Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
— L’Uno?
— Tutte le stelle assieme formano una singola costellazione, adesso te la mostro. Puoi iniziare ovunque, dall’Ariete, per esempio. Seguilo con il dito, poi salta alla costellazione successiva, fanno tutte parte della stessa struttura molto più vasta. Segui anche quella e arriva al…
— Il Cosmonauta! Sì, capisco.
— Ora, tenendo in mente ciò che hai appena imparato, prendi in considerazione le costellazioni nere, il modo in cui fluiscono l’una nell’altra per formare un secondo schema continuo. Ci sei? Segui il mio dito, su di là, poi giù per così. Vedi? Dimentica gli anelli e le lune, sono effimeri. Segui il mio dito… ecco, ora siamo a metà cielo.
“Hai vissuto gran parte della tua vita fuoripianeta, quindi immagino che tu conosca abbastanza bene entrambi gli emisferi, sia quello settentrionale che quello meridionale, giusto? Ora tienili entrambi in mente, quello che vedi davanti ai tuoi occhi e quello che non vedi ma che ricordi; che cosa formano se messi assieme?”
Lo vide: due serpenti avviluppati assieme, uno di luce e l’altro di oscurità. I loro corpi a spirale formavano una sfera ingarbugliata. Sopra la sua testa, il serpente nero prendeva in bocca la coda del serpente di luce. Esattamente sotto di lui, il serpente di luce mordeva la coda a quello nero. Luce che ingoiava oscurità che ingoiava luce. Lo schema era lì davanti ai suoi occhi. Era vero, e andava avanti fino all’eternità.
Il burocrate era scosso. Aveva vissuto per tutta la vita in mezzo all’Uno, all’unica costellazione, aveva osservato migliaia di volte i suoi innumerevoli aspetti, eppure non se ne era mai reso conto. E se non era riuscito a vedere una cosa così evidente, così assoluta, chissà quante altre cose gli erano sfuggite…?
— Serpenti — sussurrò. — Mio Dio, il cielo è pieno di serpenti.
Undine lo abbracciò spontaneamente. — Molto bene! Peccato che non ti abbia conosciuto quando eri più giovane. Avrei potuto fare di te un ottimo stregone.
— Undine — disse. — Dove te ne andrai ora?
Per un istante, Undine rimase immobile. — Parto per l’Arcipelago in mattinata. Diventa vivo in questa stagione del grande anno. Durante l’estate è un luogo addormentato, bucolico, dove non succede praticamente nulla, ma ora… è come quando comprimi l’aria in un pistone, la situazione si surriscalda. La gente si sposta sulle montagne, dove si trovano i palazzi, e lì costruiscono una serie di catapecchie colorarte. Ti piacerebbe. Buona musica, e si balla per le strade tutta la notte. Si beve il vino dell’isola e si dorme fino a mezzogiorno.
Il burocrate tentò di immaginarlo, non ci riuscì, se ne dispiacque. — Sembra fantastico — disse, senza riuscire a mascherare un tono leggermente nostalgico.
— Vieni con me — disse Undine. — Lasciati alle spalle i tuoi mondi galleggianti. Ti insegnerò cose che non hai mai nemmeno immaginato. Hai mai avuto un orgasmo di tre giorni? Posso insegnartelo. Hai mai parlato con Dio? La ragazza mi deve un paio di favori.
— E Gregorian?
— Scordati di Gregorian. — Gli avvolse le braccia attorno al corpo e lo strinse forte. — Ti mostrerò il sole a mezzanotte.
Ma sebbene il burocrate non desiderasse altro che andarsene con lei, di farsi rapire da Undine e farsi portare nelle sue lontane isole fantastiche, vi era in lui qualcosa di duro e freddo che non si smuoveva. Non poteva mollare Gregorian così. Era un suo dovere, un suo obbligo. — Non posso — disse. — È una questione di dovere. Devo prima sistemare questa faccenda con Gregorian.
— Ah? Bene. — Undine si infilò le scarpe, che si chiusero sulle sue caviglie. Erano di ottima fattura extraplanetaria. — Allora farò meglio ad andarmene.
— Undine, no.
Raccolse un gilet di pizzo e lo abbottonò sopra la sua camicetta.
— Mi basta un giorno, magari due. Basta che tu mi dica dove trovarti. Dimmi dove sarai, io ti troverò. Puoi chiedermi tutto quel che vuoi.
Undine fece un passo indietro, innervosita dalla rabbia. — Gli uomini sono tutti degli idioti — disse con disprezzo. — Devi averlo già notato anche tu. — Senza guardare, raccolse da terra una sciarpa che aveva lasciato cadere ore prima e se l’avvolse attorno alle spalle con movimento deciso. — Le mie offerte non possono essere accettate con condizioni. — Era già davanti alla porta. — E non possono nemmeno essere riaccettate, una volta rifiutate. — Uscì.
Il burocrate si sedette sul bordo del letto. Ebbe l’impressione di sentire un leggero accenno dell’odore di Undine che si levava dalle lenzuola. Era molto tardi, ma i surrogati, abituati a orari extra-planetari, stavano ancora festeggiando, più sguaiatamente che mai.
Dopo un po’ di tempo, iniziò a piangere.
12. Attraversando l’antica strada sopraelevata
— Non sembri proprio di ottimo umore, stamattina.
L’aeromobile proseguì, ronzando tranquillamente fra sé, nel suo volo verso sud. Il burocrate e Chu erano seduti di spalle in comodissime poltroncine anatomiche. Dopo un po’, Chu provò di nuovo.
— A quanto pare ti sei trovato un’amichetta con cui passare la nòtte. Sicuramente ti sarai divertito più di me.
Il burocrate continuò a tenere lo sguardo fisso davanti a sé.
— Va bene, non mi parlare. Sai quanto me ne importa. — Chu ripiegò le braccia sul petto e si appoggiò allo schienale. — Ho passato tutta la fottutissima notte in questo aggeggio, posso passarci anche la mattinata.
Tower Hill diventava sempre più piccola alle loro spalle. Nubi grigie e minacciose si accalcavano sempre più numerose dal Piedmont, attirate dal calo di pressione causato dall’oceano. Le foreste che sorvolavano, viola come un livido, erano disseminate di behemot che si davano da fare per liberarsi dalla fanghiglia. Spinti fuori dalle loro tane da forze che non potevano capire, le pance gonfie di piccoli che non avrebbero mai visto, le colossali bestie vagavano per i boschi con fare selvaggio e disperato, ormai condannate.
Il burocrate aveva inserito la sua valigetta nei comandi di volo, bypassando le funzioni autonome. Di tanto in tanto le sussurrava qualche modifica della rotta, e la valigetta riportava il messaggio al cervello del velivolo. Fra i vetri dell’abitacolo vi era uno strato di aria compressa che isolava completamente dai rumori esterni, tanto che gli unici suoni udibili all’interno erano il pigro ronzìo del motore e il rombo soffuso delle vibrazioni generate dall’apparecchio stesso.
Stavano sorvolando un piccolo insediamento fluviale quando Chu si scosse improvvisamente dal suo torpore passivo e sbatté una mano sul cruscotto. — Cos’è quel paese lì sotto?
— Gedunk — rispose prontamente il velivolo. — Popolazione 123, accesso fluviale, ultimo centro di evacuazione orientale designato…
— So tutto di Gedunk! Che cosa ci facciamo qui? Dobbiamo aver invertito la rotta in qualche modo… — Si allungò per guardare meglio. — Siamo diretti verso nord! Come è successo? Siamo di nuovo sul fiume. — Da quell’altezza, la chiatta del bestiame sul fiume sembrava un giocattolo, i lavoratori poco più che dei puntini neri. A sud rispetto al paesino si intravedevano i resti del campo di evacuazione. Una tenda spicchettata svolazzava stancamente sul suolo come una creatura morente. Gli evacuati erano accalcati in una serie di recinti rettangolari posti uno accanto all’altro sulla sponda del fiume, e stavano venendo controllati uno per uno prima di salire sulla chiatta.
— Portaci giù — disse il burocrate all’aeromobile. — Quel campo di meloni a ovest del paese va benissimo.
L’aeromobile si rifoggiò, allargando e appiattendo le ali e tirando fuori due alettoni per aumentare l’attrito e perdere velocità. Planarono.
Mentre l’aeromobile atterrava, circa metà dei meloni bianchi disseminati per il campo si srotolò e scappò via su piccoli piedini, strane creature dal naso acuminato che scomparvero prima che l’occhio riuscisse a metterle a fuoco.