Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Mi spiace. Avevo in mano il sapone quando mi hai fatto la barba. Poi, quando mi sono sciacquato la faccia, non lo avevo più. Mi pare di averlo posato sull’argine, ma non ricordo. Ha importanza?»
«No, non credo. Anche se quella saponetta poteva servirci. Può darsi che tu l’abbia posata, ma io non la vedo.»
«Allora, è sparita con tutto il resto. Marga, abbiamo cose più importanti a cui pensare, prima che ci occorra un altro bagno. Cibo. Vestiti.» Mi arrampicai sull’argine. «Scarpe. Che cosa facciamo, adesso? Non ho idee. Se ci fosse un muro del pianto, potrei mettermi a piangere.»
«Hai qualche idea? L’unica cosa che mi venga in mente è questa: ritornare sull’autostrada e cercare un passaggio… cosa che mi attira poco, nello stato in cui siamo. Non abbiamo neppure una foglia di fico. Hai visto qualche pianta di fico, in giro?»
«Ci sono piante di fico nel Texas?»
«Nel Texas c’è tutto. Che cosa facciamo, allora?»
«Ritorniamo sull’autostrada e ci mettiamo in cammino.»
«Scalzi? Perché non rimanere fermi e muovere solo il pollice? In qualsiasi caso, non penso di poter fare molta strada, senza scarpe. Ho i piedi delicati.»
«Ti si irrobustiranno. Alec, noi dobbiamo continuare a muoverci. Per il nostro morale. Se ci arrenderemo, saremo finiti. Lo so.»
Dieci minuti più tardi, camminavamo sull’autostrada, diretti a est. Ma non era l’autostrada che conoscevamo. Questa aveva quattro piste invece di due, e una larga corsia d’emergenza. La rete che delimitava la sede stradale non era costituita da semplice filo spinato, ma era a maglia d’acciaio, alta fino alla mia testa. Avremmo incontrato difficoltà a raggiungere la carreggiata, se non ci fosse stato il ruscello; ma, passando sott’acqua e trattenendo il respiro, riuscimmo a passare sotto la rete. Quando ritornammo alla superficie, eravamo bagnati come pulcini (e questa volta non avevamo neppure la camicia da usare come salvietta) ma la brezza calda ci asciugò in pochi minuti.
Il traffico sull’autostrada era molto più intenso di quello che ricordavamo: sia quello di camion sia quello di auto. E quanto era veloce! Non riuscivo a giudicare bene la velocità, ma mi pareva che fosse almeno doppia di quella dei veicoli che conoscevo: forse arrivava a sfiorare quella dei dirigibili transoceanici.
C’erano enormi veicoli che dovevano essere autocarri, ma che assomigliavano più ai vagoni merci dei treni che ai camion a me noti. Erano più lunghi di un carro ferroviario. Poi, nel guardarli, compresi che ciascuno di quei convogli doveva essere composto di almeno tre parti, articolate tra loro. Lo capii contando le ruote. Sedici per sezione? Altre sei sulla sorta di cabina-locomotiva che le trainava: 54 ruote in tutto. Era possibile?
Questi mastodonti si muovevano senza fare rumore: si udivano solo il fruscio dell’aria spostata e quello delle ruote sulla pavimentazione stradale. Il mio professore di dinamica avrebbe certamente dato la sua approvazione.
Nella carreggiata più vicina a noi passavano veicoli più piccoli; pensai che dovevano essere auto private, anche se non riuscii a scorgere i passeggeri. Dove ci si aspettava di vedere i finestrini, si scorgevano solo superfici speculari, o di acciaio brunito. Erano vetture lunghe e basse, e avevano la sagoma affusolata dei dirigibili.
Dopo avere osservato il traffico, osservai la strada stessa, e vidi che in realtà era composta di due autostrade ben distinte. Accanto a noi c’erano le corsie riservate al traffico che si dirigeva verso est; poi uno spazio vuoto, largo una trentina di metri, e più in là le corsie del traffico verso ovest. Lontano, a nord, un leggero luccichio rivelava la presenza della rete di recinzione. Nel complesso, era la strada più larga che avessi visto.
Continuammo ad avanzare sul ciglio della corsia d’emergenza, e pian piano persi la speranza di trovare un passaggio. Anche se ci avessero visto (cosa di cui non ero certo) erano in grado di fermarsi a raccoglierci? Ma non per questo smisi di agitare il pollice.
Non parlai a Margrethe dei miei timori. Dopo avere camminato per un tempo che mi parve infinito, un’auto che ci aveva appena superato a tutta velocità lasciò la corsia del traffico e si immise in quella di emergenza. Si fermò a quasi mezzo chilometro da noi, poi fece retromarcia nella nostra direzione a una velocità che avrei giudicata eccessiva anche per un veicolo che corresse in avanti. Ci affrettammo a toglierci di mezzo.
L’auto si fermò accanto a noi. Una sezione speculare della vettura, larga un metro e alta poco meno, si sollevò come la finestra di un lucernario; mi apparve il vano passeggeri. L’autista alzò la testa per guardarci e sorrise. «Quando vi ho visto, non volevo crederci!»
Anch’io cercai di sorridere. «Non volevamo crederci neppure noi. Eppure è così. Può darci un passaggio?»
«Penso di sì.» Osservò Margrethe dalla testa ai piedi. «Ehi, proprio come avevo visto! Che cosa è successo?»
Fu Margrethe a rispondere. «Ci siamo persi.»
«Direi proprio. Ma come avete fatto a perdere anche i vestiti? Vi hanno rapito? Lasciamo perdere; ne parleremo poi. Io sono Jerry Farnsworth.»
Risposi io: «Noi siamo Margrethe e Alec Graham».
«Piacere di conoscervi. Be’… non mi sembra che siate armati… a parte quella cosa che lei ha in mano, signora Graham. Cos’è?»
Lei glielo mostrò: «Un rasoio».
Lui lo prese, lo guardò incuriosito e glielo restituì. «È proprio vero, accidenti! L’ultima volta che ne ho visto uno del genere, ero ancora troppo giovane per farmi la barba. Be’, non credo che possiate minacciarmi con quello a scopo di rapina. Salite. Alec, lei può accomodarsi sul sedile posteriore; sua sorella può sedersi davanti.» Un’altra sezione della vettura si alzò.
«Grazie» risposi, pensando con irritazione ai cavalli donati e agli sguardi in bocca. «Marga non è mia sorella; è mia moglie.»
«Fortunato! Niente in contrario a far sedere sua moglie nel posto davanti?»
«Oh, certo no…»
«Se avessimo un misuratore della tensione, questa risposta farebbe accendere la luce rossa. Cara, lei farebbe meglio a salire dietro con suo marito.»
«Signore, lei mi ha invitato a sedere davanti, e mio marito ha espresso la sua approvazione.» Margrethe si accomodò sul sedile anteriore. Io aprii la bocca e poi la richiusi, perché non sapevo cosa dire. Con una certa cautela, mi accomodai a mia volta sul sedile posteriore, e scoprii che l’auto era più grande dentro che fuori; il sedile era spazioso e comodo. Le “portiere” si abbassarono; dall’interno, notai, gli specchi erano dei semplici finestrini.
«La rimetto nel traffico» disse il nostro benefattore. «Perciò, non cercate di opporvi alle sicurezze. A volte questa macchina sgroppa come un toro da rodeo, sei gravità e anche di più. Anzi, un attimo. Dove siete diretti?» Guardò Margrethe.
«Nel Kansas, signor Farnsworth.»
«Chiamami Jerry. Nudi come mamma vi ha fatti?»
«Non abbiamo vestiti. Li abbiamo persi.»
Intervenni io. «Signor Farnsworth… Jerry… ci hai incontrato in un momento difficile. Abbiamo perso tutto. Certo, intendiamo raggiungere il Kansas, ma prima dobbiamo trovare dei vestiti… magari alla Croce Rossa; non so. E io devo trovare un lavoro per metter da parte un po’ di denaro. Poi andremo nel Kansas.»
«Capisco. Anche se non tutto, a dire il vero. Come pensate di raggiungere il Kansas?»
«Pensavo di continuare fino a Oklahoma City, e poi di andare a nord. Di tenerci lungo le autostrade. E di chiedere passaggi.»
«Alec, vi siete veramente perduti. Hai visto la rete? Sai quanto c’è di multa per un pedone trovato all’interno?»
«No.»
«L’ignoranza è una fortuna, a volte. Fareste meglio a prendere le strade provinciali, dove l’autostop è ancora legale, o almeno è tollerato. Se andate a Oklahoma City, posso portarvi in quella direzione. Tenetevi saldi.» Mosse qualcuno dei comandi davanti a lui. Non toccò il volante perché non c’era. Al suo posto c’erano due leve.