Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
L’aria divenne più scura, succhiando via il calore del giorno. Che cosa avrebbe trovato, si domandò, quando avrebbe finalmente raggiunto Ararat? Per qualche motivo, ormai non si aspettava più di trovare Gregorian lì ad aspettarlo. Era una scena che non riusciva proprio a immaginare. Molto più probabilmente, si sarebbe trovato in una città abbandonata, in un labirinto di strade deserte e di finestre vuote. La fine della sua lunga ricerca lo avrebbe portato al Nulla. Più ci pensava, più gli pareva plausibile. Era proprio il genere di scherzo che sarebbe piaciuto a Gregorian.
Continuò a camminare.
In un certo senso, si sentiva comunque soddisfatto. In fondo trovare Gregorian non era poi così importante. Lui aveva seguito i suoi ordini, e nonostante tutti gli sforzi che aveva fatto, Gregorian non era riuscito a neutralizzarlo. Forse era vero che i suoi padroni erano persone venali e che il Sistema per il quale lavorava era corrotto e magari anche condannato, ma comunque andasse, lui non si era tradito. E aveva tutto il tempo di raggiungere la città e tornare indietro prima dell’avvento delle maree del giubileo. A quell’ora il suo lavoro sarebbe stato comunque finito, e avrebbe potuto tornarsene a casa.
Un fiocco bianco galleggiò nell’aria davanti ai suoi occhi. Ne apparve un altro, poi un terzo. Erano troppo piccoli per essere fiori, troppo grandi per essere polline. Faceva un freddo tremendo. Alzò lo sguardo. Quando erano cadute le foglie? Gli alberi dai rami nudi erano come scheletri neri che si stagliavano contro il bianco del cielo. Altri fiocchi bianchi galleggiarono davanti ai suoi occhi.
Ormai erano dappertutto, milioni e milioni, e riempivano lo spazio vuoto fra lui e la città, definendolo e rendendo esplicita la distanza che ancora doveva percorrere.
— Neve — disse il burocrate con tono meravigliato.
Il freddo era decisamente sgradevole, ma il burocrate non vedeva alcun motivo per tornare indietro. In fondo un po’ di disagio si poteva anche sopportare. Forzò il passo, sperando che lo sforzo avrebbe generato un minimo di calore. Mentre camminava, il televisore sbatteva in continuazione sulla sua coscia. Il suo fiato usciva sotto forma di piccole nubi di vapore. I fiocchi, morbidi e simili a piume, si ammucchiavano rapidi sui rami degli alberi, sul terreno circostante, sul sentiero stesso. Alle sue spalle, le impronte si ammorbidivano, si riempivano e scomparivano del tutto.
Accese il televisore. Un drago grigio di nubi temporalesche incombeva sul Continente, aumentando di massa e riversandosi sempre più rapidamente. “Si stanno sciogliendo!” esclamò una voce eccitata. “Abbiamo qui delle splendide riprese orbitali dei ghiacchiai che si sciolgono…”
Cambiò canale. “…trovare rifugio immediatamente”. Il sentiero serpeggiava fra gli alberi, piatto e monotono. A corto di fiato, il burocrate cambiò nuovamente passo, tornando a camminare lentamente, quasi annaspando. Il televisore continuò a chiacchierare con tono allegro, raccontando storie di gente colta ai margini del disastro. Parlò di una serie di salvataggi miracolosi nella Provincia delle Sabbie e di rischiosi recuperi aerei lungo la Costa. Le milizie erano in stato di allerta, con squadre volanti di salvataggio che partivano a turni di sei ore l’uno. Tutto ciò ricordò al burocrate che doveva lasciare il Tidewater prima che si abbattesse la prima ondata delle maree del giubileo. Ciò poteva accadere entro dodici ore come entro diciotto. Non poteva assolutamente permettersi di fermarsi per dormire. Nemmeno per mangiare. Doveva ripartire al più presto.
Ora la neve era talmente fitta che riusciva a malapena a vedere gli alberi attorno a sé. Le dita e le piante dei piedi gli dolevano per il freddo. “Consigli per l’ipotermia!” esclamò il televisore. “Non massaggiatevi la pelle congelata, bagnatela appena con acqua tiepida.” Ma il burocrate non riusciva a seguire tutti quei consigli. Vi erano troppe parole che non conosceva.
Gli annunciatori erano più eccitati che mai. I loro volti erano paonazzi, i loro occhi luminosi. I disastri naturali facevano sempre quell’effetto sulla gente; li facevano sentire importanti, li rassicuravano del fatto che le loro azioni contassero. Cambiò nuovamente canale, e trovò una donna che spiegava la precessione dei poli. Mappe e globi l’aiutavano a dimostrare che Miranda stava entrando nel grande inverno e che la quantità di calorie ricevute dal sole era giunta al minimo storico. “Ciò nonostante, gli effetti di riscaldamento risultavano inevitabili già da un decennio. Delicati meccanismi retroattivi assicurano infatti…”
Il manico del televisore era pressoché ghiacciato. Il burocrate non ce la faceva più a tenerlo in mano. Con un certo sforzo, costrinse la sua mano ad aprirsi e lo lasciò cadere sulla neve. Si infilò subito la mano sotto l’ascella. Si affrettò, tenendosi abbracciato per conservare quel poco di calore che gli rimaneva. Per un certo tempo, sentì le voci che lo chiamavano alle sue spalle. Poi, piano piano, le voci scemarono e scomparvero del tutto.
Ora era veramente solo.
Solo quando incespicò e cadde si rese finalmente conto del pericolo in cui si trovava.
Colpì il terreno con forza e lì rimase, quasi godendo del dolore che gli attraversò il corpo, anestetizzandogli parzialmente un braccio e un lato della faccia. Il fatto che un semplice agente atmosferico potesse fargli una cosa del genere lo sconcertava. Alla fine, però, riuscì a rendersi conto che era venuto il momento di tornare indietro. O di morire.
Stordito, si rialzò in piedi. Solo che nel cadere si era girato, e ora non era più sicuro di quale fosse la direzione giusta. La neve fioccava sempre più densa, ricoprendogli i vestiti e impigliandosi nelle sue ciglia. Riusciva a vedere a malapena. Qualche linea grigia ai lati del sentiero, evidentemente alberi, e nulla più. L’impronta che aveva lasciato cadendo era già stata cancellata.
Tornò sui suoi passi.
Le possibilità che fosse effettivamente diretto verso l’aeromobile erano cinquanta contro cinquanta. Avrebbe voluto esserne sicuro, ma si sentiva disorientato e gli riusciva difficile concentrarsi. La sua attenzione era interamente assorbita dal freddo che gli aveva infilato i denti nella carne e non aveva alcuna intenzione di mollarlo. Spilli ghiacciati di dolore gli laceravano i muscoli. Il suo volto era irrigidito dal gelo. Strinse i denti, arricciando le labbra in una smorfia involontaria, quindi si costrinse a proseguire.
Qualche tempo dopo, non avendo ancora incontrato il televisore abbandonato, si rese conto che doveva aver sbagliato direzione. Attese però più a lungo possibile prima di ammetterlo a se stesso, poiché il solo pensiero di tornare ancora una volta sui suoi passi lo faceva stare ancor più male. Infine, però, non poté fare a meno di ammettere il suo errore, si girò e continuò a camminare.
Era tutto così meravigliosamente silenzioso…
Il burocrate non sentiva più i piedi da ormai parecchio tempo. Ora il freddo gli stava salendo alle gambe, portando torpore ai muscoli dei polpacci. Le ginocchia gli bruciavano per il contatto con la stoffa gelata dei pantaloni. Le sue orecchie erano a fuoco. Un dolore tremendo agli occhi e al centro della fronte gli fece ronzare la testa. Voci demoniache iniziarono a mormorare parole dissennate in un vorticoso coro.
Poi il torpore paralizzante salì ancora, attanagliandogli le ginocchia. Il burocrate si bloccò e cadde.
Non si rialzò.
Per un periodo lunghissimo rimase immobile, sentendo allucinazioni auditive di macchine fantasma. Iniziava a prcepire un piacevole tepore. La televisione aveva detto qualcosa in proposito. “Alzati, bastardo,” pensò. “Devi alzarti.” Udì un suono davanti a sé, e vide un paio di stivali di pelle nera davanti al suo volto. Un uomo dalla corporatura massiccia si abbassò e lo prese in braccio con grande delicatezza. Da sopra la spalla dell’uomo, il burocrate vide una macchia di colore nel turbine bianco. Doveva trattarsi di qualche genere di veicolo, auto o camion che fosse.