, su, quella del portello della camera di decompressione…
— Scenderanno per la strada che avete seguito voi. Avremo parecchio da fare.
— Sei ancora dell’avviso di impadronirti della loro nave?
Scoppiai in una risata amara.
Esaminai quello che restava del mio equipaggio: Jerron era ferito al ventre e alla gamba sinistra. Ansimava, gli occhi dilatati dallo choc, mentre l’ufficiale medico lo visitava.
— Magro —chiamai —è in grado di mettere in funzione il trasportatore di materia?
L’uomo annuì. —Posso tentare, signore.
— Che cosa hai in mente? —Frede mi guardava sospettosa.
Aguzzai gli occhi, ma nel passaggio semibuio e fumoso non c’era traccia di Skorpis. Erano al di là del portello della camera di decompressione, a preparare il prossimo attacco.
— Vogliono la criocapsula che è nel compartimento di carico —spiegai. —Forse potremmo traslarla sul pianeta.
— Ma prima dovremmo trasportarla qui —obiettò lei.
— Potremmo aprire un varco nella paratia. Abbiamo volazaini nel compartimento di carico? Ci consentirebbero di spostarla più agevolmente.
Era evidente che Frede non condivideva la mia idea, ma si limitò a un: —D’accordo. Metterò un paio di uomini a lavorarci.
Spostai di nuovo la mia attenzione sul passaggio vuoto. Gli Skorpis avrebbero potuto praticare un’apertura nello scafo esterno ed entrare da lì nel compartimento di carico. Avrebbero tentato questa strada, oppure avrebbero preferito liberarsi prima di noi, per agire poi indisturbati?
Perché non aprirsi un varco, facendo esplodere una granata proprio in sala teletrasporto, uccidendoci tutti? Ci saremmo trovati nel vuoto, e nessuno di noi indossava la tuta di protezione: questo significava morte istantanea. Era un pensiero inquietante. Ma, mi dissi poi, se ne avessero avuto l’intenzione, si sarebbero già messi all’opera. E poi, un’esplosione di una certa potenza avrebbe potuto danneggiare la criocapsula, mentre loro miravano ad Anya viva.
Quell’attesa piena di dubbi era perfino peggiore che trovarsi in combattimento. Alle mie spalle, sentivo il sibilo dei laser che tagliavano la paratia di metallo che ci separava dal compartimento di carico. Il passaggio era ancora vuoto. Qualunque fosse il loro piano, gli Skorpis non sembravano avere fretta.
Poi uno dei miei uomini gridò: —C’è una sezione che sta cadendo!
Mi voltai appena in tempo per vedere un’intera sezione della paratia, i bordi incandescenti, cadere all’interno. Il rumore fu così assordante che non potei fare a meno di chiedermi se anche gli Skorpis lo avessero sentito.
— Maledizione! —Era la voce di Frede. —Qui non c’è neanche un volazaino. Dovremo lavorare di braccia.
Chiamai Dyer e le dissi di tenere d’occhio il passaggio, poi raggiunsi la squadra che, fra un borbottio e un’imprecazione, trascinava l’enorme criocapsula.
— È più pesante del culo di un sergente! —masticò uno tra i denti.
— Più pesante del tuo, in ogni caso —gli fece eco un altro.
Era come trasportare una delle pietre usate per la Piramide di Cheope senza l’aiuto delle ruote. La capsula strideva contro il metallo del pavimento. Chiamai altri ad aiutarci, mentre Magro, chino sulla consolle del teletrasportatore e un’espressione titubante sul viso, digitava quasi con frenesia.
Finalmente, il sarcofago fu issato sulla pedana del teletrasportatore. Ero esausto, come se per un anno luce avessi trascinato il pianeta Giove attraverso il fango.
— C’è energia, vero? —chiesi a Magro.
— Sissignore. Ma non so qual è la nostra posizione rispetto al pianeta. Ho bisogno di una rilevazione.
Mi voltai verso Frede: china sulla capsula si detergeva il sudore dalla fronte. —Come possiamo…
— Arrivano! —gridò Dyer. Poi la granata le esplose tra i piedi, troncandole entrambe le gambe.
29
Afferrai la pistola e mirai al portello, proprio nel momento in cui compariva il primo Skorpis, la pistola in una mano e nell’altra una granata. I miei sensi erano talmente acuiti che colsi perfino i movimenti delle sue iridi, quando lui sollevò il braccio per lanciare la bomba.
Sparai e la granata gli esplose in mano; frammenti incandescenti schizzarono per tutta la stanza. Caddi a terra, un braccio e il petto trafitti da schegge di metallo. Gli altri stavano già riparando sul ponte. Magro si tuffò dietro la consolle, per sfuggire alla pioggia di shrapnel.
La paratia del passaggio si accese di bagliori rossastri: proprio come noi gli Skorpis si stavano aprendo un varco.
— Allontanateli dal portello! —urlai, alzandomi. Chiusi automaticamente i recettori del dolore e strinsi i vasi sanguigni nei punti in cui ero stato ferito.
I miei aprirono il fuoco, Mi schiacciai contro il pavimento e sparai all’impazzata contro gli Skorpis che erano radunati intorno al portello esterno.
Qualcuno mi afferrò per le gambe e mi trascinò indietro. Con un calcio mi liberai —Dobbiamo farli sgomberare dal passaggio!! —urlai. —O li avremo tutti qui.
Il passaggio diventò la nostra trincea. Inginocchiati, distesi a terra o appoggiati ai bordi della parete curva, bersagliammo di colpi gli alieni, fino a costringerli alla ritirata. Si erano radunati su entrambi i lati del portello, provenienti da entrambe le estremità del passaggio. Abbattemmo quelli impegnati a tagliare la paratia e costringemmo quelli che li seguirono a starsene alla larga.
Poi avanzarono di nuovo, protetti da un fitto lancio di bombe. Erano talmente tanti che riuscii a intercettarne meno della metà, prima che esplodessero costringendoci ad allontanarci dal portello. Vidi i miei compagni cadere, il viso stravolto dall’improvvisa consapevolezza della morte.
Indietreggiammo, e loro ne approfittarono per rimettersi al lavoro. Noi trovammo rifugio dietro alla criocapsula. Poi la paratia si aprì in tre punti diversi e orde di Skorpis irruppero all’interno.
I loro laser colpivano i fianchi della criocapsula, rendendola incandescente. Erano troppo vicini per usare le bombe senza restare uccisi a loro volta, ma avanzavano, centimetro dopo centimetro, strisciando oltre i cadaveri dei compagni, sempre più vicini a noi.
Stavano cercando di aggirarci, così da privarci della protezione del grande sarcofago. Sparai finché il mio fucile non si scaricò, quindi impugnai la pistola.
— Dobbiamo uscire di qui! —gridai a Frede.
— Buona idea! —scattò lei. —E come?
— Con il teletrasportatore.
— Non io! —E scosse la testa, mentre riversava raggi laser su quattro Skorpis in avvicinamento.