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READ-E-BOOK » Научная фантастика » Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]
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Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]

Электронная книга - «Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]». Краткое содержание книги:

Velada Borthan è di certo uno dei pianeti più singolari dell’universo, inquietante intreccio di contraddizioni: un clima dolce accanto alle condizioni più aspre, la vita più naturale accanto alla costrizione dei propri sentimenti, una civiltà raffinata accanto alla barbarie morale. Insomma, un inferno o un paradiso a seconda dei punti di vista: e, fatto assurdo, i suoi abitanti avevano scelto deliberatamente l’inferno. Giardino dell’Eden alla rovescia, Velada Borthan era completo anche di tentatore e di frutto proibito: in una società nella quale il peccato supremo consisteva nell’aprire spontaneamente il proprio animo agli altri, il frutto proibito non poteva essere che il mezzo per far diventare della coscienza del singolo la coscienza di tutti. Sarà il Terrestre Schweiz a rivelarlo sconvolgendo un ordine che, per essere stato liberamente scelto, non era per questo meno spietato e inumano. Kinnall Darival, il giovane principe protagonista della vicenda, è l’uomo al quale viene affidato il segreto della droga che conduce alla comunione degli spiriti, spezzando i legami nei quali la sua gente aveva rinchiuso la propria personalità. In un mondo in cui l’affermazione di se stessi era vietata sino al punto da considerare osceno il parlare in prima persona, questa totale apertura personale non poteva essere che la peggiore delle bestemmie. Era però necessario passare attraverso di essa per riscattare Velada Borthan del suo inferno, anche a costo della perdita dell’unico sentimento consentito in una società che aveva fatto dell’insensibilità la massima delle virtù. Nessun vincolo è tuttavia più resistente di quelli imposti dalla morale, per quanto assurda e deviata possa essere: per causa loro si è anche disposti a rinunciare volontariamente al paradiso a portata di mano.
Ottenuto premio Nebula in 1971.
Nominato per premi Hugo e Locus in 1972.
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Emergemmo dallo stato ipnotico. La notte era quasi trascorsa. Sbattemmo le palpebre, scuotemmo le nostre teste annebbiate, sorridemmo incerti. C’è sempre un momento, quando finisce la comunione delle anime, in cui ci si sente demoralizzati, si pensa di aver rivelato troppe cose e si vorrebbe riprendere indietro quel che si è dato. Fortunatamente quel momento di solito è breve. Guardai Halum e sentii il mio corpo bruciare di un amore santo, un amore che non era amore carnale e cominciai a dirle, come una volta Schweiz aveva detto a me: — Io ti amo. - Ma la voce mi si strozzò in gola. La parola «Io» mi si fermò tra i denti, come un pesce in una rete. Io. Io. Io. Io ti amo, Halum. Io. Se soltanto avessi potuto dirlo. Io. Ma non voleva venir fuori. Era lì, ma non riusciva a passarmi tra le labbra. Presi le sue mani tra le mie ed ella sorrise d’un sereno sorriso lunare e allora sarebbe stato così facile urlare quelle parole. Ma c’era qualcosa che le teneva prigioniere. Io. Io. Come potevo parlare ad Halum d’amore e usare quel linguaggio da trivio? Pensai che non avrebbe capito, che le mie oscenità avrebbero rovinato tutto. Pazzia: le nostre anime erano state una, come poteva un semplice modo di dire distruggere tutto? Fuori, dunque. Io ti amo. Balbettando dissi: — Si ha… un tale amore… per te… un tale amore, Halum…

Accennò di sì come per dire: — Non parlare, queste tue parole impacciate spezzano l’incanto. - Come per dire: — Sì, c’è amore anche per te, Kinnall. - Come per dire: — Io ti amo, Kinnall. - Leggera, si alzò e andò alla finestra: fresca luce lunare d’estate sul perfetto giardino della grande villa, i cespugli, gli alberi, bianchi e silenziosi. Mi avvicinai e le misi le mani sulle spalle, con delicatezza. Lei si scosse e sospirò. Pensai che tutto fosse a posto. Ero sicuro che tutto fosse a posto.

Non ci mettemmo ad analizzare quel che era successo tra noi quella notte. Avrebbe potuto far scoppiare come una bolla tutto quel che avevamo dentro. Potevamo parlare della nostra trance il giorno seguente e tutti i giorni a venire. L’accompagnai alla sua stanza, non troppo distante dalla mia sullo stesso corridoio, e la baciai timidamente sulla guancia. Ella ricambiò con un bacio fraterno, sorrise di nuovo e chiuse la porta dietro di sé. Tornato nella mia stanza, rimasi sveglio per qualche tempo a rivivere tutto quel che era successo. Il fervore missionario si ravvivò in me: di nuovo sarei stato un messia, mi ripromisi, avrei girato per Salla diffondendo la mia religione d’amore, non mi sarei più nascosto nella casa del mio fratello di legame come un rottame, un relitto, un uomo esiliato senza speranza nel suo stesso paese. L’avvertimento di Stirron non aveva nessun significato per me. Come poteva cacciarmi da Salla? Avrei fatto cento proseliti in una settimana. Mille, diecimila. Avrei dato la droga allo stesso Stirron e avrei lasciato che l’Eptarca proclamasse la nuova legge dallo stesso trono!

Halum mi aveva ispirato. La mattina dopo sarei uscito a cercar discepoli.

Si udì del rumore in cortile. Guardai dalla finestra e vidi un carro da terra: Noim era tornato dal suo viaggio d’affari. Entrò in casa, lo sentii passare nel corridoio davanti alla mia camera, poi sentii bussare più in là. Sbirciai nel corridoio: stava davanti alla porta di Halum e parlava con lei. Cosa significava? Andava da Halum, che per lui non era nient’altro che un’amica, e non veniva a salutare il suo fratello di legame? Sospetti non degni di me mi si affacciarono alla mente… accuse false. Li scacciai. La conversazione finì, la porta di Halum si chiuse. Noim, senza accorgersi di me, proseguì verso la sua stanza da letto.

Non riuscivo a dormire. Scrissi qualche pagina, ma era tutta roba che non valeva nulla, e verso l’alba uscii a passeggiare tra la nebbia grigia. Mi sembrò di udire un grido in lontananza. Qualche animale che cercava il suo compagno, pensai. Qualche belva sperduta che si aggirava nell’alba.

66

Ero solo a colazione. Era una cosa insolita ma non strana: Noim, arrivato a casa dopo un lungo viaggio in macchina a metà nottata, avrebbe voluto dormire fino a tardi e senza dubbio la droga aveva lasciata Halum spossata. Avevo molto appetito e mangiai per tre, continuando a far piani per distruggere il Comandamento. Mentre sorseggiavo il tè, uno dei servitori di Noim irruppe convulso nella sala da pranzo. Aveva le guance in fiamme e le narici dilatate come se avesse corso parecchio e fosse sull’orlo del collasso. — Venite — gridò ansimando. — Gli scudi-di-tempesta… — Mi afferrò per un braccio, trascinandomi via dalla sedia. Mi precipitai dietro di lui. Era già lontano sulla strada non lastricata che portava alle gabbie degli scudi-di-tempesta. Lo seguii, chiedendomi se le bestie fossero scappate nella notte, se avrei dovuto di nuovo passare la giornata dando la caccia a quei mostri. Avvicinandomi alle gabbie, non mi sembrò che fossero rotte, non vidi segni di artigli, sbarre abbattute. Il servitore si attaccò alle sbarre della gabbia più grande, che conteneva nove o dieci scudi-di-tempesta. Guardai dentro. Gli animali erano raggruppati, le fauci insanguinate, le pellicce bagnate di sangue, intorno a dei pezzi di carne a brandelli. Digrignavano i denti e si litigavano gli ultimi brani di carne: potevo vedere le tracce del loro banchetto sparse sul terreno. Forse qualche sfortunato animale domestico entrato per caso nel buio tra quegli assassini? Come poteva essere successa una cosa simile? E perché il servitore aveva pensato di farmi interrompere la colazione per farmi vedere una cosa simile? Lo presi per un braccio e gli chiesi cosa ci fosse di tanto strano nello spettacolo degli scudi-di-tempesta che divoravano la loro preda. Egli si voltò verso di me, la faccia sconvolta, e gridò con voce strozzata: — La signora… la signora…

67

Noim fu brutale con me. — Hai mentito — gridò, — hai detto di non avere droga con te, ma hai mentito. E l’hai data a lei ieri sera. Non è vero? Non è vero? Non è vero? Non nascondere niente ora, Kinnall. Tu gliel’hai data!

— Tu le hai parlato — riuscivo appena a pronunciare le parole. — Cosa ti ha detto?

— Ci si è fermati alla sua porta perché sembrava di sentire un suono di singhiozzi — rispose Noim. — Le si è chiesto se si sentisse bene. Uscì fuori: aveva il volto strano, pieno di sogni, gli occhi vitrei come metallo lucidato e sì, sì, aveva pianto. Le si è chiesto cosa fosse successo, se fosse accaduto qualcosa. No, rispose, andava tutto bene. Disse che tu e lei avevate parlato tutta la notte. E allora perché piangeva? Scrollò le spalle, sorrise e disse che erano cose da donne, cose di poca importanza… le donne piangono sempre, disse, e non devono dar spiegazioni. Sorrise di nuovo e chiuse la porta. Ma quello sguardo nei suoi occhi… era la droga, Kinnall! Nonostante tutti i tuoi giuramenti tu gliel’hai data! E ora… e ora…

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