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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Alla luce di quei rapporti, Cazaril cominciò a pensare ai problemi logistici connessi al trasferimento della Royesse e del suo seguito, qualora la corte avesse lasciato il castello di Zangre in anticipo per trasferirsi presso la sua residenza invernale prima della Giornata del Padre. Era dunque seduto nel suo studio, intento a calcolare la quantità di cavalli e di muli necessari, quando uno dei paggi di Orico si presentò sulla porta dell’anticamera.

«Mio signore dy Cazaril… Il Roya vi chiede di raggiungerlo nella Torre di Ias», disse il giovane.

Inarcando le sopracciglia con aria sorpresa, Cazaril posò la penna e seguì il paggio, chiedendosi quale servizio intendesse richiedergli Orico, ben noto per le sue idee tanto improvvise quanto eccentriche. Già due volte, in precedenza, gli aveva ordinato di accompagnarlo nel serraglio, dove gli aveva fatto svolgere compiti più adatti a un paggio o a uno stalliere, come tenere un animale per la catena o andare a prendere le spazzole o il foraggio. Però… No, non si era trattato solo di quello: con aria apparentemente distratta, il Roya ne aveva approfittato anche per porgli domande ben mirate sul conto di sua sorella Iselle. Cazaril non si era fatto pregare, rivelando l’orrore di Iselle all’idea di poter essere data in sposa a qualche regnante dell’Arcipelago o a un altro principe roknari. Aveva spiegato ogni cosa con tatto, augurandosi che Orico lo stesse ascoltando più attentamente di quanto lasciava supporre il suo atteggiamento assonnato.

Preceduto dal paggio, Cazaril raggiunse la lunga stanza al secondo piano della Torre di Ias, che dy Jironal usava come Cancelleria quando la corte risiedeva al castello di Zangre. Era un ambiente rivestito di scaffali carichi di libri e di pergamene. Lì venivano ospitate anche le sacche da sella con sigillo utilizzate dai corrieri reali. All’arrivo di Cazaril, le due guardie in livrea, sull’attenti davanti alla porta, lo seguirono all’interno, tenendolo d’occhio.

Il Roya Orico era seduto insieme col Cancelliere dietro un grande tavolo coperto di documenti e aveva l’aria stanca; quanto a dy Jironal, abbigliato quel giorno come un semplice cortigiano, anche se con la catena simbolo della sua carica, appariva teso e attento. Un altro cortigiano, che Cazaril riconobbe come Ser dy Maroc, responsabile dell’armeria e del guardaroba reale, era fermo a un’estremità del tavolo, mentre dall’altra parte c’era uno dei paggi di Orico, che aveva l’aria molto preoccupata.

«È Castillar dy Cazaril, sire», annunciò il paggio che aveva accompagnato Cazaril, poi scoccò una rapida occhiata all’altro paggio e si addossò alla parete opposta, cercando di rendersi invisibile.

«Sire, Lord Cancelliere», salutò Cazaril, con un inchino.

Dy Jironal si accarezzò la barba brizzolata e guardò Orico, prendendo la parola allorché questi si limitò a scrollare le spalle. «Castillar… Volete fare a sua maestà il favore di togliervi la tunica e girarvi?»

Con la gola serrata da un improvviso senso di disagio, Cazaril si limitò ad annuire e slacciò il colletto della tunica, sfilandosela insieme con la sopravveste e ripiegando il tutto su un braccio. Teso in volto, eseguì quindi un dietro-front in perfetto stile militare e rimase immobile. Alle proprie spalle, sentì due uomini sussultare.

«Ve l’avevo detto», borbottò poi una voce giovanile. «Io l’ho visto.»

Ah, dunque si trattava di quel paggio.

Sentendo qualcuno schiarirsi la gola, Cazaril attese che il rossore gli fosse svanito dalle guance prima di tornare a voltarsi. «È tutto, sire?» chiese in tono calmo.

«Castillar…» replicò Orico, agitandosi sulla sedia. «Si sussurra… Siete accusato… È stata formulata un’accusa… Pare che voi siate stato riconosciuto colpevole del crimine di stupro, a Ibra, e pubblicamente fustigato.»

«È una menzogna, sire. Chi lo afferma?» ribatté Cazaril, guardando Ser dy Maroc, che era leggermente impallidito.

Dy Maroc non era al soldo dei due fratelli dy Jironal e, per quanto ne sapeva Cazaril, non era neppure uno dei complici abituali di Dondo… Possibile che fosse stato corrotto per l’occasione? O che fosse onesto ma stupido?

«Anch’io voglio vedere mio fratello, e subito!» esclamò in quel momento una voce limpida e decisa, nel corridoio. «È nel mio diritto!»

Le guardie di Orico scattarono in avanti, poi si affrettarono a indietreggiare di nuovo quando la Royesse Iselle, seguita da una pallidissima Lady Betriz e da Ser dy Sanda, fece irruzione nella stanza.

Un semplice colpo d’occhio fu sufficiente a Iselle per capire cosa stava accadendo. «Cosa significa tutto questo, Orico?» esclamò. «Dy Sanda mi ha riferito che hai arrestato il mio segretario! E questo senza neppure avvertirmi!»

Mentre la bocca del Cancelliere dy Jironal assumeva una piega contrariata, a indicare che quell’intrusione non rientrava nei suoi piani, Orico agitò le mani grassocce in un gesto conciliatorio. «No, no, non lo abbiamo arrestato», garantì. «Nessuno è stato arrestato. Siamo qui riuniti soltanto per indagare su un’accusa.»

«Che genere di accusa?»

«È una cosa molto grave, Royesse, e non è adatta alle vostre orecchie», intervenne dy Jironal. «Sarebbe meglio se vi ritiraste.»

Ignorandolo, Iselle prese una sedia e vi si lasciò cadere, incrociando le braccia. «Se viene mossa una grave accusa contro un mio fidato servitore, la cosa è indubbiamente adatta alle mie orecchie. Cazaril, di cosa si tratta?»

«Alcune persone hanno messo in giro una voce diffamante», replicò Cazaril, inchinandosi. «Le cicatrici che ho sulla schiena sarebbero, a dir loro, la punizione che ho subito per un crimine da me commesso.»

«Lo scorso autunno, a Ibra», intervenne dy Maroc, con fare nervoso.

Un sussulto di Betriz, unito a un improvviso dilatarsi dei suoi occhi, indicò che, nell’aggirare Cazaril per seguire Iselle, anche lei aveva visto la devastazione presente sulla sua schiena. Accanto a lei, Ser dy Sanda sussultò a sua volta.

«Posso rimettermi la tunica, sire?» domandò Cazaril, impassibile.

«Sì, sì», concesse Orico.

«La natura del crimine in questione, Royesse, è tale da gettare gravi dubbi sul fatto che quest’uomo possa essere accettato come fidato servitore, presso di voi o presso qualsiasi altra dama», riprese dy Jironal, con disinvoltura.

«Di cosa lo accusate, di stupro?» esclamò Iselle, in tono sprezzante. «Cazaril? È la menzogna più assurda che abbia mai sentito.»

«Tuttavia quelle sono cicatrici lasciate da una fustigazione», sottolineò dy Jironal.

«Dono di un capo vogatore roknari, a causa di un mio sconsiderato atto di sfida», precisò Cazaril, a denti stretti. «È successo lo scorso autunno, al largo della costa di Ibra… Questi dettagli, se non altro, sono esatti.»

«Plausibile, eppure… strano», insistette dy Jironal, assorto. «Le crudeltà commesse sulle galee sono leggendarie, ma un capo vogatore competente si guarda bene dal danneggiare uno schiavo al punto di renderlo inutilizzabile.»

«L’ho provocato», spiegò Cazaril, con un accenno di sorriso.

«In che modo?» chiese Orico, appoggiandosi allo schienale della sedia e tormentandosi il doppio mento.

«Gli ho passato la mia catena intorno alla gola, cercando di strangolarlo. Ci sono quasi riuscito, ma mi hanno staccato da lui un po’ troppo presto.»

«Dei santissimi… Avete cercato di suicidarvi?» esclamò il Roya.

«Io… non lo so con certezza. A quel punto, credevo di non avere più la capacità d’infuriarmi, ma… Mi avevano dato un nuovo compagno di panca, un ragazzo ibrano di non più di quindici anni. Sosteneva di essere stato rapito, e io gli ho creduto, perché era chiaro che era di buona famiglia, curato, educato nel parlare… Si è riempito subito di vesciche e le sue mani hanno preso a sanguinare sui remi. Quel ragazzo — mi ha detto di chiamarsi Danni, ma non ho mai saputo il suo cognome — era spaventato, ma anche pieno di orgoglio e, quando il capo vogatore ha cercato di usarlo in un modo proibito ai roknari, lui lo ha colpito, prima che potessi fermarlo. Il suo è stato un gesto folle e sciocco, ma il ragazzo non si è reso conto delle conseguenze, e io ho pensato… Ecco, a dire il vero non avevo le idee molto chiare, ma ho pensato che se avessi colpito ancora più forte sarei riuscito a distrarre il capo vogatore, che non se la sarebbe presa con lui.»

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