Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #5
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Barbara Piccioli
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Orion tra le stelle [Orion Among the Stars - it]». Краткое содержание книги:
— Non puoi legare qui quel ronzino!
La voce gracchiante mi fece sobbalzare. Guardai il palo a cui altre cavalcature erano assicurate, poi il vecchio grinzoso, vestito di luridi panni, che mi fissava con ostilità.
— Il palo è riservato agli invitati alle nozze —gracchiò. —Non azzardarti a mettere quel tuo animale mangiato dalle zecche in mezzo a cavalli di razza.
E davvero gli altri cavalli erano ben nutriti e strigliati a dovere, mentre il mio povero compagno mostrava le costole.
— Maledetti soldati! Credete di poter fare tutto quello che volete, vero? Perché non andate a combattere i Saraceni invece di intrufolarvi dove non siete desiderati?
Senza rispondere, mi spostai verso un palo più distante, e dopo aver legato il cavallo tornai dal vecchio.
— Ho lasciato tutto ciò che possiedo su quel ronzino mangiato dalle zecche —dissi. —A eccezione di questa. —Estrassi dalla guaina la spada con l’elsa incrostata di pietre preziose. —La sua lama ha trafitto più Selgiuchidi di quanti peli hai sul viso, vecchio. Se qualcuno si azzarda a toccare il mio cavallo o le mie cose, ne conoscerà il morso.
Nei suoi occhi si accese un lampo di collera, ma tenne la lingua a freno. Mi voltai ed entrai nella cattedrale. Era stranamente freddo all’interno, e buio. Solo un altare laterale era illuminato, e lì si stava celebrando la cerimonia nuziale. Ecco i proprietari dei cavalli che il vecchio sorvegliava, pensai.
In ginocchio sul pavimento gelido, riuscivo a malapena a intravedere il mosaico raffigurante il Cristo risorto, nella cupola… Una luce fioca filtrava dalle alte finestre colorate, e nei suoi raggi danzava il pulviscolo. Mi aspettavo quasi di vedere il mio respiro, tanto faceva freddo.
Vicino all’entrata principale e all’imponente fonte battesimale, c’era una statua di Santa Sofia. La guardai, e i tratti scolpiti dall’artista mi parvero familiari. Li avevo già visti su un’altra statua, ad Atene. Una statua opera di un pagano e raffigurante Atena, protettrice di quella decrepita città.
Ed ecco che ritrovavo lo stesso volto in Santa Sofia. La santa era avviluppata in morbide pieghe di prezioso tessuto, mentre Atena era stretta in un’armatura e portava un elmo di bronzo. La santa ascoltava le preghiere dei fedeli, mentre la dea impugnava una lancia e aveva una civetta sulla spalla. E, nondimeno, il volto era lo stesso. E pareva sorridermi, un sorriso serafico che mi scaldò il cuore.
Non restai a lungo. Giusto il tempo di una breve preghiera di ringraziamento, poi tornai fuori, timoroso che il vecchio si mettesse in testa di rubare le mie cose per poi dileguarsi tra la folla. Ma lo trovai vicino al palo, e il mio cavallo era al suo posto. La povera bestia era davvero mal ridotta.
— Suppongo che i soldati non allunghino qualche soldo a chi sorveglia le loro cavalcature —borbottò quando gli passai accanto.
— I soldati non hanno denaro fino al giorno di paga —risposi. —E nessuno di noi è stato ancora pagato, da quando ha lasciato la città mesi e mesi or sono.
— Bah! —Non credeva alle mie parole.
Ero stato alloggiato presso una famiglia che viveva fuori delle mura. Non furono esattamente entusiasti di vedermi. Per loro, significava avere un’altra bocca da sfamare e un altro cavallo a cui badare per tutta la durata della mia permanenza. Sembrava che avessero già abbastanza difficoltà a sopravvivere, con cinque figli di cui il maggiore aveva appena dieci anni.
L’uomo era un fabbro e si guadagnava da vivere riparando vasi e oggetti di rame al bazaar. L’esercito gli avrebbe pagato una sciocchezza per il mio mantenimento, ma lui mi disse subito chiaro e tondo che gli sarei costato molto di più.
Ma i ragazzi mi si strinsero intorno, avidi di sapere tutto della guerra e dei paesi in cui ero stato. Mi scrutavano con curiosità, affascinati dalle cicatrici che avevo sul viso.
La madre se l’era portata via una febbre che un anno addietro aveva mietuto parecchie vittime. Il padre si era preso in casa una ragazza per cucinare e badare ai figli, una rossa robusta, probabilmente originaria della Moscovia. Era carina, con la pelle bianco latte non ancora segnata dal duro lavoro. Mi chiesi se il padrone se la portasse a letto.
I due ragazzi più grandi mi aiutarono a disfare il misero bagaglio e scaricarono le mie cose su uno dei letti che si trovavano nella camera al piano superiore. Poi condussero il cavallo nella stalla. Durante la cena, vollero che raccontassi storie di guerra e di vittoria. Ma tutto quello di cui potevo parlare erano battaglie perdute e le ritirate davanti a un nemico implacabile. Il padre mangiava la sua zuppa d’orzo e pane nero in assoluto silenzio. Sollevava il capo di rado, e solo per fulminare con gli occhi la serva quando mi sorrideva.
— Quanti barbari hai ucciso? —mi chiese il figlio più grande.
— Troppi —risposi. —Ma non abbastanza.
— Che cosa si prova a uccidere un uomo? —volle sapere la ragazza.
Risposi di getto, senza pensarci. —Meglio lui di me.
Lei scosse il capo. —So che sono barbari infedeli e che la Chiesa non condanna i loro uccisori, ma Cristo non ci ha insegnato che uccidere è peccato?
La sua disapprovazione mi irritò. Avrei voluto dirle che cosa facevano i Selgiuchidi alle donne cristiane che prendevano prigioniere, descrivere i villaggi di donne violentate e poi trafitte con la spada per puro divertimento, di lattanti impalati vivi e usati come palle da calciare, di bambini inermi torturati con fuoco e pugnali.
Ma non dissi nulla. Perché mi vergognavo. Le mie truppe avevano fatto più o meno lo stesso nei villaggi musulmani che avevamo saccheggiato.
— Sono infedeli —saltò su il padrone di casa. —Servi dell’Anticristo. Ucciderli non è come uccidere un cristiano. Così ci hanno detto i padri della chiesa. Non sono neanche umani.
— Il loro sangue è rosso come il nostro —mi sorpresi a mormorare.
— Bene! Fanne scorrere più che puoi.
“Vattene più presto che puoi e tornatene in guerra” mi stava dicendo. E così avrei fatto, decisi. Quella non era la mia casa né lo sarebbe mai diventata. Non appena la ferita alla gamba fosse guarita, sarei tornato a combattere.
Dopo cena, i due ragazzi si offrirono di dividere il loro letto con me. Scoppiai a ridere; avevo dormito sulla nuda terra talmente a lungo, spiegai, che un letto mi avrebbe sicuramente tenuto sveglio. Distesi sul pavimento la mia coperta e mi sdraiai.
Stavo per addormentarmi, quando il maggiore dei due ragazzi disse: —L’anno prossimo avrò l’età per arruolarmi.
— Non farlo —replicai. —Resta qui e aiuta la tua famiglia.
— Non c’è gloria a stare qui.
— Non c’è gloria neanche in guerra. Credimi. Solo sangue e sofferenza.
— Ma combattere i Selgiuchidi significa fare la volontà di Dio!
— Anche vivere significa fare la volontà di Dio, figliolo. Uccidere è opera del demonio.
— Ma è giusto uccidere i Selgiuchidi. I preti hanno benedetto la guerra.
“Sì” pensai con amarezza. “Lo fanno sempre.”
— L’Imperatore stesso…
— Dormi —lo interruppi. —E dimentica l’esercito. Solo uno sciocco va in guerra quando non vi è costretto.
Questo finalmente gli tappò la bocca. Mi voltai su un fianco e sprofondai nel sonno, sognando un lontano futuro in cui le navi volavano tra le stelle.
27
Frede mi stava scuotendo per svegliarmi.
— Faresti meglio a dare un’occhiata ai dati relativi all’ultimo controllo di navigazione —disse non appena mi vide aprire gli occhi.