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Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]

Электронная книга - «Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]». Краткое содержание книги:

Velada Borthan è di certo uno dei pianeti più singolari dell’universo, inquietante intreccio di contraddizioni: un clima dolce accanto alle condizioni più aspre, la vita più naturale accanto alla costrizione dei propri sentimenti, una civiltà raffinata accanto alla barbarie morale. Insomma, un inferno o un paradiso a seconda dei punti di vista: e, fatto assurdo, i suoi abitanti avevano scelto deliberatamente l’inferno. Giardino dell’Eden alla rovescia, Velada Borthan era completo anche di tentatore e di frutto proibito: in una società nella quale il peccato supremo consisteva nell’aprire spontaneamente il proprio animo agli altri, il frutto proibito non poteva essere che il mezzo per far diventare della coscienza del singolo la coscienza di tutti. Sarà il Terrestre Schweiz a rivelarlo sconvolgendo un ordine che, per essere stato liberamente scelto, non era per questo meno spietato e inumano. Kinnall Darival, il giovane principe protagonista della vicenda, è l’uomo al quale viene affidato il segreto della droga che conduce alla comunione degli spiriti, spezzando i legami nei quali la sua gente aveva rinchiuso la propria personalità. In un mondo in cui l’affermazione di se stessi era vietata sino al punto da considerare osceno il parlare in prima persona, questa totale apertura personale non poteva essere che la peggiore delle bestemmie. Era però necessario passare attraverso di essa per riscattare Velada Borthan del suo inferno, anche a costo della perdita dell’unico sentimento consentito in una società che aveva fatto dell’insensibilità la massima delle virtù. Nessun vincolo è tuttavia più resistente di quelli imposti dalla morale, per quanto assurda e deviata possa essere: per causa loro si è anche disposti a rinunciare volontariamente al paradiso a portata di mano.
Ottenuto premio Nebula in 1971.
Nominato per premi Hugo e Locus in 1972.
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63

Non tenni nascosto il fatto che mi trovavo a Salla, perché ormai non avevo più ragione di temere la gelosia del mio regale fratello. Poteva aver desiderato di eliminarmi come possibile rivale il giovane Stirron appena salito sul trono, ma non lo Stirron che governava da più di diciassette anni. Ormai era un’istituzione, a Salla, era amato da tutti ed era diventato parte integrante della vita di ognuno, mentre io ero uno straniero di cui i più vecchi si ricordavano a stento e che i più giovani non conoscevano affatto, un uomo che parlava con accento manneriano e che era stato pubblicamente bollato dall’infamia dell’esibizionismo. Anche se avessi progettato di deporre Stirron, dove avrei trovato dei seguaci?

In realtà, avevo un gran desiderio di vedere mio fratello. Nei momenti di burrasca ci si rivolge sempre ai primi compagni, e con Noim che mi si era estraniato e Halum dall’altra parte del Woyn, mi rimaneva soltanto Stirron. Non ce l’avevo mai avuta con lui per il fatto che per colpa sua ero dovuto fuggire da Salla, perché sapevo benissimo che se fossi stato io il maggiore avrei costretto lui a fuggire nello stesso modo. Se i nostri rapporti si erano raffreddati dopo la mia fuga, era stato lui a volerlo, perché si sentiva in colpa. Ormai erano passati diversi anni dalla mia ultima visita a Città di Salla: forse le mie disgrazie avrebbero toccato il suo cuore. Da casa di Noim, scrissi una lettera a Stirron, chiedendo formalmente asilo a Salla. Secondo le leggi sallane dovevo essere accettato, perché ero suddito di Stirron e non avevo commesso nessun crimine nel suo territorio, ma pensai che fosse meglio chiedere asilo ufficialmente. Le accuse che mi aveva rivolto il Giudice Supremo di Manneran erano vere, ammisi, ma offrii una forbita e, spero, eloquente spiegazione dei motivi per cui mi ero allontanato dal Comandamento. Conclusi la lettera esprimendogli il mio immutabile affetto e ricordando i tempi felici che avevamo vissuto insieme prima che il peso dell’Eptarchia cadesse su di lui.

Mi aspettavo che a sua volta Stirron mi invitasse a fargli visita nella capitale per sentire dalle mie stesse labbra la spiegazione di tutte le strane cose che avevo fatto a Manneran. Doveva sicuramente esserci una riunione fraterna. Ma non venne nessuna convocazione da Città di Salla. Ogni volta che il telefono suonava, mi precipitavo a rispondere, pensando che fosse Stirron. Ma non chiamò. Passarono diverse settimane di tensione e di malumore: andavo a caccia, nuotavo, leggevo, cercavo di scrivere il mio nuovo Comandamento d’amore. Noim si teneva a distanza. Quell’unica esperienza l’aveva messo in un imbarazzo tale che osava appena guardarmi negli occhi: conoscevo la sua anima completamente e questo ci divideva.

Finalmente arrivò una busta con l’imponente sigillo dell’Eptarca. Conteneva una lettera firmata da Stirron, ma voglio credere che sia stato qualche severo ministro e non mio fratello a compilare quel messaggio che faceva stringere il cuore. In meno righe di quante siano le mie dita, l’Eptarca mi mandava a dire che la mia richiesta d’esilio a Salla era stata accettata, a condizione però che abbandonassi i vizi che avevo imparato nel Sud. Se fossi stato sorpreso anche una sola volta a cercar di diffondere a Salla l’uso della droga che schiudeva le anime, sarei stato immediatamente arrestato e mandato in esilio. Questo era tutto quello che mio fratello aveva da dire. Non una sillaba di gentilezza, non un filo di simpatia, non un atomo di calore.

64

Al colmo dell’estate, Halum venne inaspettatamente a trovarci. Il giorno in cui arrivò mi ero allontanato a cavallo sulle terre di Noim, dietro le tracce di uno scudo-di-tempesta maschio che era fuggito dalla sua gabbia. Una maledetta vanità aveva spinto Noim ad acquistare un branco di quei feroci animali da pelliccia, che pure non erano originari di Salla e ci si ambientavano con molta difficoltà. Ne aveva venti o trenta, tutti artigli, denti e feroci occhi gialli, e sperava che si moltiplicassero fino a diventare un ricchissimo gregge. Inseguii il maschio fuggitivo per boschi e pianure, dalla mattina a mezzogiorno, odiandolo sempre più ogni ora che passava perché si lasciava dietro una scia di carcasse mutilate di piccoli erbivori indifesi. Gli scudi-di-tempesta uccidono per il semplice piacere di uccidere, strappano un boccone o due dalle carcasse e abbandonano il resto agli avvoltoi. Finalmente lo raggiunsi in una valletta ombrosa. — Stordiscilo e riportalo indietro vivo, mi aveva raccomandato Noim, in considerazione del valore dell’animale. Ma quando la belva si trovò in trappola, si slanciò su di me con tale ferocia che lo colpii in pieno e lo uccisi con gioia. Mi presi la briga di scuoiarlo per riportare a Noim almeno la preziosa pelle. Infine, stanco e depresso, tornai al galoppo alla grande villa. Un carro da terra che non conoscevo era parcheggiato fuori, e accanto c’era Halum. — Conosci le estati di Manneran — spiegò. — Si progettava di andare nell’isola come al solito, ma poi si è pensato che sarebbe stata una bella cosa prendersi una vacanza a Salla, con Noim e Kinnall.

Era entrata allora nel suo trentesimo anno. Le nostre donne si sposano tra i quattordici e i sedici, non fanno più figli dopo i ventidue o ventiquattro, e a trenta cominciano a scivolare nella mezz’età; ma sembrava che il tempo non avesse neppure sfiorato Halum. Non avendo conosciuto le burrasche del matrimonio ed i travagli della maternità, non avendo spento le sue energie nelle battaglie del letto nuziale e tra le lacerazioni di quello del parto, aveva il corpo sottile e flessibile di una fanciulla: niente accumuli di grasso, niente pieghe, niente vene varicose, niente appesantimento della linea. Solo una cosa era cambiata: negli ultimi anni i suoi scuri capelli erano diventati d’argento. Ma non erano che una bellezza in più, perché brillavano d’una lucentezza straordinaria e offrivano un piacevole contrasto con l’abbronzatura del volto giovanile.

Nel suo bagaglio c’era un pacco di lettere per me da Manneran: messaggi da parte del Duca, di Segvord, dei miei figli Noim, Stirron e Kinnall, delle mie figlie Halum e Loimel, dell’archivista Mihan e di molti altri. Il tono delle lettere era teso, imbarazzato: sembravano le lettere che si scrivono ad un uomo morto se ci si sente colpevoli di essergli sopravvissuti. E tuttavia mi faceva bene sentire quelle parole che venivano dalla mia vita precedente. Mi dispiacque non trovare una lettera di Schweiz: Halum disse che non ne aveva notizie fin da prima del mio processo, e che pensava avesse lasciato il pianeta. Né c’era una parola da parte di mia moglie. — È tanto occupata da non poter scrivere neppure un rigo o due, Loimel? — chiesi, e Halum con aria imbarazzata mi rispose piano che Loimel non parlava mai di me. — Sembra aver dimenticato di essere stata sposata.

Halum mi aveva portato anche un mucchio di regali dei miei amici dell’altra parte del Woyn. Erano sorprendenti nella loro opulenza: massicci agglomerati di metalli preziosi, elaborate file di gemme rare. — Prove d’amore — disse Halum; ma io non mi lasciai ingannare. Si potevano comprare delle grandi tenute, con tutti quei tesori. Quelli che mi amavano non volevano umiliarmi trasferendo del denaro sul mio conto a Salla, ma potevano regalarmi tutti quegli splendori come segno d’amicizia lasciandomi libero di disporne secondo le mie necessità.

— È stato molto doloroso, questo tuo trapiantar radici? — chiese Halum, — quest’esilio improvviso?

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