L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #1
- Год: 1983
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0490-2
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:
Agia lasciò cadere a terra la veste e si avventò su di me con tanta violenza che per un momento credetti volesse aggredirmi. Invece mi coprì la bocca di baci, mi prese le mani e se ne posò una sul seno e l'altra sul fianco vellutato. Era ancora sporca di paglia, anche sulla schiena, dove spostai subito le mani.
— Severian, ti amo! Ti ho desiderato per tutto il tempo che siamo stati insieme e tante volte ho cercato l'occasione per concedermi a te. Non ricordi il Giardino delle Delizie? Quanto ho insistito per portarti là? Sarebbe stata l'estasi per entrambi, ma tu non sei voluto andare. Sii sincero, per una volta. — Parlava come se la sincerità fosse un fenomeno anomalo come la pazzia. — Non mi ami? Prendimi adesso… qui. Agilus guarderà dall'altra parte, te lo assicuro. — Le sue dita si erano insinuate sotto la mia cintura e non mi resi conto che con l'altra mano aveva aperto la borsa fino al momento in cui udii il fruscio della carta.
Le colpii il polso, forse più forte di quanto avrei dovuto, e lei si gettò su di me cercando di graffiarmi gli occhi come faceva qualche volta Thecla quando non riusciva più a tollerare il pensiero della prigionia e della sofferenza. La respinsi… non più contro una sedia ma contro la parete.
Picchiò la testa contro il muro e, nonostante la protezione dei capelli, si sentì un colpo secco, le forze l'abbandonarono e lei si lasciò scivolare sulla paglia. Non avrei mai pensato che Agia fosse capace di piangere, ma in quel momento stava proprio piangendo.
— Che cos'ha fatto? — domandò Agilus, tradendo solo curiosità.
— Lo sai certamente. Ha cercato di frugare nella mia borsa. — Estrassi tutti i miei soldi: due oricalchi di bronzo e sette aes di rame. — O forse intendeva rubare la lettera per l'arconte di Thrax. Una volta gliene ho parlato, ma non è qui che la tengo.
— Voleva le monete, ne sono certo. A me hanno portato da mangiare, ma lei deve avere una fame terribile.
Sollevai Agia e le posi fra le braccia la veste strappata. La condussi fuori. Era ancora stordita, ma quando le diedi un oricalco lei lo gettò a terra e ci sputò sopra.
Quando feci ritorno nella cella, Agilus era seduto a gambe incrociate con la schiena appoggiata alla parete. — Non farmi domande su Agia — disse. — Tutto quello che sospetti è vero… ti basta? Domani io morirò e lei sposerà il vecchio pazzo di lei o qualcun altro. Era già parecchio tempo che io insistevo perché lo facesse. Lui non avrebbe potuto impedirle di vedere suo fratello. Ma adesso io non ci sarò più e lui non dovrà preoccuparsi nemmeno di questo.
— Sì — confermai. — Domani morirai. È di questo che sono venuto a parlarti. Non vuoi fare bella figura sul palco?
Agilus guardò le mani, sottili e morbide, immerse nel raggio di sole che poco prima aveva avvolto la sua testa e quella di Agia con un'aureola. — Sì — rispose. — Forse lei verrà. Spero che non venga ma sì, mi farebbe piacere.
Allora gli spiegai di mangiare poco al mattino per non vomitare quando fosse arrivato il momento e l'avvertii di svuotare la vescica, che si rilascia nell'istante stesso in cui il colpo di spada viene sferrato. Gli insegnai la falsa procedura che si insegna a tutti i condannati a morte perché credano che il momento non è ancora imminente mentre lo è, la falsa procedura che permette di morire con meno paura. Non so se mi credette, anche se lo spero. Se mai esiste una menzogna giustificabile dinnanzi agli occhi del Pancreatore, è quella.
Quando uscii, l'oricalco non c'era più. Al suo posto (e certamente tracciato con la moneta) vidi un disegno inciso nelle pietre ruvide. Poteva raffigurare la faccia ghignante di Jurupari o forse una mappa, ed era circondato da lettere che non conoscevo. Lo cancellai con il piede.
XXX
NOTTE
Erano in cinque, tre uomini e due donne. Aspettavano davanti alla porta, raggruppati a una dozzina di passi di distanza. Nell'attesa parlavano fra di loro quasi gridando e ridevano e agitavano le braccia per darsi di gomito. Rimasi un po' a guardarli immerso nell'ombra. Non potevano vedermi, avvolto com'ero dal mio mantello di fuliggine, e io finsi di non sapere chi fossero. Potevano aver partecipato a una festa ed erano un po' alticci.
Si fecero avanti, esitanti per paura di essere respinti ma decisi a fare le loro proposte. Uno di loro era più alto di me, certamente il figlio illegittimo di un esultante. Aveva più di cinquant'anni ed era grasso come il padrone della Locanda degli Amori Perduti. Vicino a lui c'era una donna esile, sui vent'anni, che quasi gli si stringeva addosso: i suoi occhi erano i più famelici che io abbia mai visto.
Quando l'uomo grasso si fermò davanti a me, sbarrandomi la strada con la sua mole, la donna mi abbracciò quasi e si avvicinò talmente che parve addirittura una magia che non ci toccassimo; mosse le mani dalle dita affusolate verso l'apertura del mio mantello, come se volesse toccarmi il petto, e io ebbi la sensazione di avere davanti uno spettro bevitore di sangue, un succubo o una lamia. Gli altri si accalcarono intorno, costringendomi contro il muro.
— È fissato per domani, vero? Che sensazione si prova?
— Come ti chiami?
— È malvagio, vero, il mostro?
Nessuno aspettava che io rispondessi alla propria domanda. Cercavano solo la vicinanza, il poter dire che avevano parlato con me.
— Prima gli spezzerai le ossa? Lo marchierai?
— Hai mai ucciso una donna?
— Sì — risposi io. — Sì, una volta.
Uno degli uomini, piccolo e magro, con la fronte alta e sporgente dell'intellettuale, mi pose fra le mani un asimi. — So che voialtri non siete pagati tanto e ho sentito dire che lui è povero, perciò non ti potrà dare una mancia. — Una donna con gli occhi nascosti dai capelli grigi, cercò di farmi accettare un fazzoletto orlato di pizzo. — Immergilo nel sangue, almeno un bordo. Dopo ti pagherò.
Provavo pietà per loro, nonostante mi ripugnassero. Un uomo, in particolare, mi faceva pena. Era più piccolo di quello che mi aveva dato i soldi e più grigio della donna con il fazzoletto; nei suoi occhi opachi c'era un'ombra di follia, la parvenza di una preoccupazione repressa che si era logorata nella sua mente fino a perdere del tutto l'impazienza per conservare solo l'energia. Ebbi l'impressione che stesse lasciando sfogare gli altri per poi poter parlare a sua volta, e poiché non avrebbe mai ottenuto il silenzio zittii tutti con un gesto e gli chiesi che cosa volesse.
— M-m-maestro, quando mi trovavo sulla Quasar possedevo una paracoita, una bambola insomma, un genicon, così bella con le sue grandi pupille scure come pozzi e le iridi che parevano astri o viole del pensiero. Maestro, io credevo che fossero servite intere aiuole per fare quegli occhi, quella carne che sembrava s-sempre riscaldata dal sole. Dove si trova adesso la mia piccola? Che i g-ganci strazino le mani che me l'hanno portata via! Schiacciale sotto le pietre, Maestro. Dove è andata dalla cassetta di legno di limone che avevo costruito apposta per lei e nella quale non dormiva mai, perché stava tutta la notte insieme a me, mentre vi trascorreva le giornate, un turno di guardia dopo l'altro, sorridente quando ve la riponevo e sorridente quando la tiravo fuori? Come erano morbide le sue mani, le sue piccole mani. Come c-colombe. Le avrebbe potute usare per volare nella cabina, se non avesse preferito dormire con me. Avvolgigli le viscere con l'argano, infilagli gli occhi in bocca. Castrali in modo che le loro amanti non riescano più a riconoscerli, abbandonali alle spudorate risate delle b-bocche delle sgualdrine. Sfogati su quei colpevoli. Dove era la loro pietà per gli innocenti? Quando mai hanno tremato e pianto? Quali uomini potrebbero fare quello che hanno fatto loro… ladri, falsi amici, traditori, cattivi compagni, assassini e rapitori. S-senza di te, dove sono i loro incubi, la punizione promessa da tanto tempo? Dove sono le catene, i cappi e le manette? Dove sono le visioni che li renderanno ciechi? Dove sono le defenestrazioni che romperanno le loro ossa, la ruota che stritolerà le loro giunture? Dov'è lei, la mia amata perduta?