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Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]

Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:

Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.

Anche pubblicato come Stazioni delle maree.

Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
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— Continua.

I rapporti fra padre e figlio furono piuttosto tesi fin dal principio. Gregorian si rifiutava di lavorare per suo padre nel Tidewater. Lasciava intendere di sapere molto a proposito degli spettri, ma allo stesso tempo dimostrava un totale disinteresse nei confronti del problema della sopravvivenza della loro specie. Korda pagò comunque per l’educazione di Gregorian, e gli spianò la strada per una buona posizione nei laboratori biotecnologici del Cerchio Esterno. Il tempo era dalla sua parte. Non vi erano opportunità che potessero sfidare un uomo dalle abilità di Gregorian-Korda. Prima o poi ne sarebbe venuto fuori.

Korda pensava di capire perfettamente Gregorian.

Ma si sbagliava di grosso. Gregorian, trovando lavoro nel Cerchio Esterno, vi rimase fino a poco prima dell’arrivo delle maree del giubileo, non permettendo a Korda di usarlo in alcun modo. Korda fece finta di niente.

Poi Gregorian scomparve. Svanì all’improvviso, senza preavvisi e senza lasciare messaggi, in maniera deliberatamente sospetta. Vennero fatte delle indagini e si venne a sapere che, poco prima della sua partenza, Gregorian aveva intervistato l’agente della Terra, che gli aveva consegnato qualcosa. Di qualunque cosa si trattasse, a quel punto nessuno era più disposto a credere che fosse una cosa innocua. Venne suonato l’allarme, e il tutto andò a finire sulla scrivania di Korda.

Korda aveva quindi affidato il caso al burocrate.

— Perché proprio io?

— Dovevo per forza mandare qualcuno, e al momento eri tu il solo disponibile.

— Okay. Poco dopo la mia partenza, mi hai contattato al carnevale di Rose Hall. Eri vestito da Morte, ed eri molto ansioso di sapere se avevo notizie di Gregorian. Perché lo hai fatto?

Korda sollevò il bicchiere invisibile e se lo portò alle labbra. Stava bevendo in maniera costante, mandando giù un bicchiere dopo l’altro senza riuscire a ubriacarsi. — Gregorian mi aveva appena mandato un pacco. Una manciata di denti, niente di più. Non osavo mandarli a un laboratorio per farli analizzare, ma ero sicuro che fossero denti di spettro. Ne avevo visti a centinaia nei musei. Solo che questi avevano le radici ancora insanguinate. Erano stati cavati di recente.

— È nel suo stile — disse il burocrate con tono asciutto. — E poi che accadde?

— Nulla. Fino all’altro giorno, quando sono stato contattato dalla sua sorellastra che mi ha detto che ci saremmo incontrati qui e mi avrebbe dato le prove di cui avevo bisogno. Tutto qui. Vogliamo aprire la scatola, ora?

— Non ancora — disse il burocrate. — Torniamo indietro di un po’. Qual è il motivo esatto, il motivo originale, per il quale creasti Gregorian? Aveva qualcosa a che fare con i voti decisivi all’interno del Consiglio?

— No! Assolutamente no. Io… io volevo farlo crescere nel Tidewater, capisci? A quell’epoca guardavo già molto avanti, e mi ero reso conto che il motivo per il quale gli spettri erano tanto elusivi era che non volevano effettivamente essere trovati. Cercavano di passare per esseri umani, vivevano in interstizi sociali marginali, in campi di lavoro di immigrati o nei retrobottega di negozietti fuorimano. In fondo bisogna ammettere che sono molto intelligenti e astuti, e in più sono anche molto pochi.

“Per trovarli, avevo bisogno di qualcuno che conoscesse il Tidewater perfettamente, che fosse in grado di muoversi fra la sua gente senza attirare troppa attenzione, una persona che fosse in grado di distinguere fra una dicerìa e una rivelazione. Qualcuno che si sentisse veramente a casa sua, anche dal punto di vista culturale.”

— Con questo non si spiega per quale motivo quel qualcuno dovesse per forza essere anche te.

— Ma di chi altri potevo fidarmi? — domandò Korda con tono di supplica. — Di chi altri?

Il burocrate lo fissò a lungo, quindi spinse il pacchetto verso di lui.

Korda si precipitò sulla scatola e ne aprì il coperchio. Quando vide ciò che vi era dentro, rimase pressoché immobilizzato. — Avanti — disse il burocrate, che improvvisamente si scoprì arrabbiato. — Era questo che volevi, no? Una prova finale e inconfutabile.

Infilò una mano nella scatola e ne estrasse la testa mozzata prendendola per i capelli. Due surrogati che si trovavano nei pressi appoggiarono le loro bevande immaginarie e lo fissarono allibiti. Altri notarono la scena e si affollarono attorno. Lentamente, la sala piombò nel silenzio.

Il burocrate sbatté la testa sul bancone del bar.

Era disumanamente pallida, il naso più lungo di qualsiasi naso umano che avesse mai visto, la bocca priva di labbra, gli occhi troppo verdi. Toccò una guancia con la mano, e i muscoli si contrassero di riflesso, rifoggiando quella parte di testa. Korda fissò il cranio; sullo schermo, la sua bocca si apriva e si chiudeva a intervalli regolari. Non disse una parola.

Il burocrate lo lasciò lì dove era.

Attraverso la porta aperta si intravedeva l’ultimo bagliore del tramonto. Alle sue spalle, i surrogati stavano cantando: “Questi sono gli ultimi giorni, i giorni finali, i giorni che non possono durare”. A un certo punto, un fattorino si materializzò all’altezza del suo gomito. — Vogliate scusarmi, signore — mormorò con tono discreto. — C’è una signorina che desidera vedervi. È qui in persona, ed è piuttosto insistente. Dice che si tratta di una questione importante.

Esme, pensò il burocrate tristemente, quando la finirai? Era quasi tentato di andarsene senza nemmeno parlarle. — Va bene — disse infine. — Fai strada.

L’apparecchio lo scortò a un ascensore nascosto, poi fino a una camera da letto posta appena sotto la cupola bulbosa, dove lo abbandonò, lasciando la porta aperta. Le pareti erano soffuse di una luce morbida, e in quella luminosità artefatta il lusso di quella stanza, con i suoi mobili intagliati a mano e il suo enorme letto ricoperto di seta, era qualcosa di pressoché sconvolgente. Il burocrate entrò nella stanza. — Permesso?

Si aprì una porta, ed entrò l’ultima donna al mondo che si sarebbe aspettato di vedere.

Non riuscì a dire nulla.

— Ti sei allenato? — domandò Undine.

Il burocrate arrossì. Tentò di parlare, ma era talmente emozionato che non vi riuscì. Allungò una mano attraverso una distanza incommensurabile e prese quella di Undine. L’afferrò, non come un amante, ma come un uomo che annega. Se l’avesse mollata, lo sapeva, si sarebbe dissolta nel nulla. Il volto della strega riempì la sua visione. Era un volto fiero, bellissimo, malizioso. Scrutando quel volto, il burocrate si rese conto che non la conosceva affatto, che non l’aveva mai conosciuta. — Vieni — riuscì a dire infine.

Undine gli si avvicinò.

— Non venire ancora. Ti voglio insegnare una cosa.

Il burocrate era in uno stato distante e taciturno, non esattamente spossato, lucido e poco predisposto alla parola. Si scostò dal corpo di lei, annuendo.

Undine unì le due mani a coppa, tenendo i polpastrelli verso il basso, formando una specie di foglia, una stretta apertura naturale, nel punto in cui si toccavano le mani. — Questo è il mudra per la vagina. E questo — tenne una mano piatta, e vi sbatté sopra l’altra chiusa a pugno, con il pollice proteso verso l’alto — è il mudra del pene. Ora — tenendo sempre il pollice fuori, allungò il dito mignolo. Si portò le mani fra le gambe e agganciò il mignolo alla sua vagina — mi sono trasformata in Ermafrodito. Mi accetti come tua dea?

— Se l’alternativa è che tu te ne vada, immagino che…

— Tutte queste precisazioni! Ma sei proprio nato per cavillare! Dì di sì.

— Sì.

— Bene. Ora, lo scopo di questa lezione è di farti imparare che cosa provo io quando mi fai l’amore. Non è molto. Tu mi vuoi capire, vero? Allora ti devi mettere al mio posto. Non ti farò nulla che tu non faresti a me. Mi sembra giusto, no? — Allungò una mano e gli accarezzò i capelli, poi la faccia. — Oh, dolcezza — gli disse — il mio cazzo desidera la tua bocca.

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