La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
Ora toccherà a noi? L’incubo li ossessionava. Evacuazione. La gravidanza non era lo stato ideale per un viaggio per chissà dove, il grande balzo, in fuga verso una stazione delle Stelle delle Retrovie, abbandonata da molto tempo; verso Sol e la Terra… Damon pensò all’Hansford. Pensò a Elene… in una situazione simile.
All’inizio, erano stati uomini civili.
— Forse abbiamo vinto — disse un tecnico. Damon batté le palpebre, pensò che anche quella era una possibilità, ma troppo remota… sapevano bene che era impossibile, che la Confederazione era diventata troppo potente, che la Flotta avrebbe potuto concedere loro altri anni ancora, come aveva fatto finora… ma non la vittoria, mai. Le navi non sarebbero arrivate così numerose, se non fossero state in ritirata.
Damon calcolò i possibili rischi, se Pell avesse rifiutato l’evacuazione; pensò alla sorte che attendeva i Konstantin nelle mani della Confederazione. I militari non gli avrebbero mai permesso di restare. Posò la mano sulla spalla di Elene, mentre il cuore gli batteva da scoppiare al pensiero di venir separato da lei, di perdere lei e il bambino. Lo avrebbero fatto salire a bordo in stato d’arresto, se ci fosse stata l’evacuazione, come era accaduto sulle altre stazioni, per sottrarre il personale indispensabile alle mani della Confederazione… gente caricata a forza sulla prima nave in partenza. Suo padre… sua madre… Pell era la loro vita; significava la vita per sua madre… ed Emilio, e Miliko. Provò un senso di nausea. Il suo mondo era la stazione, così come era stato per le generazioni che lo avevano preceduto, e che non avevano mai cercato la guerra.
Avrebbe combattuto per Elene, per Pell, per tutti i loro sogni.
Ma non sapeva come cominciare.
Signy l’aveva inquadrato sullo schermo: l’anello a raggi della stazione di Pell, la luna lontana, la gemma fulgida della Porta dell’Infinito, velata da un vortice di nubi. Avevano ridotto la velocità e avanzavano lentamente ora, come in un sogno, mentre la forma levigata della stazione si risolveva in un caos di superfici angolate.
I mercantili erano ammassati in gran numero vicino ad ogni punto di attracco, sul lato visibile. C’era una confusione incredibile sullo schermo, e loro si muovevano lentamente, perché occorreva dare tutto il tempo, a quelle navi, di lasciare via libera. Tutti i mercantili che non erano caduti nelle mani della Confederazione dovevano trovarsi nei pressi della stazione, in orbita, o più lontano, o magari nello spazio interstellare, al di fuori del sistema. Graff era ancora ai comandi; una manovra noiosa, ormai. Affollamento e traffico senza precedenti. Un vero caos. Signy si accorse di avere paura, quando analizzò la crescente tensione che la attanagliava. La rabbia era svanita e adesso aveva paura, e provava un senso d’impotenza al quale non era abituata… il desiderio che qualcuno, molto tempo prima, si fosse rivelato così saggio da compiere scelte diverse, capaci di risparmiare a tutti loro quel momento, e quel luogo, e le scelte che ora dovevano affrontare.
— Le navi North Pole e Tibet resteranno lontane dalla stazione — recitò il messaggio dell’Europe. — Servizio di pattuglia.
Era disperatamente necessario; e in quella situazione, Signy avrebbe voluto che il compito fosse stato assegnato a lei e al suo equipaggio. Li attendeva una scelta amara. Preferiva non pensare a un’altra operazione come quella alla stazione Russell, dove il panico dei civili aveva anticipato l’intervento dei militari per smantellare la stazione, e le orde terrorizzate avevano invaso i moli… il suo equipaggio ne aveva avuto abbastanza. E anche lei, e ora detestava l’idea di lasciar scendere le truppe su una stazione dove tutti erano nello stesso stato d’animo dei suoi uomini.
Arrivò un altro messaggio. La stazione di Pell informava di aver allontanato un certo numero di mercantili dagli attracchi per accogliere le navi da guerra in una sola sequenza, e con ampio spazio di manovra. I mercantili sloggiati avrebbero attraversato il gruppo delle navi in orbita nella direzione opposta a quella del loro accesso. Intervenne la voce di Mazian, aspra e profonda, e annunciò che, se un mercantile avesse cercato di lasciare il sistema, sarebbe stato distrutto senza preavviso.
La stazione diede il segnale di ricevuto; non poteva fare altro.
Non funzionava niente. Nella zona Q, sembrava che non funzionasse mai niente. Vassily Kressich premette i pulsanti inutilmente, li premette di nuovo, batté la mano sul comunicatore, e non ottenne risposta dalla centrale. Cominciò a camminare avanti e indietro, nel piccolo compartimento. Quei guasti lo esasperavano, quasi fino alle lacrime. Si ripetevano tutti i giorni: l’acqua, i ventilatori, il comunicatore, il video, i rifornimenti, le carenze che gli ricordavano quanto era tragica la sua esistenza, la rovina, l’affollamento, la violenza dissennata della gente impazzita per le ristrettezze e la precarietà della situazione. Lui aveva l’alloggio. Aveva le sue proprietà; le teneva scrupolosamente in ordine, le puliva spesso, con un’ossessione maniacale. L’odore della zona Q gli aderiva addosso, e a nulla serviva lavarsi, lucidare con diligenza i pavimenti e chiudere le porte per non fare entrare il fetore. Era un odore di antisettici, unito a quello delle altre sostanze chimiche usate dalla stazione per combattere le malattie e l’affollamento e mantenere l’equilibrio dei sistemi di supporto vitale.
Tornò indietro, e provò di nuovo, sperando che il comunicatore funzionasse, ma non funzionava. Sentiva il chiasso, fuori nel corridoio, e sperava che Nino Coledy e i suoi ragazzi tenessero la situazione sotto controllo. Lo sperava. Qualche volta lui non poteva uscire dalla zona Q, quando succedeva qualche guaio, perché le porte venivano bloccate e neppure il suo lasciapassare di consigliere serviva a ottenere un’eccezione. Sapeva che avrebbe dovuto essere fuori, a ristabilire l’ordine, a controllare Coledy, a cercare di impedire che la polizia di Q si abbandonasse ad altri eccessi.
Ma non poteva andare. Si sentiva accapponare la pelle al solo pensiero di affrontare la folla e le grida e l’odio e le brutture della zona Q… altro sangue, altre cose che gli avrebbero turbato il sonno. Sognava Redding. E altri. Persone che lui aveva conosciuto, e che erano state trovate morte nei corridoi, o fuori, nello spazio. Sapeva che quella vigliaccheria avrebbe finito per risultare fatale. La combatteva, sapendo a che cosa portava, sapendo che sarebbe stato perduto appena avesse dato segni di debolezza… e c’erano giorni in cui gli era difficile percorrere quei corridoi, quando sentiva di non averne il coraggio. Era uno di loro, non era diverso dagli altri; aveva un rifugio e non voleva uscirne, non voleva attraversare neppure il breve tratto per raggiungere il posto di blocco della sicurezza e le porte.
Lo avrebbero ucciso, Coledy o uno dei gruppi rivali. Oppure qualcuno che non aveva un movente. Un giorno, nella follia che investiva la zona Q, lo avrebbero ucciso; qualcuno deluso per una domanda respinta, qualcuno che lo odiava come simbolo dell’autorità. Sentiva una stretta allo stomaco, ogni volta che apriva la porta della sua stanza. Fuori c’erano tante domande, e lui non sapeva cosa rispondere; c’erano tante richieste, e lui non poteva soddisfarle; c’erano tutti quegli occhi, e non poteva affrontarli. Se fosse uscito, quel giorno, avrebbe dovuto poi tornare indietro, quando il disordine forse si sarebbe aggravato: non era autorizzato a restare fuori dalla zona Q per più di un turno alla volta. Aveva tentato, aveva cercato di mettere alla prova la propria credibilità… alla fine aveva trovato il coraggio di chiedere i documenti, di chiedere la liberazione, qualche giorno dopo l’ultimo disordine… l’aveva chiesto, sebbene sapesse che Coledy avrebbe potuto venirne informato; l’aveva chiesto, sebbene sapesse che poteva costargli la vita. E gliel’avevano negato. Il grande e potente consiglio di cui faceva parte… non voleva ascoltarlo. Aveva un ruolo troppo importante, aveva detto Angelo Konstantin, e lo aveva pregato, privatamente, di restare al suo posto. Lui non aveva insistito, temendo che la cosa si risapesse in giro, perché allora non gli sarebbe rimasto molto da vivere.