Il silenzio degli innocenti
- Автор: Thomas Harris
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: R. Rambelli
- Жанр: Маньяки
Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:
La radio di Tate crepitò. Un tenente che stava di guardia nel parcheggio aveva preso il comando e voleva notizie. Tate fu costretto a rispondere.
«Vieni qui, Murray» disse chiamando un giovane agente. «Stai qui con Pembry e sorreggilo in modo che possa sentire il contatto delle tue mani. Parlagli.»
«Come si chiama, sergente?» Murray era verde.
«Si chiama Pembry e adesso parlagli, accidenti a te.» Tate riprese il rapporto via radio. «Due agenti fuori combattimento. Boyle è morto e Pembry è gravemente ferito. Lecter è scappato ed è armato... ha preso le loro pistole. I cinturoni e le fondine sono sulla scrivania.»
La voce del tenente risuonava stridula fra le mura spesse. «Può confermare che la scala è libera per far salire i barellieri?»
«Sissignore. Devono avvertire il quarto piano prima di passare. Ho piazzato i miei uomini a tutti i pianerottoli.».
«Ricevuto, sergente. Il Posto Otto, qui fuori, ha avuto l'impressione di vedere un movimento dietro le finestre dell'edificio principale al quarto piano. Sorvegliamo tutte le uscite. Lecter non scapperà. Tenga le posizioni sui pianerottoli. Lo SWAT sta arrivando. Lasceremo che sia lo SWAT a stanarlo. Mi dia conferma.»
«Ho capito. È roba da SWAT.»
«Che armi ha Lecter?»
«Due pistole e un coltello, tenente... Jacobs, guarda se ci sono munizioni in quei cinturoni.»
«Sicuro» rispose l'agente. «Quella di Pembry è ancora piena e anche quella di Boyle. Lo stronzo è così scemo che non ha preso le munizioni.»
«Che cosa sono?»
«Trentotto + Ps JHP.»
Tate tornò a parlare alla radio. «Tenente, pare che abbia due .38 a sei colpi. Abbiamo sentito tre spari, e i cinturini sono ancora pieni, quindi dovrebbero restargli nove colpi. Avvisi lo SWAT che sono proiettili + Ps corazzati a punta cava. E il nostro preferisce colpire in faccia.»
I + Ps erano proiettili temibili, ma non potevano penetrare i giubbotti dello SWAT. Un colpo alla faccia sarebbe stato probabilmente fatale; in un arto poteva storpiare un uomo.
«I barellieri stanno salendo, Tate.»
Stavano arrivando con prontezza sorprendente, ma' non per Tate, che ascoltava i rantoli dell'essere straziato ai suoi piedi. Il giovane Murray cercava di sostenere il corpo che sussultava e gemeva, e si sforzava di parlargli in tono rassicurante senza guardarlo. Ripeteva «Va tutto bene, Pembry, te la caverai» sempre con lo stesso tono incrinato dalla nausea.
Non appena vide sul pianerottolo i barellieri, Tate gridò: «Ferito!» come aveva fatto in guerra.
Prese Murray per la spalla e lo scostò. I barellieri lavorarono in fretta;
assicurarono i pugni contratti e sanguinanti sotto la cintura, misero una sonda in gola al ferito per farlo respirare e applicarono un bendaggio chirurgico non adesivo per creare una pressione sulla faccia e la testa. Uno tirò fuori una confezione di plasma intravenoso ma l'altro, che stava misurando la pressione e il polso, scosse la testa e disse: «Portiamolo giù».
Arrivarono altri ordini attraverso la radio. «Tate, voglio che sgombri gli uffici della torre e li blocchi. Chiuda le porte dell'edificio principale. Poi piazzi uomini di guardia sui pianerottoli. Sto mandando di sopra giubbotti e fucili. Lo prenderemo vivo se è disposto ad arrendersi, ma non correremo rischi particolari per tenerlo in vita. Ha capito?»
«Capito, tenente.»
«Voglio lo SWAT e nessun altro nell'edificio principale. Mi dia conferma.»
Tate ripeté l'ordine.
Era un buon sergente e lo dimostrò, non appena lui e Jacobs ebbero indossati i pesanti giubbotti antiproiettile seguirono la barella giù per le scale. Altri barellieri scesero dietro di loro portando il corpo di Boyle. Gli uomini sui pianerottoli erano esasperati nel vedere passare le barelle, e Tate diede loro un consiglio. «Cercate di non farvi ammazzare solo perché avete perso la calma per la rabbia.»
Mentre fuori ululavano le sirene, Tate, con la collaborazione del veterano Jacobs, ispezionò scrupolosamente gli uffici e isolò la torre bloccando le porte.
Nel corridoio del quarto piano soffiava una corrente fredda. Al di là della porta, negli ampi spazi bui dell'edificio principale, i telefoni squillavano. Dovunque, negli uffici deserti, le spie luminose degli apparecchi lampeggiavano come lucciole, i campanelli suonavano ininterrottamente.
Si era sparsa la voce che il dottor Lecter era "barricato" nell'edificio, e i cronisti della radio e della televisione chiamavano, componevano freneticamente i numeri con i loro modem nel tentativo di ottenere un'intervista in diretta con il mostro. Per evitare che questo accadesse, di solito lo SWAT isolava tutti gli apparecchi, eccettuato quello usato dal negoziatore. Ma l'edificio era troppo grande, gli uffici troppo numerosi.
Tate chiuse a chiave la porta che dava accesso alle stanze con i telefoni lampeggianti. Aveva il petto e la schiena madidi di sudore, sotto il pesante giubbotto.
Si sganciò la radio dalla cintura. «Posto di Comando, qui è Tate, la torre è sgombra, passo.»
«Ricevuto, Tate. Il capitano la vuole al posto di comando.»
«Dieci-quattro. Atrio della torre, mi sentite?»
«Sì, sergente.»
«Sono in ascensore, ora scendo.»
«Bene, sergente.»
Tate e Jacobs erano in ascensore e stavano scendendo verso l'atrio quando una goccia di sangue cadde sulla spalla del sergente, un'altra sulla scarpa.
Guardò il soffitto della cabina, toccò Jacobs e gli accennò di tacere.
Il sangue sgocciolava dalla fessura intorno alla botola di servizio, in cima alla cabina. La discesa fino all'atrio parve interminabile. Tate e Jacobs indietreggiarono contro le pareti e puntarono le pistole contro il soffitto dell'ascensore. Tate tese la mano all'interno della cabina e la bloccò.
«Sttt!» disse a quelli che stavano nell'atrio. Poi, a voce bassa: «Berry, Howard, è sul tetto dell'ascensore. Tenetelo d'occhio».
Tate uscì. Il furgone nero dello SWAT era nel parcheggio. Quelli dello SWAT avevano sempre una quantità di chiavi per ascensori.
Si prepararono in pochi attimi, due agenti dello SWAT con l'armatura antiproiettile nera e le cuffie radio salirono le scale fino al pianerottolo del terzo piano. Altri due erano nell'atrio con Tate, con i fucili da assalto puntati verso il soffitto della cabina.
Come grosse formiche combattenti, pensò Tate.
Il comandante dello SWAT stava parlando attraverso la cuffia. «Okay, Johnny.»
Al terzo piano, sopra l'ascensore, l'agente Johnny Peterson girò la chiave nella serratura e la porta si aprì. Il pozzo era buio. Peterson si sdraiò sul dorso nel corridoio, sganciò dal giubbotto una granata a effetto stordente e la posò accanto a sé sul pavimento. «Okay, ora do un'occhiata.»
Tirò fuori uno specchio dal lungo manico e lo protese mentre il suo compagno puntava nel pozzo dell'ascensore il raggio di una potente torcia elettrica.
«Lo vedo. È sopra l'ascensore. Vedo un'arma accanto a lui. Non si muove.»
La domanda risuonò nella cuffia di Peterson. «Puoi vedergli le mani?»
«Ne vedo una, l'altra è sotto di lui. Ha i lenzuoli tutt'intorno.»
«Procedi.»
«ALZI LE MANI SOPRA LA TESTA E RESTI IMMOBILE» gridò Peterson nel pozzo dell'ascensore. «Non si è mosso, tenente... Sì, capito.»
«SE NON METTERÀ LE MANI SULLA TESTA LANCERÒ UNA GRANATA A EFFETTO STORDENTE. LE DO TRE SECONDI» gridò Peterson. Prese dal giubbotto uno dei fermaporte che tutti gli agenti dello SWAT portano sempre addosso. «BENE, RAGAZZI, STATE ATTENTI LÀ SOTTO... ARRIVA LA GRANATA.» Lasciò cadere il fermaporte oltre l'orlo e lo vide rimbalzare sulla figura umana. «Non si è mosso, tenente.»