L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
«Molto.»
«Non potete dirmi di più?»
«Vi supplico di non chiedermi altro, mio signore.»
«Perché?»
«Perché non desidero mentirvi.»
«Come mai?» insistette Cazaril. Gli sembrava che tutti gli altri non avessero problemi a mentirgli.
Umegat trasse un profondo respiro e gli sorrise, scrutandolo con attenzione. «Perché, mio signore, è stato il corvo a scegliere me», replicò.
Ricambiato il sorriso con aria alquanto tesa, Cazaril si congedò con un inchino e si affrettò ad andarsene.
11
Tre giorni più tardi, la mattina, Cazaril stava uscendo dalla sua stanza per andare a colazione quando venne accostato da un paggio, che lo afferrò per una manica.
«Mio signore dy Cazaril!» esclamò il giovane, affannato. «Il siniscalco vi prega di raggiungerlo immediatamente nel cortile.»
«Perché? Cos’è successo?» chiese Cazaril, avviandosi insieme col ragazzo.
«Si tratta di Ser dy Sanda. La scorsa notte è stato aggredito da alcuni tagliaborse ed è stato derubato e pugnalato.»
«Quanto sono gravi le sue ferite? Dove si trova?»
«Non è ferito, mio signore, è morto!»
Oh, per gli Dei, no, gemette tra sé Cazaril, mentre si lasciava alle spalle il paggio e scendeva di corsa le scale, uscendo nel cortile principale del castello in tempo per vedere un uomo che indossava il tabarro del conestabile di Cardegoss e un altro individuo, vestito da contadino, scaricare una forma rigida dalla groppa di un mulo e adagiarla sull’acciottolato. Cupo in volto, il siniscalco del castello di Zangre si chinò sul cadavere, mentre un paio di guardie del Roya osservavano la scena tenendosi a qualche passo di distanza, quasi che le ferite da coltello potessero essere contagiose.
«Cos’è successo?» domandò Cazaril.
Notando il suo abbigliamento da cortigiano, il contadino si affrettò a togliersi il cappello di lana in un saluto rispettoso. «L’ho trovato stamattina sulla riva del fiume, signore, quando ho portato il mio bestiame ad abbeverarsi», spiegò. «In quel punto, il fiume fa una curva, e mi capita spesso di trovare cose impigliate nelle rocce. La scorsa settimana, per esempio, c’era una ruota di carro, ed è per questo che controllo sempre. I cadaveri non sono frequenti — sia resa grazie alla Misericordia della Madre — e non ne avevo più visto uno dopo la povera dama che si è annegata, due anni fa…» Scambiò con l’uomo del conestabile un cenno del capo da cui si capiva che entrambi rammentavano quell’episodio, poi concluse: «Questo, però, non sembra essere annegato».
I calzoni di dy Sanda erano ancora fradici, ma i capelli avevano smesso di gocciolare; la tunica era stata rimossa da chi lo aveva trovato ed era ripiegata sul dorso del mulo. Sul torace messo a nudo spiccavano le ferite, che il fiume aveva ripulito dal sangue, scure lacerazioni ben visibili sulla pelle pallida del collo, del ventre e della schiena. Erano oltre una dozzina, inferte con forza e in profondità.
Appoggiandosi all’indietro sui talloni, il siniscalco indicò un pezzetto di corda fradicia che pendeva dalla cintura di dy Sanda. «Dovevano avere fretta», osservò. «Hanno tagliato i cordoni della sua borsa.»
«Non si è trattato soltanto di una rapina», dichiarò Cazaril. «Un paio di queste ferite sarebbero state sufficienti a metterlo fuori combattimento e a porre fine a ogni resistenza da parte sua, quindi non c’era bisogno di… No, volevano essere sicuri che fosse morto.» Aveva usato il plurale e ciò lo indusse a chiedersi se davvero gli aggressori erano più di uno. Non c’era modo di appurarlo, almeno per il momento, ma, considerato che dy Sanda non era certo un avversario facile, lo ritenne più che probabile. «Immagino che gli abbiano preso la spada», aggiunse, dopo un momento. Dy Sanda aveva avuto il tempo di estrarla, oppure il primo colpo lo aveva colto alla sprovvista, provenendo da un uomo che gli camminava accanto e di cui lui si fidava?
«Gliel’hanno presa, oppure l’ha portata via il fiume», affermò il contadino. «Se avesse avuto ancora addosso quel peso che lo trascinava verso il basso, non si sarebbe arenato sulla curva tanto presto.»
«Indossava anelli o altri gioielli?» chiese l’uomo del conestabile.
«Parecchi anelli e un orecchino d’oro», annuì il siniscalco.
Naturalmente di quei monili non c’era più traccia.
«Voglio una descrizione di ognuno di quei preziosi, mio signore», disse la guardia, e il siniscalco si limitò ad annuire.
«Sapete dov’è stato trovato», osservò Cazaril, rivolto alla guardia. «Avete scoperto anche dov’è stato aggredito?»
«Difficile a dirsi», replicò l’uomo, scuotendo il capo. «Forse, da qualche parte nei bassifondi…» Si riferiva alla parte più bassa, socialmente e geograficamente, di Cardegoss, addossata su entrambi i lati del muro che correva tra i due fiumi. «Ci sono una mezza dozzina di punti da dove si potrebbe gettare un cadavere dalle mura cittadine con la certezza che venga portato via dalla corrente, e alcuni sono più isolati di altri. Quand’è stata l’ultima volta che qualcuno di voi lo ha visto, ieri sera?»
«Io l’ho visto a cena, ma non mi ha accennato di voler scendere in città», rispose Cazaril, pensando che anche all’interno dello Zangre c’erano un paio di posti da cui un cadavere poteva essere gettato nel fiume. «Ha riportato qualche frattura?»
«Io non ne ho notate nel toccarlo, signore», rispose la guardia del conestabile. In effetti, il cadavere non mostrava quasi lividi di sorta.
Una rapida indagine presso le guardie del castello rivelò che dy Sanda aveva effettivamente lasciato lo Zangre la notte precedente, da solo e a piedi, più o meno nel corso del turno di guardia intermedio. Quella notizia indusse Cazaril ad accantonare l’intenzione di passare al setaccio ogni angolo dei corridoi e delle nicchie del vasto castello, alla ricerca di macchie di sangue recenti. Nel tardo pomeriggio, poi, le guardie del conestabile trovarono tre persone che avevano visto il segretario del Royse bere in una taverna dei bassifondi e andarsene dal locale da solo. Una di esse aggiunse che dy Sanda era ubriaco e barcollava, una frase che indusse Cazaril a desiderare di poter trascorrere qualche tempo da solo con quell’uomo nelle celle di pietra dello Zangre, situate nelle gallerie che scendevano fino ai fiumi. Era infatti certo che laggiù sarebbe riuscito a estorcergli la verità, considerato che, da quando lo aveva conosciuto, non gli era mai capitato di vedere dy Sanda ubriaco.
Su Cazaril ricadde il triste compito d’inventariare e impacchettare i pochi averi di dy Sanda, che sarebbero stati inviati al suo unico parente ancora in vita, un fratello maggiore che risiedeva in una delle province di Chalion. Poi, mentre gli uomini del conestabile setacciavano i bassifondi cittadini alla ricerca dei supposti tagliaborse — fatica inutile, a suo parere -, lui procedette ad analizzare ogni pezzo di carta presente nella stanza di dy Sanda. Quale che fosse stato il contenuto del messaggio che lo aveva attirato nella parte bassa della città, però, dy Sanda doveva averlo ricevuto verbalmente oppure aveva portato il biglietto con sé.
Giacché il defunto segretario non aveva parenti che vivessero abbastanza vicini da poter assistere al funerale, il rito si svolse il giorno successivo, alla presenza del Royse, della Royesse e del loro seguito, come pure di alcuni cortigiani ansiosi di conquistarsi il loro favore. La cerimonia si tenne nella camera del Figlio, su un lato del cortile principale del Tempio, e fu piuttosto breve. Nel prendervi parte, Cazaril si rese improvvisamente conto di quanto fosse stata solitaria la vita dy Sanda. Non c’erano amici intorno al feretro che si disputavano l’onore di elogiare le virtù del defunto, non c’erano pianti né tentativi di confortarsi a vicenda. Fu lo stesso Cazaril a pronunciare poche parole di rammarico per quella perdita, per conto della Royesse, e riuscì ad arrivare in fondo al discorso senza neppure dover sbirciare sul pezzo di carta sul quale lo aveva affrettatamente composto, quella mattina, e che teneva nella manica.