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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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— Il tempo passa! — gridò Granbravone. — La luce scema! è ora di arrampicare!

In breve, Rillibee fu circondato dal gruppo sussurrante e spinto in un corridoio, attraverso un magazzino, su per una rampa di scale, per una botola, fin sul tetto della galleria, alla base di una torre, da cui una esile scala a pioli saliva fino al primo terrazzo, dal quale altre scale conducevano ad altri terrazzi, sempre più in alto. Le cime delle torri scomparivano nella nebbia e gli ultimi raggi del sole al tramonto trafiggevano le nubi: era iniziato il lungo crepuscolo di Grass.

Afferrando una spalla di Rillibee con una mano che pareva una tenaglia, Stringipicco sussurrò: — Costui si arrampicherà, vedrai.

— Oh, su questo sono pronto a scommettere, Picco — ringhiò Granbravone.

Poiché aveva affinato l’udito per tanti anni sforzandosi di decifrare il mormorio degli amplificatori della Santità, Rillibee udì lo scambio di bisbigli fra i due arrampicatori.

— Scommetto un turno intero di servizio alle cucine — rispose Stringipicco.

— Andata! — ridacchiò Granbravone. — Sono convinto che il ragazzo precipiterà.

Nell’udire quella risatina malevola, Rillibee rabbrividì fin nelle ossa: Oh, Dio, no, disse il pappagallo nella sua mente. Ed egli sussurrò a se stesso: — Zitto.

— Hai detto qualcosa, ranocchio?

Scuotendo la testa, Rillibee pensò che Granbravone, ben lungi dall’esser tipo da lasciare al caso il risultato della scommessa, avrebbe fatto di tutto, lassù sulla torre, per garantirsi la vittoria. D’altronde, cosa importava? Perché opporsi? Lasciami morire, implorò il pappagallo.

Gli arrampicatori, raccolti tutt’intorno a Rillibee, indicarono simultaneamente, come se fossero una sola persona, la cima della torre, lassù nel cielo, dove indugiavano gli ultimi bagliori del sole: — Salirà? — chiesero, stringendosi sempre più intorno al giovane monaco.

Le regole della prova erano semplici: dopo aver lasciato a Rillibee tre minuti per salire, gli arrampicatori lo avrebbero inseguito. Se fosse riuscito a scendere senza essere catturato, il ragazzo sarebbe diventato un arrampicatore. Altrimenti avrebbe continuato ad essere un ranocchio, ma non sarebbe stato picchiato troppo brutalmente se avesse offerto una caccia divertente agli inseguitori. Se fosse precipitato, forse sarebbe morto, o forse si sarebbe salvato: ciò non si poteva prevedere. Se invece avesse rifiutato di arrampicarsi, sarebbe stato ucciso subito, lì sul tetto: gli avrebbero spalmato il viso di merda e lo avrebbero picchiato allo stomaco fino a fargli rimpiangere di non essere precipitato.

— Se non ti arrampicherai, frate Lourai — aggiunse Granbravone — useremo il tuo corpo per il nostro piacere, prima di ucciderti.

Con larghi sogghigni e sguardi febbrili, gli altri arrampicatori espressero la loro approvazione: — Sali — cominciarono a cantilenare. — Sali, Lourai. Devi superare l’iniziazione. Devi arrampicare!

— Arrampicare! — gridarono in coro altri cinquanta o sessanta Frati Verdi dai nomi strani, che nel frattempo si erano arrampicati sul tetto mediante le funi gettate dai seguaci di Granbravone. — Arrampica, Lourai! Arrampica! — urlarono in tono derisorio, coi visi che bramavano scempio. Come aveva detto frate Mainoa, erano annoiati, e la noia li aveva condotti alla pazzia, e frate Lourai doveva imparare a vivere in armonia con loro.

Incurante delle grida dei monaci, Rillibee fu indotto ad avvicinarsi alla scala dalla consapevolezza che non avrebbe avuto pace finché non avesse agito. Negli ultimi anni aveva meditato molte volte sulla morte, senza trovare alcuna ragione per continuare a vivere dopo che Miriam, Joshua e Songbird erano defunti. Non era terrorizzato dalla morte in sé, bensì dal modo di morire. Non intendeva subire le sofferenze e le umiliazioni che gli sarebbero state inflitte se si fosse consegnato alla banda, lì, in quel momento. Se proprio doveva, voleva morire in pace, e non per mano di un individuo così crudele e spregevole come Granbravone.

La scala non lo spaventava affatto, perché le torri del Monastero erano nulla, rispetto a quelle della Santità. Sapeva di non dover mai guardare in basso e di dover mantenere sempre salda la presa. Dapprima salì lentamente, poi con crescente rapidità, osservando un fenomeno a cui gli arrampicatori non sembravano dare importanza, o di cui non si erano accorti: le cime delle torri erano già perdute fra le nebbie che calavano come veli sul Monastero e avvolgevano i ponti simili a fili di ragnatela.

Con la speranza di potersi nascondere nella bruma, Rillibee salì in fretta sino al primo terrazzo e cominciò a salire per la seconda scala, osservando il più vicino banco di nebbia, che ingoiava i ponti e le scale sovrastanti.

Un ululato si levò dalla folla sottostante, perché — i novizi non dimostravano mai tanta audacia. Benché il tempo stabilito non fosse ancora trascorso, Granbravone cominciò a salire senza attendere oltre, mentre alcuni monaci avevano la temerità di protestare: — Tempo! Tempo! è sleale!

Soffocato dalla collera, Rillibee Chime pensò: Granbravone infrange le sue stesse regole! Che diritto ha di agire così?

Senza badare al coro di disapprovazione, Granbravone continuò a salire, imitato dopo breve esitazione da Arduovolo e Mandiguglia, a loro volta seguiti da Pontelungo, ma non da Stringipicco, il quale rimase in disparte ad urlare: — Non gli hai lasciato il vantaggio che gli spettava, Bravone! Non gli hai lasciato il vantaggio che gli spettava!

Nell’udire le grida di consenso con cui dieci o dodici monaci accolsero tali parole, Rillibee constatò che Stringipicco non mancava di seguaci. Le minacce e le risa di scherno di Granbravone, intese ad innervosirlo e spaventarlo, riuscirono soltanto ad aumentare la sua collera e consentirgli di proseguire con maggior sicurezza e rapidità verso l’alto, spronato inoltre dalla paura e dall’odio.

Quando Rillibee giunse a soli tre piani dalla nebbia, il tempo scadde e gli arrampicatori iniziarono l’inseguimento, ululando. Esultante, Granbravone gridò: — Veniamo a prenderti, ranocchio! Veniamo a prenderti!

Quantunque si trovasse a notevole altezza, Rillibee osò gettare un’occhiata in basso: numerosi inseguitori stavano salendo da varie scale. Ormai non gli restavano che due terrazzi, l’uno più stretto dell’altro, per giungere alla scala che spariva nella nebbia.

Esasperato dalla collera, Rillibee sentì i muscoli delle braccia dolere e il respiro divenire affannoso, anche se non tanto da provocare una caduta, almeno per il momento. Sapeva che prima o poi le forze e il fiato lo avrebbero abbandonato, ma quanto tempo gli restava?

Continuò a salire, col viso sfiorato dalla fredda nebbia umida, e d’un tratto si trovò isolato e invisibile in una grigia coltre impenetrabile che attutiva i suoni, senza più scorgere gli inseguitori. Poiché il tremito della torre tradiva la sua presenza, rallentò per attenuarlo. Poi cercò nell’oscurità che si addensava, finché vide sporgere nel vuoto a breve distanza, come un’ombra ormai persa nella bruma, l’oggetto che aveva notato poco prima dal basso: un solido braccio ligneo da cui pendeva un paranco, evidentemente rimasto dall’epoca della costruzione della torre.

In breve, Rillibee si spogliò e si appese sul petto la tonaca arrotolata, legata col cordiglio. In mutande e camiciola senza maniche, strisciò fino all’estremità dell’antenna, dove rimase in attesa. Poco prima, guardando dal basso, aveva memorizzato la posizione di un ponte sospeso che conduceva alla torre più vicina: una semplice fune unita ai cavi portanti da due serie di tiranti sottili.

Augurandosi che la distanza non fosse troppa, Rillibee lasciò pendere il fagotto da una estremità del cordiglio, poi lo fece oscillare ripetutamente e lo lanciò verso l’alto, oltre il ponte. Con sua delusione, esso non ricadde, ma rimase agganciato, resistendo a una serie di strattoni, e impedendogli di legare insieme le estremità del cordiglio per restare appeso al ponte, come su un dondolo perduto nella nebbia, nel vuoto, dove nessuno avrebbe pensato a cercarlo. Tuttavia si rese conto che tale piano non avrebbe funzionato comunque, perché il ponte si sarebbe flesso e gli inseguitori non avrebbero mancato di accorgersene. Dunque sospirò profondamente e rimase dove si trovava, senza lasciare il cordiglio.

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