Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
Il pendìo della collina era affollato di surrogati, come fosse un formicaio nel quale qualche bambino avesse infilato un bastone per gioco. Ormai la vita umana era stata praticamente prosciugata dal Tidewater, ed era come se fossero venuti fuori tutti i demoni per tenere il loro carnevale privato.
Il burocrate si diresse verso la torre.
Le risate metalliche risuonavano attorno a lui come milioni di grilli. Da un lato, vi era un quartetto di surrogati che strimpellavano strumenti a corda. Da un altro lato, una piccola folla acclamava due lottatori cromati pressoché identici. Più avanti una dozzina di surrogati danzavano cantando in cerchio, mano nella mano. Qua e là vi era anche qualche coppia che passeggiava, abbracciati o appoggiati uno alla testa dell’altro, tutti assolutamente indistinguibili l’uno dall’altro. Era il trionfo dell’asessualità.
— Fatti un drink!
Si era fermato a riprendere fiato sotto l’ombra di un padiglione. Ora un surrogato, con un profondo inchino, gli stava offrendo una mano vuota. Il burocrate sbatté le palpebre, si rese conto che era stato scambiato per un surrogato, quindi accettò il bicchiere invisibile con un cortese cenno del capo. Provava una certa perversa soddisfazione nel sapere che, fra tutte le centinaia di persone presenti in quel luogo, lui era l’unico che riusciva a vedere gli scheletri metallici sotto l’illusione della carne. — Grazie.
— Ti stai divertendo?
— A dir la verità, sono appena arrivato.
Il surrogato si fece avanti con passo malfermo, dandogli una pacca sulla spalla, forse con eccessiva confidenza. Sullo schermo sorrideva un volto paffuto e malsano. — Avresti dovuto esserci prima che venissero portati via i locali. Potevi affittare una donna e farti portare in giro sulla sua schiena come fosse un cavallo. Schiaffoni sul culo per farla muovere! — Fece l’occhiolino. — Sai, quella torre lassù una volta era…
— Una trasmittente televisiva. Sì, conosco la storia.
Con la bocca stupidamente spalancata, il surrogato lo fissò in silenzio abbastanza a lungo da far capire al burocrate che la conversazione era ormai diventata noiosa. — No, no, era un bordello. E si poteva comprare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa! Mi ricordo una volta, eravamo io e mia moglie e…
Il burocrate appoggiò il suo drink. — Vogliate scusarmi, ho da fare.
Il pavimento della sala principale della torre era affollatissimo.
Svariati scheletri neri bighellonavano seduti al bancone circolare del bar centrale, mentre altri chiacchieravano fra loro nelle varie cabine. Era un luogo caldo e buio, intasato di maiali volanti di ottone e di manichini di feltro, illuminato solo dagli schermi delle facce degli avventori stessi e da una serie di schermi televisivi sistemati agli angoli del soffitto.
Il burocrate si fermò accanto a un gruppo di surrogati che stavano guardando gli schermi televisivi. Baracche sconnesse bruciavano. Cortei di gente inferocita che cantava slogan e agitava i pugni con rabbia affollavano le vie. Sotto un cielo fumoso, i poliziotti colpivano i manifestanti con manganelli elettrici. Era un piccolo sprazzo di follia, una visione fugace da fine del mondo. — Cosa succede? — domandò.
— Sommossa popolare nel Fan — disse un surrogato. — È un quartiere di Port Richmond, quello appena sotto le cascate. Le autorità addette all’evacuazione hanno beccato un ragazzino che dava fuoco a un magazzino e lo hanno picchiato a morte.
— È una cosa disgustosa — disse un altro. — Si stanno comportando come degli animali. Anzi, peggio degli animali, perché si stanno anche divertendo.
— Ma il bello è che la gente sta venendo fin dal Piedmont per unirsi alla sommossa. Soprattutto adolescenti, per loro è come un passaggio rituale. È stato persino chiuso il Pendio, pur di tenerli fuori.
— Dovrebbero frustarli tutti. Si comportano a questo modo perché vivono su un pianeta, lontani dalle costrizioni della civiltà.
Intervenne un altro surrogato. — Oh, io credo che c’è un po’ di selvaggio in ognuno di noi. Se solo fossi un po’ più giovane, sarei laggiù anch’io.
— Certo che ci saresti.
Un piccolo bagliore di luce attirò per un attimo l’attenzione del burocrate. Una porta che dava sulla dispensa del bar si era aperta dietro al bancone e, prima che si richiudesse, gli era parso di vedere l’immagine quasi subliminale di un volto esangue e affilato. Era più un’impressione che altro, ma era quanto bastava per far decidere al burocrate che sarebbe rimasto in attesa per vedere se fosse successo di nuovo.
Rimase pressoché immobile per un certo tempo. Dopo un po’ la porta si aprì di nuovo, e apparve per un attimo un volto furtivo. Sì! Era una donna. Una donna minuta, magra, simile a un topolino.
Qualcuno che conosceva.
Interessante. Il burocrate fece un giro della sala, guardandosi attorno con particolare attenzione. La dispensa del bar aveva due porte, una opposta all’altra. Bastava un attimo per infilarsi dietro il bancone ed entrare. Tornò al punto da cui era partito, dove trovò una poltrona nascosta da una cascata di rampicanti tentacolari.
Passarono ore. Gli schermi televisivi erano una ruota impressionistica di iceberg che si sgretolavano, di città di tela cerata per la gente delle chiatte del bestiame, di ghiacciai precataclismici. Il burocrate non si annoiò nell’attesa. A intervalli piuttosto lunghi, ma incredibilmente regolari, si apriva la porta e appariva quel volto esangue; scrutava rapidamente fra la folla, poi la porta si richiudeva. Stava decisamente aspettando qualcuno.
Dopo lunga attesa, un nuovo avventore si presentò nel bar. Si avvicinò al bancone e vi appoggiò un mazzetto di fiori, alghetti e policromi mezzi spiaccicati colti sulla collina sottostante. Prese in mano un tovagliolo invisibile e lo rigirò. Poi passò le mani sotto il bordo del bancone, come se cercasse qualche oggetto nascosto. Quando il barista gli portò il suo drink, sollevò il bicchiere inesistente fin sopra la testa, alzando lo sguardo per esaminarne il bordo inferiore.
Il burocrate conosceva quei gesti.
Poco dopo, si aprì nuovamente la porta della dispensa. Il volto della donna riapparve, più pallido che mai nella semi-oscurità. Vide il nuovo arrivato, fece un cenno con il capo, quindi sollevò un dito: un minuto. La porta si richiuse.
Il burocrate si avvicinò con movimento fluido all’estremità del bancone e vi si infilò dietro. Un automa barista gli si avvicinò immediatamente; gli mostrò il suo bracciale del censimento. Verde, esente. Mentre l’apparecchio tornava sui suoi passi, il burocrate entrò nella dispensa.
Cruda e violenta dopo la penombra del bar, la lampadina della dispensa lo accecò per un istante. Le pareti erano interamente ricoperte di scaffali vuoti. La donna era in punta di piedi e stava prendendo una scatola. Le afferrò un braccio.
— Salve, Esme.
Con uno squittìo aspirato, la donna si divincolò. La scatola sbatté contro uno scaffale. Il burocrate non la mollò, e lei continuò a cercare di liberarsi, senza però lasciare la scatola. — Come sta vostra madre?
— Non potete…
— È ancora viva, eh? — Leggeva il panico in quegli occhietti scuri. Il burocrate ebbe la sensazione che se avesse stretto la sua presa anche solo di un poco, avrebbe sentito le ossa sbriciolarsi sotto le sue dita. — È così che Gregorian vi ha convinta a fare le commissioni per lui, non è vero? Vi ha promesso che avrebbe risolto i vostri problemi. Dite di sì. — Le diede uno scossone, e la donna annuì. — Parlate! Se voglio vi posso anche fare arrestare. Gregorian vi sta usando come corriere, giusto?
La spinse avanti, intrappolandola fra gli scaffali e la massa del suo corpo. Sentiva il battito del suo cuore. — Sì.