Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]
- Автор: Силверберг Роберт
- Год: 1974
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- Переводчик: Maria Teresa Aquilano
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]». Краткое содержание книги:
Ottenuto premio Nebula in 1971.
Nominato per premi Hugo e Locus in 1972.
Era quello, che temevo? Qualche volta avevo nascosto delle cose ai miei confessori, ma per vergogna, non per paura che mi tradissero. Ero ingenuo e avevo una fiducia totale nell’etica del tempio. Soltanto ora, improvvisamente sospettoso, con quel sospetto che lo stesso Jidd mi aveva suggerito, diffidavo di lui e di tutta la sua tribù. Perché voleva sapere? Che informazione cercava? Cosa potevamo guadagnarci io e lui, se avessi rivelato la provenienza della droga? Risposi incerto: — Si cerca il perdono per se stessi soltanto: come può il nominare il proprio compagno portare a questo? Lasciate che faccia da solo la sua confessione. — Naturalmente non c’era nessuna possibilità che Schweiz andasse da un confessore: più che altro avevo giocato a parole, con Jidd. Ogni valore era fuggito dalla confessione, mi sentivo come un guscio vuoto. — Se volete avere la pace degli dèi — disse Jidd, — dovete dir tutto della vostra anima. — Come potevo farlo? Come potevo confessare di aver indotto undici persone ad esibirsi? Non avevo bisogno del perdono di Jidd. Non avevo fiducia nella sua buona volontà. Mi alzai di scatto, la testa mi girava un poco perché ero rimasto inginocchiato al buio, barcollavo, incespicavo. Mi sfiorarono degli inni lontani e una traccia del profumo del prezioso incenso di una pianta delle Terre Basse Bagnate. — Non si è pronti per la confessione, oggi — dissi a Jidd. — È necessario esaminarsi l’anima più da vicino. — Mi diressi velocemente verso la porta. Egli guardò meravigliato il denaro che gli avevo dato. — La paga? — mi gridò dietro. Gli dissi di tenersela.
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Le giornate divennero semplici stanze vuote che separavano un viaggio con la droga dall’altro. Scivolavo con indifferenza e distacco sulle mie responsabilità, non vedevo nulla di quello che avevo intorno, vivevo soltanto per la prossima comunione d’anime. Il mondo reale si dissolse: persi ogni interesse al sesso, al vino, al cibo, agli affari del Tribunale del Porto, agli attriti tra le province confinanti di Velada Borthan e a tutte le altre cose, che per me erano ormai soltanto ombre di ombre. Probabilmente prendevo la droga troppo spesso. Perdevo peso, ero sempre accecato da una confusa luce bianca. Non riuscivo a dormire, mi giravo e rigiravo per ore, con una coltre di umida aria tropicale che mi inchiodava al materasso, condannato all’insonnia, con un dolore dietro gli occhi e granelli di sabbia sotto le palpebre. Mi trascinavo stanco durante la giornata e mi si chiudevano gli occhi la sera. Parlavo di rado con Loimel, non la toccavo mai e ben poche volte toccai altre donne. Una volta mi addormentai di schianto mentre stavo pranzando con Halum, a mezzogiorno. Scandalizzai l’Alto Giudice Kalimol rispondendo ad una sua domanda con la frase — A me sembra… — Il vecchio Segvord Helalam mi disse che sembravo malato e mi suggerì di andare a caccia nelle Terre Basse Bruciate con i miei figli. Ciò nonostante, la droga aveva il potere di farmi sentire vivo. Cercai altra gente con cui dividerla e scoprii che era sempre più facile trovarla, perché spesso mi veniva portata da quelli che avevano già fatto il viaggio verso la coscienza. Era uno strano gruppo: due duchi, un marchese, una prostituta, un guardiano degli archivi reali, un capitano di mare di Glin, l’amante di un Eptarca, il direttore della Banca Commerciale e Marittima di Manneran, un poeta, un avvocato di Velis che era lì per conferire col capitano Khrish e molti altri. Il circolo degli esibizionisti si allargava. La mia scorta di droga era quasi esaurita e alcuni dei miei amici cominciavano a progettare una nuova spedizione a Sumara Borthan. Eravamo in cinquanta, stavolta. Il mutamento stava diventando contagioso, era un’epidemia, a Manneran.
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Certe volte, nel vuoto tempo morto tra una comunione e l’altra, insorgeva in me all’improvviso una strana confusione d’identità. Un blocco di esperienze prese a prestito che avevo stivato nelle oscure profondità della mia mente si staccava e fluttuava ai superiori livelli della coscienza, inframezzandosi al mio io. Mi rendevo conto di essere Kinnall Darival, figlio dell’Eptarca di Salla, ma c’era all’improvviso tra i miei ricordi un segmento della personalità di Noim, di Schweiz, di uno dei Sumariani o di qualcuno di quelli con cui avevo preso la droga. Finché durava quel sovrapporsi d’identità, un minuto, un’ora, mezza giornata, camminavo senza certezza del mio passato incapace di stabilire se qualche evento ancor fresco nella mia memoria fosse veramente accaduto a me o se mi fosse venuto per mezzo della droga. Tutto ciò mi dava fastidio, ma non mi spaventava, se non le prime due o tre volte. Imparai a distinguere la qualità di questi ricordi che non mi appartenevano da quelli del mio passato reale familiarizzandomi con la sostanza di questi e di quelli. La droga mi aveva fatto diventare parecchie persone, mi accorsi; ma non era forse meglio essere molti che qualcosa di meno di uno?
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All’inizio della primavera arrivò a Manneran una calura lunatica, insieme a piogge così frequenti che la vegetazione della città sembrò impazzire: avrebbe finito con l’inghiottire tutte le strade, se non fosse stata falciata giornalmente. C’era verde, verde, verde dappertutto: nebbia verde nel cielo, verde la pioggia che cadeva, verdi i raggi del sole che a volte filtrava tra le nuvole, verdi le larghe foglie lucide che si aprivano su ogni balcone ed in ogni angolo di giardino. Poteva ammuffire anche l’anima di un uomo, là in mezzo. Verdi erano anche le tende nella strada dei negozi dei mercanti di spezie. Loimel mi aveva dato una lunga lista di cose da comprare, delicatezze di Threish, di Velis, delle Terre Basse Bagnate che, docile marito, andai ad acquistare, dato che la strada delle spezie era a due passi dal Tribunale. Ella stava preparando una grande festa per celebrare il Giorno del Nome della nostra figlia maggiore, che stava finalmente per assumere il nome di adulta che le avevamo destinato: Loimel. Tutte le personalità di Manneran erano state invitate ad assistere mia moglie che acquistava un’omonima. Tra gli invitati ci sarebbero state diverse persone che avevano diviso con me la droga sumariana, e questo mi dava un segreto piacere; Schweiz, invece, non era stato invitato, dato che Loimel lo trovava grossolano; comunque, egli aveva dovuto lasciare Manneran per un viaggio d’affari giusto quando il tempo aveva cominciato a impazzire.
Mi muovevo attraverso il verde dirigendomi verso i migliori negozi. La pioggia era cessata da poco ed il cielo era un piatto cartone verde appoggiato sui tetti. Mi arrivavano fragranze deliziose, dolci, aspre, nuvole di aromi che solleticavano il palato. Tutto d’un tratto ci furono delle bolle nere che correvano nel mio cranio e per un attimo fui Schweiz che mercanteggiava su una banchina del porto con un capitano che aveva appena riportato un carico di preziosa mercanzia dal Golfo di Sumar. Mi fermai per godere quella mescolanza d’identità. Schweiz svanì. Attraverso la mente di Noim sentii il profumo del fieno tagliato di fresco sotto un delizioso sole di tarda estate nelle tenute dei Condorit; poi, all’improvviso, sbalordito, ero il direttore di banca, con la mano stretta sui lombi di un altro uomo. Non posso descrivere lo shock che mi diede quell’ultima esperienza trasferita, breve e incandescente. Avevo preso la droga col direttore di banca non molto tempo prima, e non avevo visto nella sua anima nulla di quel suo amore per lo stesso sesso. Non era il genere di cose che avrei potuto non vedere: o avevo inventato quel quadro di testa mia o lui era riuscito a celarmi quella parte di sé, aveva tenute sigillate quelle sue tendenze fino al momento dell’esplosione. Era dunque possibile tenere nascoste delle cose? Avevo creduto che la mente si dischiudesse completamente. Non era la natura dei suoi desideri, a turbarmi, ma la mia incapacità di conciliare ciò che avevo appena sperimentato con quello che avevo trovato in lui quando avevamo preso la droga insieme. Ma non ebbi molto tempo per esaminare il problema perché, mentre stavo lì a bocca aperta davanti al negozio di spezie, una mano sottile toccò la mia e una voce guardinga disse: — Io devo parlarti in segreto, Kinnall. — Io. Quella parola mi scosse dai miei sogni.