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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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Mi svegliai nuovamente. Per un istante pensai di essere ancora nel nostro dormitorio, di essere il capitano degli apprendisti; tutto il resto, la mia nomina ad artigiano, la morte di Thecla, il duello, mi sembrava solo un sogno. Non sarebbe stata l'ultima volta che avrei provato quella sensazione. Poi mi resi conto che il soffitto era intonacato e non metallico, e che l'uomo steso nel letto di fianco al mio era tutto bendato. Gettai via le coperte e appoggiai i piedi sul pavimento. Dorcas dormiva seduta, con le spalle appoggiate alla parete vicino alla testata del letto. Si era avvolta intorno il mio mantello marrone e teneva in grembo Terminus est, e l'impugnatura e il fodero della spada spuntavano ai due lati opposti del mucchio formato dai miei indumenti. Riuscii a prendere la calzamaglia e le brache, gli stivali, la cappa e la cintura con la borsa senza svegliarla, ma quando cercai di prendere la spada, lei mormorò e aumentò la stretta, così gliela lasciai.

Molti malati erano svegli e mi guardavano, ma non dissero niente. In fondo allo stanzone una porta dava su una scala; scesi nel cortile dove scalpitavano i destrieri. Per un attimo pensai che stavo ancora sognando: il cinocefalo si stava arrampicando sul muro. Ma si trattava di un animale vero come i destrieri, e quando gli gettai un sasso, snudò i denti impressionanti come quelli di Triskele.

Un soldato con un usbergo uscì per andare a prendere qualcosa nella borsa della sua sella. Lo fermai e gli domandai che posto fosse quello. Lui credette che volessi sapere in quale parte della fortezza ci trovassimo e indicò una torretta dietro la quale, spiegò, sorgeva il Palazzo di Giustizia. Quindi mi disse che se fossi andato con lui avrei potuto mangiare qualcosa.

All'improvviso mi accorsi di essere affamato. Lo seguii lungo un corridoio buio e in una stanza molto più bassa e scura del lazzaretto, nella quale quaranta o cinquanta dimarchi come lui stavano consumando il loro pasto composto di pane appena sfornato, carne di bue e verdure bollite. Il mio nuovo amico mi suggerì di prendere un piatto e di dire ai cuochi che mi era stato ordinato di andare lì a mangiare. Obbedii e, nonostante i cuochi si mostrassero un po' sorpresi davanti al mio mantello di fuliggine, venni servito senza obiezioni.

Se i cuochi non erano curiosi, i soldati lo erano tantissimo. Vollero sapere come mi chiamassi e da dove venissi e che grado avessi, perché credevano che la nostra corporazione fosse strutturata come l'esercito. Mi chiesero dove fosse la mia scure e quando risposi che usavo la spada mi domandarono dove l'avessi lasciata; dopo avergli risposto che avevo con me una donna e che era lei a custodirla, mi misero in guardia contro una sua possibile fuga con la mia arma. Mi consigliarono di portarle una pagnotta nascondendola sotto il mantello, perché lei non avrebbe avuto il permesso di entrare a mangiare lì. Scoprii che la maggior parte degli uomini più anziani avevano mantenuto qualche donna, prima o poi, generalmente ausiliarie; ma al momento erano pochi quelli che lo stavano facendo. Avevano trascorso l'estate precedente combattendo nel nord ed erano stati inviati a svernare a Nessus, dove svolgevano il loro servizio mantenendo l'ordine. Erano in procinto di tornare al nord, al massimo dopo una settimana. Le loro donne erano rientrate nei rispettivi villaggi per vivere con i genitori e i parenti. Domandai se le donne non avrebbero preferito seguirli verso sud.

— Preferito? — disse il mio nuovo amico. — Certamente. Ma come avrebbero potuto farlo? Una cosa è seguire la cavalleria che si apre la strada combattendo al nord con l'esercito, che non avanza più di una o due leghe al giorno quando va bene, e se conquista tre leghe in una settimana stai certo che quella seguente ne perderà due. Ma come avrebbero potuto starci dietro durante il rientro in città? Quindici leghe al giorno. E che cosa avrebbero mangiato durante il viaggio? Per loro è molto meglio aspettare. Se nel nostro vecchio settore arriverà una nuova xenaglia, si troveranno altri uomini. E con loro giungeranno nuove ragazze, e alcune delle più vecchie si ritireranno; in tal modo tutti hanno la possibilità di cambiare, se vogliono. Ho sentito dire che ieri sera hanno portato qui uno di voi carnefici, più morto che vivo. L'hai visto?

Risposi di no.

— L'ha individuato una delle nostre pattuglie e il chiliarca quando l'ha saputo l'ha rimandata indietro a prenderlo, dal momento che fra un giorno o due ne avremo bisogno. Gli uomini della pattuglia giurano di non averlo toccato, ma hanno dovuto trasportarlo in barella. Non so se si tratti di uno dei tuoi camerati, ma forse vorrai vederlo.

Promisi che l'avrei fatto e, dopo aver ringraziato i soldati per l'ospitalità, me ne andai. Ero in pensiero per Dorcas e le loro domande, per quanto benintenzionate, mi avevano reso irrequieto. C'erano troppe cose che non riuscivo a spiegarmi… come ero rimasto ferito, per esempio, ammesso che l'uomo ricoverato la sera prima fossi io, e da dove veniva Dorcas. Dal momento che io stesso non riuscivo a fare luce su questi quesiti, ero turbato e avvertivo, come sempre succede quando una parte della nostra vita non tollera la luce, che per quanto l'ultima domanda fosse separata dagli argomenti proibiti, quella successiva non lo sarebbe stata.

Dorcas si era svegliata ed era in piedi vicino al mio letto, accanto al quale qualcuno aveva lasciato una tazza di brodo fumante. Fu talmente felice di vedermi che la sua gioia mi contagiò. — Credevo che fossi morto — disse. — Eri scomparso con i tuoi vestiti e ho pensato che li avessero presi per seppellirti.

— Sto benissimo — risposi. — Cos'è successo ieri sera?

Dorcas si rabbuiò di colpo. La feci sedere sul letto insieme a me e le feci mangiare il pane che avevo portato con me di nascosto dalla mensa e bere il brodo mentre raccontava. — Sono sicura che ti ricordi il combattimento con l'uomo dallo strano elmo. Hai messo una maschera e sei entrato nel'arena insieme a lui, sebbene ti avessi implorato di non farlo. Ti ha colpito al petto quasi subito e sei caduto. Ricordo di aver visto la foglia, una cosa tremenda come una planaria di ferro, piantata per metà nel tuo corpo, che si arrossava mentre beveva il tuo sangue.

«Poi si è staccata. Non so come descrivere quanto è successo. E come se tutto quello che ho visto fosse sbagliato. Ma non lo era… ricordo bene. Ti sei rimesso in piedi e sembravi… non so. Come sperduto, come se una parte di te fosse molto lontana. Ho pensato che lui ti avrebbe ucciso subito, ma l'eforo si è messo fra di voi, dicendogli che doveva lasciarti il tempo di riprendere il tuo avern. Il suo era immobile, come il tuo quando lo hai raccolto in quel terribile posto; il tuo invece ha iniziato a fremere e ad aprire il fiore… credevo che quella cosa bianca con il vortice di petali si fosse già aperta, ma ora credo che stessi pensando troppo alle rose, e che non si era aperta affatto. Sotto c'era qualcosa, qualcosa d'altro, una faccia che potrebbe appartenere al veleno, se il veleno avesse un volto.

«Tu non te ne sei accorto. L'hai preso in mano e l'avern ha iniziato a curvarsi verso di te, come se fossi sveglio solo in parte. Ma il tuo avversario, l'ipparca, non riusciva a credere ai suoi occhi. Ti fissava, e quella donna, Agia, gli ha urlato qualcosa. Poi improvvisamente si è voltato ed è fuggito. Gli spettatori non lo volevano lasciar passare, volevano veder morire qualcuno, così hanno cercato di trattenerlo e lui…

I suoi occhi si riempirono di lacrime. Dorcas voltò la testa perché non me ne accorgessi. Io dissi: — Ne ha colpiti molti con l'avern, e penso che li abbia uccisi. Poi che cosa è successo?

— Li ha colpiti come un serpente. Le sue vittime non sono morte subito: urlavano, alcuni correvano e cadevano, si rialzavano e riprendevano a correre, come se fossero ciechi, facendo cadere altra gente. Finalmente un uomo grande e grosso lo ha colpito alla testa da dietro e una donna che si era già battuta da qualche altra parte è arrivata con un braquemar e ha tagliato l'avern… non di lato, ma perpendicolarmente lungo lo stelo. Poi alcuni uomini hanno fermato l'ipparca e io ho sentito la spada della donna colpirlo sull'elmo.

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