Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
Era già mezzogiorno passato, quando riuscimmo a trovare qualcosa da mangiare, e a quel punto cominciavo a vedere diavoli e fantasmi dove le persone normali vedevano solo polvere agitata dal vento. Inoltre, il mio cappello era finito a far compagnia alle belle dame dei tempi passati, e il sole del New Mexico che mi batteva sulla testa non contribuiva a migliorare la mia situazione mentale.
Un gruppo di muratori provenienti da un cantiere ci portò fino a Grants e ci invitò a pranzo prima di ritornare al lavoro. Io sarò pazzo, ma non sono scemo: della corsa e del pasto dovevamo ringraziare il fatto che Margrethe in calzoncini indecenti è uno spettacolo che richiama l’attenzione degli uomini. Riflettei molto sulla cosa, mentre assaporavo (e come!) il pasto che ci era stato offerto. Ma tenni per me le conclusioni.
Quando fummo di nuovo soli, chiesi a Margrethe: «Est?»
«Sì, signore. Ma prima vorrei controllare in biblioteca, se ce n’è una.»
«Oh, certo!» Prima, nel mondo di Steve, la mancanza di viaggi aerei mi aveva fatto sospettare che fosse il mondo di Margrethe (e di conseguenza anche quello di “Alec Graham”). A Gallup avevamo fatto ricerche nella biblioteca pubblica: io avevo cercato in una storia d’America e Margrethe in una della Danimarca. In cinque minuti avevo scoperto che il mondo di Steve non era quello di Marga: nel 1896, al posto di Bryan era stato eletto Arthur Sewall. Non avevo avuto bisogno d’altro: di lì in poi, avevo trovato una serie di presidenti e di guerre che non conoscevo.
Anche Margrethe aveva finito le sue indagini: mi ero accorto che storceva il naso per l’indignazione.
Quando eravamo giunti all’esterno, e avevamo potuto riprendere a parlare, le avevo chiesto che cosa la preoccupasse. «Questo non è il tuo mondo, cara. Me ne sono accertato.»
«Ah, di sicuro non lo è!»
«Ma finora non ne eravamo certi. Non era sufficiente l’assenza di voli aerei.»
«Sono contenta che non sia il mio mondo! Alec, qui la Danimarca fa parte della Svezia. Non è terribile?»
Confesso che non capivo la ragione di tanto sdegno. Tutt’e due sono paesi scandinavi, molto simili… o, almeno, così mi pareva.
«Mi dispiace, cara» le avevo detto. «Non ne so molto, di queste cose.» (Ero stato a Stoccolma, una volta, e il posto mi era piaciuto. Ma non mi era parso il momento adatto per dirlo a Margrethe.)
«E quello stupido libro dice che Stockholm è la capitale e che Carlo sedicesimo è il re. Alec, quell’uomo non ha nelle vene neppure una goccia di sangue reale! E adesso mi vengono a dire che è il mio re!»
«Ma, cara» avevo osservato io «non è il tuo re. Questo non è neppure il tuo mondo.»
«Lo so. Senti, Alec. Se dovessimo fermarci qui… se il mondo non cambiasse più… non potrei chiedere la cittadinanza americana?»
«Be’, sì, suppongo di sì.»
Lei trasse un lungo sospiro. «Non voglio essere svedese.»
Io non dissi niente. In certe cose non potevo assolutamente darle aiuto.
Perciò, mentre eravamo a Grant, andammo di nuovo in una biblioteca pubblica per vedere come fosse cambiato il mondo. Poiché non avevamo visto né aeroplanos né dirigibili, c’era di nuovo la possibilità che ci trovassimo nel mondo di Margrethe. Questa volta guardai per prima la voce “Aeronautica” e non trovai dirigibili, ma trovai macchine volanti… inventate dal brasiliano dottor Alberto Santos-Dumont all’inizio del secolo: il fatto curioso era che nel mio mondo Santos-Dumont era un pioniere dei dirigibili, secondo solo a Zeppelin. Ma, a quanto pareva, gli aerodini del dottore brasiliano erano assai primitivi, a paragone dei jet e anche degli aeroplanos; parevano curiosità, più che veicoli commerciali. Passai poi alla storia americana, e per primo cercai William Jennings Bryan.
Non riuscii a trovarlo. Be’, già sapevo che quello non era il mio mondo.
Ma Marga era felice come una pasqua, e non vedeva l’ora di parlarmi. «In questo mondo, la Scandinavia è un’unica grande nazione… e la sua capitale è Kbenhavn!»
«Oh, bene!»
«Il figlio della regina Margrethe, principe Frederik, è stato incoronato re con il nome di Eric Gustav… senza dubbio per far piacere agli stranieri. Ma è della vera famiglia reale danese, ed è danese dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli. Così deve essere!»
Cercai di dimostrarmi lieto anch’io. Non avevamo un cent fra tutt’e due, non sapevamo dove andare a dormire quella notte, ma lei era felice come una bambina… per una cosa che, a parer mio, non aveva alcuna importanza.
Con due brevi autostop arrivammo ad Albuquerque e mi parve consigliabile fermarci laggiù per qualche tempo — è una grossa città — anche a costo di rivolgerci all’Esercito della Salvezza. Ma presto trovai lavoro come lavapiatti al locale hotel della catena Holiday Inn, e Margrethe vi entrò come cameriera.
Lavoravamo da meno di due ore, quando Margrethe entrò in cucina e mi infilò un oggetto nella tasca posteriore dei calzoni, mentre io ero chino su un lavello. «Un regalo per te, caro.»
Mi girai verso di lei. «Grazie, bella.» Controllai in tasca: un rasoio di sicurezza, del tipo da viaggio, con il manico svitabile; rasoio e lame entrano in una scatola di pochi centimetri di lato, da portare in tasca. «Dove l’hai rubato?»
«L’ho preso con le prime mance. Nel negozio di profumeria dell’atrio. Caro, al primo intervallo, fatti la barba.»
«Lascia che ti spieghi una cosa, bambola. Sei tu quella che viene assunta per la bella presenza. Io sono assunto per la mia schiena robusta, la mente debole e la disposizione docile. I padroni non si curano del mio aspetto.»
«Ma io sì.»
«Il tuo desiderio è un ordine. Adesso vattene. Mi rallenti la produzione.»
Quella sera Margrethe mi spiegò perché mi avesse regalato un rasoio prima di ogni altra cosa. «Caro, non è solo perché preferisco vederti rasato e con i capelli corti… anche se è vero. Questi scherzi di Loki non accennano a finire, e ogni volta dobbiamo cercarci immediatamente un lavoro, solo per mangiare. Tu dici che nessuno bada all’aspetto di un lavapiatti, ma io ti dico che se hai l’aspetto in ordine è più facile farti assumere per qualsiasi lavoro.
«Inoltre» proseguì «c’è anche un altro motivo. A causa di questi cambiamenti ti sei fatto crescere la barba almeno cinque volte; una delle volte, per più di tre giorni. Caro, quando hai la barba fatta, hai un’aria felice, e fai felice anche me.»
Margrethe mi fabbricò una specie di cintura portamonete — una tasca di tela, legata a due strisce — e mi ordinò di portarla anche a letto. «Caro, ogni volta che c’è stato uno spostamento, abbiamo perso tutto quello che non portavamo addosso. Adesso voglio che tu infili in questa tasca il rasoio e tutte le nostre monete, quando ti spogli per venire a letto.»
«Non credo che potremo vincere le astuzie di Satana così facilmente» obiettai.
«Forse no, ma possiamo tentare di farlo. Ogni volta, alla fine della trasformazione, ci siamo trovati con solo gli abiti che avevamo addosso e con le cose che avevamo in tasca. Sembra che siano queste le regole.»
«Il caos non ha regole.»
«Forse questo non è il caos. Alec, se non vuoi portare tu la tasca, posso portarla io.»
«Oh, la porterò io. Non impedirà a Satana di portarci via tutto, se lo vorrà. E in realtà la cosa non mi preoccupa eccessivamente. Una volta ci ha gettati nel Pacifico nudi come siamo nati, e ne siamo usciti fuori lo stesso… ricordi? Invece, la cosa che mi preoccupa è un’altra. Marga, hai notato che ogni volta che c’è stato un cambiamento eravamo uniti e che, come minimo, ci tenevamo per mano?»
«Sì, l’ho notato.»
«Il cambiamento avviene sempre in un batter d’occhio. Che cosa succederebbe se non fossimo insieme e non fossimo in contatto?»