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Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]

Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:

Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.

Anche pubblicato come Stazioni delle maree.

Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
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Il ragazzotto si produsse in una risata poco convinta.

— Non ci credi? Eppure è verissimo. — Tirò fuori una manciata di banconote. — Vuoi scommetterci? Perché scuoti la testa? Adesso, improvvisamente, mi credi? Senti, ti voglio dare la possibilità di riprenderti i tuoi soldi. Al raddoppio, scommetto che il mio è più grosso del tuo.

Il ragazzo ebbe un attimo di esitazione, quindi sorrise. — Okay — disse. Si portò le mani alla cintura.

— Aspetta un attimo, carino, non qui. — Chu lo prese per un braccio. — Sarà meglio fare le nostre misurazioni in privato. — Lo condusse via.

Il burocrate provò un senso di divertito imbarazzo. Ricordò quando Chu gli aveva mostrato il trofeo che aveva tagliato al falso Chu, il giorno che il cadavere era tornato dal tassidermista. Aveva aperto la scatola e gliel’aveva mostrato, scoppiando a ridere. — Perché mai vorresti tenerti una cosa del genere? — le aveva chiesto lui.

— Mi aiuterà a procurarmi i pesciolini giovani. — Gli aveva fatto fare un paio di volteggi in aria, come un ragazzino che gioca con un aeroplano giocattolo, quindi aveva baciato l’aria davanti alla punta del membro reciso e lo aveva rimesso nella scatola. — Fidati di me. Se vuoi catturare quei bei ragazzini giovani, non c’è niente di meglio che avere un grosso cazzo.

Dopo un po’, il Cavallo emerse dalla mensa, sola. Si fermò sulla soglia per sollevare il cappuccio del suo impermeabile. Il burocrate uscì dall’ombra e tossì, coprendosi la bocca con la mano. — Vorrei approfittare dei vostri servizi — disse. — Non qui, ho un posto al vecchio cantiere.

La donna lo esaminò dall’alto al basso, quindi scrollò le spalle. — Va bene, però dovrai pagarmi anche il viaggio… — Gli prese la mano e indicò il dito tatuato. — E non posso passare tutta la notte con te. C’è una messa di mezzanotte in chiesa, un servizio per i morti.

— Non c’è problema.

— È l’ultimo servizio, e non voglio perdermelo. Canteranno per tutti coloro che sono morti a Clay Bank, e ci sono delle persone che voglio ricordare. — Gli prese il braccio. — Fai strada. — Era una donna piuttosto brutta, con un viso duro e ruvido come un pezzo di legno vecchio. In circostanze differenti, il burocrate avrebbe potuto forse averla come amica.

Camminarono in silenzio lungo il fiume. Il burocrate indossava un poncho confezionatogli dalla sua valigetta. Dopo un po’, il silenzio iniziò a diventare opprimente. — Come ti chiami? — domandò con tono imbarazzato.

— Vuoi dire il mio vero nome o quello che uso di solito?

— Quello che vuoi.

— Arcadia.

Giunti alla casa galleggiante, il burocrate accese una candela e la piazzò sulla sua bugia, mentre Arcadia tentava di togliere il fango dalle proprie scarpe. — Non vedo l’ora che finisca questa pioggia! — commentò.

Il pacchetto che aveva comprato quel mattino dagli sciacalli era ancora sul comodino. Mentre era via, qualcuno gli aveva disfatto il letto e aveva messo una piuma di corvo al suo centro. La spazzò via come se niente fosse.

Arcadia trovò un gancio, dove appese l’impermeabile. Si toccò il bracciale del censimento con espressione infastidita. — Questo affare mi sta irritando la pelle. Sai cosa penso? Penso che nel giro di un paio d’anni l’adamantino diventerà una specie di feticcio. Mi sa che la gente sarà disposta a pagare dei bei soldi per farsi mettere addosso questa roba.

Il burocrate le lanciò il pacchetto. — Tieni. Togliti tutto e indossa questo.

La donna osservò il pacchetto con aria interessata, quindi scrollò nuovamente le spalle. — Okay.

— Torno subito.

Il burocrate prese un paio di forbici da giardinaggio dalla sua valigetta e uscì fuori, sotto la pioggia. Fuori era buio pesto, e ci mise un bel po’ a raccogliere il quantitativo di fiori di cui aveva bisogno.

Quando fece ritorno, Arcadia aveva già indossato la veste fantastica. Era tutta ricoperta di lustrini rossi e arancioni, e in più era tagliata male. Però le stava abbastanza bene. Non era poi tanto male.

— Rose! Che bello. — Arcadia batté le mani come una ragazzina. Fece un giro su se stessa, facendo sollevare la gonna della fantasia attorno a sé in un movimento fluido, quasi magico. — Ti piace?

— Sdraiati sul letto — disse il burocrate con tono duro. — Solleva la gonna fino alla vita.

La ragazza ubbidì.

Il burocrate buttò le rose accanto al letto in un mucchio bagnato. La pelle di Arcadia era pallida come il marmo in quella luce scarna, i peli ammonticchiati fra le sue gambe una foresta scura e ombrosa. La sua carne dava l’impressione di essere gelida.

Quando si fu tolto gli abiti, il burocrate era ormai in erezione. La stanza era satura dell’odore dolciastro delle rose.

Chiuse gli occhi mentre le entrava dentro, e non li riaprì finché non ebbe finito.

11. Il sole a mezzanotte

L’aria si riempì di formiche volanti, le loro ali macchie sfuocate e iridescenti, piccoli arcobaleni che si sovrapponevano formando oscuri schemi di diffrazione, cerchi e mezzelune che scomparivano prima che l’occhio riuscisse a coglierli. Il burocrate alzò lo sguardo e scomparvero, lanciate nel loro volo di morte verso il mare.

— Ma è assurdo — borbottò Chu.

Il burocrate si allontanò di un passo dall’aeromobile. — È molto semplice, invece. Voglio che tu decotti e che ti diriga verso sud finché non sei ben al di là dell’orizzonte rispetto a Tower Hill. Poi fai una virata di 180 gradi e torni indietro volando radente alle cime degli alberi. Verso est c’è una piccola radura, accanto a un torrente. Mi aspetterai lì. Ci riuscirebbe persino un bambino.

— Sai benissimo che cosa intendo.

— Oh, va bene. Hai visto il modo in cui ci hanno trattati all’hangar? — Dalla parte opposta della pista vi era un groppo di operai surrogati, tutti arrugginiti e mezzi claudicanti, che ammucchiavano le lamiere di un hangar smantellato su una piattaforma mobile. — Hai notato il modo in cui hanno insistito affinché ce ne andassimo prima di mezzogiorno? Hai percepito che volevano che ce ne andassimo al più presto possibile?

— Sì, e allora?

— E allora ti sembra plausibile che qualcuno mandi un’aeronave da carico fin quaggiù due giorni prima dell’arrivo delle maree solo per portare via un hangar modulare? — Non attese nemmeno la risposta di Chu. — È evidente che hanno ricevuto l’ordine di farmi andare via il più velocemente possibile. E io intendo scoprire il perché. — Fece un altro passo indietro, nascondendosi fra l’ombra degli alberi, quindi si rivolse al velivolo. — Decolla.

Il cupolino si chiuse. I motori presero vita. L’aeromobile era un ottimo esempio di alta ingegneria, un apparecchio moderno e filante del genere che solitamente si vedeva solo nei mondi galleggianti. La sua pelle smeraldina si increspò dietro al calore dei reattori, poi il piccolo velivolo sfrecciò via, percorrendo un tratto di pista equivalente a 12 volte la sua lunghezza per poi innalzarsi con un possente rombo di motori. Nel giro di un attimo fu scomparso completamente.

Il sentiero che attraversava il bosco era tranquillo. Le piogge avevano fatto mutare le foghe, trasformandole in macchie color viola e cobalto, come se tutto il Tidewater fosse stato azzurrato nel passare di cinque secondi. La luce che filtrava fra le foglie era piuttosto triste, come per ricordare l’imminente trasformazione che avrebbe subito quella terra nel giro di qualche giorno.

Ai piedi di Tower Hill, gli alberi iniziarono a diradarsi. La collina era di un color verde logoro, e fra una macchia di erba aliena terrestre e l’altra si intravedevano chiazze di gesso bianco. Era tutta disseminata di tende, bandiere, palloni e parasole dai colori vivaci. In cima alla collina vi era l’antica torre, dipinta in maniera più che vistosa con supergrafici color rosa e arancione, un’isola di estetica estraplanetaria che si scontrava violentemente con l’abito da tragedia della foresta autunnale.

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