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Il mondo delle streghe [Witch Worlds - it]

Электронная книга - «Il mondo delle streghe [Witch Worlds - it]». Краткое содержание книги:

Una situazione disperata richiede sempre una soluzione disperata. E per lui, ormai non c’era altra alternativa. Ma la via suggerita da Jorge Petronius andava oltre l’immaginabile. Un pianeta apparso per sortilegio, un mondo paradossale. Una dimensione parallela in cui Simon Tregarth sembrava ormai destinato. E in lui c’era il dubbio se preferire la morte a quella strana Terra popolata di streghe. Arrendersi alla misteriosa Siege Perilous, la Pietra del Potere, era come affidare il proprio spirito, la propria mente ad un mondo da cui non ci sarebbe stato ritorno.
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Sparò appena in tempo al primo degli altri, e il colpo di spada diretto verso il suo collo trafisse invece il ferito. Quel secondo prezioso gli permise di mirare al terzo ed ultimo nemico.

Aggiunse altri due lanciadardi alle sue armi e proseguì. Fortunamente il corridoio non terminava davanti ad una porta nascosta: c’era una scala, intagliata nella pietra, che saliva contro un muro dello stesso materiale, in contrasto con le superfici lisce e grige e delle stanze che Simon aveva attraversato poco prima.

I suoi piedi nudi trassero leggeri scricchiolii dalla pietra. Uscì in un corridoio simile a quelli che aveva visto nel forte di Estcarp. Per quanto potesse essere funzionale e futuribile il nucleo interno di quel luogo, il guscio esterno era quasi identico agli edifici che lui conosceva.

Simon si nascose per due volte, stringendo il lanciadardi, quando vide venire verso di lui contingenti di indigeni trasformati dai Kolder. Non poteva sapere se era stato dato un allarme generale, o se erano impegnati in un normale giro di ronda, perché procedevano al trotto e non andavano a controllare nei passaggi laterali.

In quei corridoi dove la luce non cambiava mai, il tempo non aveva significato. Simon non sapeva se fosse giorno o notte, né da quanto tempo si trovasse nella fortezza dei Kolder. Ma provava fame e sete, sentiva il freddo che penetrava attraverso la tonaca, il disagio dei piedi nudi.

Se avesse avuto un’idea della planimetria di quel labirinto in cui tentava di fuggire, almeno! Si trovava sull’isola di Gorm? Oppure nella misteriosa città di Yle che i Kolder avevano fondato sulla costa continentale? O in un quartier generale segreto degli invasori? Perché era un quartier generale, ne era certo.

Il desiderio di trovare un nascondiglio temporaneo e qualche provvista lo spinse ad esplorare le stanze di quel piano. Non c’erano mobili simili a quelli che aveva visto prima. Le cassapanche di legno scolpito, le sedie, i tavoli, erano tutti prodotti dell’artigianato locale. E in alcune stanze c’erano tracce di partenze frettolose o di rapide perquisizioni, ormai coperte dalla polvere, come se quelle camere fossero abbandonate da molto tempo.

In una di esse, Simon trovò alcuni indumenti che gli andavano abbastanza bene. Ma gli mancava ancora un usbergo di maglia, e qualche altra arma, oltre a quelle che aveva tolto alle guardie. Ma soprattutto aveva bisogno di cibo, e cominciò a chiedersi se avrebbe dovuto ritornare ai piani inferiori per trovarlo.

Benché pensasse a scendere, Simon continuò a salire tutte le rampe e tutte le scale che trovava. Vide che tutte le finestre erano bloccate: solo la luce artificiale gli permetteva di vedere, e il chiarore era sempre più fioco, via via che aumentava la distanza tra lui e i quartieri occupati dai Kolder.

Un’ultima scala, molto stretta, aveva l’aria di essere usata più spesso; e Simon si tenne pronto a sparare, mentre la saliva. Si trovò davanti ad una porta. Si mosse senza difficoltà, quando la sospinse, e si trovò davanti ad un tetto piatto. Su una parte di quella distesa era stato eretto un tendone: e là sotto c’erano oggetti che non sbalordirono troppo Simon, dopo quello che aveva visto poco prima. Le ali tozze erano inclinate all’indietro rispetto ai musi ottusi; e nessuno di quei veicoli poteva trasportare più di un pilota e un paio di passeggeri. Ma erano senza dubbio aerei. Il mistero della presa di Forte Sulcar era risolto: se il nemico aveva usato una flotta aerea come quella…

I veicoli potevano offrire a Simon una via di scampo, se non c’erano altre possibilità. Ma dove si trovava? Osservando l’hangar improvvisato per scoprire se era sorvegliato, Tregarth si portò furtivamente verso l’orlo del tetto, sperando di vedere qualche elemento che gli consentisse di orientarsi.

Per un momento, si chiese se era tornato a Forte Sulcar… Forte Sulcar ricostruito. Sotto di lui si stendeva un porto, con navi all’ancora e file di edifici che fiancheggiavano strade dirette verso i moli. Ma la planimetria era diversa da quella della città dei mercanti. Era più grande, e mentre a Sulcar c’erano più magazzeni che abitazioni, lì era il contrario. Sebbene fosse mezzogiorno, a giudicare dalla posizione del sole, non c’era segno di vita in quelle strade, e nulla indicava che le case fossero abitate. Eppure non presentavano i segni di decadenza che tradivano un abbandono completo.

Poiché l’architettura ricordava quella di Karsten e di Estcarp, con poche differenze di scarsa importanza, non poteva trattarsi della Yle edificata dai Kolder. Quindi doveva essere su Gorm — forse in Sippar — il centro del cancro che le forze di Estcarp non erano mai riuscite a trafiggere.

Se la città era veramente senza vita, avrebbe dovuto essere abbastanza facile, per Simon, raggiungere il porto e trovare il modo di arrivare al continente orientale per via mare. Ma dato che l’edificio era completamente isolato dal mondo esterno, forse il tetto era l’unica via d’uscita, ed avrebbe fatto meglio ad esplorarlo.

L’edificio su cui si trovava era il più alto della piccola città: forse era l’antico castello dove aveva regnato il clan di Koris. Se il Capitano fosse stato con lui, il problema si sarebbe semplificato. Simon fece il giro di tre lati del tetto, e scoprì che non c’erano altri tetti adiacenti: da ogni parte c’era una strada.

Con una certa riluttanza, Simon tornò agli aerei. Era assurdo affidarsi ad una macchina che non sapeva pilotare. Però poteva ispezionarne una. Simon aveva acquistato coraggio dal fatto che da parecchio tempo nessuno aveva cercato di contrastargli il passo. Tuttavia prese le sue precauzioni per evitare sorprese. Incuneò il coltello nella serratura della porta del tetto, bloccandola: sarebbe stato necessario un ariete per aprirla.

Tornò all’aereo più vicino. Quando lo spinse, l’apparecchio scivolò allo scoperto: era molto leggero e maneggevole. Simon tirò un pannello nel muso tozzo e ispezionò il motore. Era diverso da tutti quelli che conosceva: e lui non era un ingegnere né un meccanico. Ma aveva abbastanza fiducia nell’efficienza dei Kolder per credere che fosse in grado di volare… se lui fosse stato capace di pilotarlo.

Prima di continuare l’esplorazione, Simon esaminò le altre quattro macchine, usando il calcio d’uno dei lanciadardi per sfasciarne i motori. Se fosse stato costretto ad affidarsi all’aria, non voleva diventare il bersaglio di un inseguimento.

Fu quando alzò il suo martello improvvisato per l’ultima volta che il nemico attaccò. Non aveva sentito battere alla porta bloccata, né scalpiccii di passi sulla scala. Vi fu solo la spinta silenziosa della forza invisibile. Questa volta non cercava di tenerlo immobile, ma di trascinarlo verso la fonte di quell’ondata d’energia. Simon si aggrappò all’aereo, per ancorarsi. Invece lo trascinò con sé all’aperto… Non poteva arrestare la sua marcia attraverso il tetto.

E non lo stava portando verso la porta. Con una fitta di terrore, Simon si rese conto che la sua destinazione non era il dubbio futuro dei livelli più bassi, ma la morte rapida di un tuffo dal tetto.

Lottò con tutta la volontà: muoveva un passo riluttante dopo l’altro, inframmezzati da periodi di lotta tormentosa. Provò di nuovo a tracciare nell’aria il simbolo che prima l’aveva salvato. Forse perché adesso non fronteggiava personalmente il nemico, quel simbolo non gli arrecò alcun sollievo.

Poteva rallentare l’avanzata, procrastinando per secondi o minuti la fine inevitabile. Tentò di dirigersi verso la porta, ma non ci riuscì: aveva sperato, disperatamente, che l’altro interpretasse la sua azione come un gesto di resa. Ma ormai Simon sapeva che lo volevano morto: la decisione che avrebbe preso lui stesso, se avesse avuto il comando, in quel luogo.

C’era l’aereo che aveva pensato di tenere come ultima riserva. Bene, ormai non aveva altra via di scampo! E si trovava tra lui e l’orlo del tetto verso cui veniva trascinato.

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