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Il mondo delle streghe [Witch Worlds - it]

Электронная книга - «Il mondo delle streghe [Witch Worlds - it]». Краткое содержание книги:

Una situazione disperata richiede sempre una soluzione disperata. E per lui, ormai non c’era altra alternativa. Ma la via suggerita da Jorge Petronius andava oltre l’immaginabile. Un pianeta apparso per sortilegio, un mondo paradossale. Una dimensione parallela in cui Simon Tregarth sembrava ormai destinato. E in lui c’era il dubbio se preferire la morte a quella strana Terra popolata di streghe. Arrendersi alla misteriosa Siege Perilous, la Pietra del Potere, era come affidare il proprio spirito, la propria mente ad un mondo da cui non ci sarebbe stato ritorno.
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Era una speranza quasi irrisoria, ma non ne aveva altre. Simon cedette alla pressione per due passi, poi ne mosse un terzo, rapidamente, come se le sue forze stessero cedendo. Un altro passo… la sua mano si posò sull’apertura del compartimento di pilotaggio. Compiendo lo sforzo supremo di quella strana battaglia, si buttò all’interno.

L’attrazione lo fece urtare contro la parete opposta dell’abitacolo, e il leggero apparecchio ondeggiò sotto i suoi movimenti convulsi. Fissò quello che doveva essere il quadro degli strumenti. C’era una leva alzata, all’estremità di una sottile fenditura, ed era l’unico oggetto che sembrava mobile. Lanciando un’invocazione a Poteri che non erano quelli di Estcarp, Simon riuscì a sollevare la mano pesante e ad abbassare la leva.

Capitolo quarto

La città dei morti

Puerilmente, Simon si era aspettato di venire trasportato nell’aria, ma l’apparecchio corse in avanti, acquistando velocità. Il muso urtò il basso parapetto con forza sufficiente per far compiere una capriola completa all’aereo. Simon si rese conto che stava precipitando: non da solo, come aveva sperato il suo tormentatore, ma racchiuso in quell’abitacolo.

Poi, di colpo, si accorse che non stava precipitando verticalmente: scendeva come lungo un piano inclinato. Disperatamente, afferrò di nuovo la leva, la tirò leggermente verso l’alto.

Poi vi fu uno schianto, seguito da una tenebra senza vista, senza suoni, senza sensazioni.

Una scintilla d’ambra rossa lo fissava dall’oscurità. E c’era un suono fievole che si ripeteva… il ticchettio di un orologio, uno sgocciolio d’acqua? E poi c’era l’odore. Fu l’odore a spingere Simon ad agire. Era un fetore dolciastro, nauseante che gli stringeva le narici e la gola: un fetore di putredine e di morte.

Si accorse di essere seduto; e una luce fioca mostrava il relitto che lo teneva in quella posizione. Ma la pressione ossessiva che l’aveva aggredito sul tetto era svanita: era libero di muoversi, se poteva, e di pensare.

A parte alcune ammaccature dolorose, era evidentemente sopravvissuto all’incidente senza lesioni o ferite. L’apparecchio doveva avere attutito il colpo. E l’occhio rosso nell’oscurità era una spia accesa sul quadro della leva. Lo sgocciolio era vicino.

Anche l’odore era vicino. Simon si girò sul sedile e spinse. Vi fu un tintinnio di metallo contro metallo, e un’ampia sezione dell’abitacolo cedette. Simon si trascinò faticosamente fuori dalla sua gabbia. In alto c’era uno squarcio incorniciato da travi spezzate. Mentre stava guardando, un altro pezzo di tetto cedette e cadde sull’aereo già malridotto. Doveva essere precipitato sul tetto di uno degli edifici vicini, sfondandolo. Se ne era uscito vivo e ragionevolmente indenne lo doveva ad uno strano capriccio del destino.

Doveva essere rimasto privo di sensi per qualche tempo, poiché il cielo aveva il pallore della sera. E la fame e la sete lo tormentavano. Doveva trovare viveri e acqua.

Ma perché il nemico non l’aveva ancora individuato? Certamente chiunque, sull’altro tetto, avrebbe potuto assistere alla fine del suo volo mancato. A meno che… se quelli non avessero saputo del suo tentativo… se l’avessero seguito solo per mezzo di un contatto mentale… Allora avrebbero saputo soltanto che era piombato oltre il parapetto, che la caduta era finita con un vuoto… e l’avevano interpretato come la sua morte. Se era vero, allora, era libero, anche se si trovava ancora nella città di Sippar!

Per prima cosa doveva trovare viveri e acqua, e poi scoprire dove si trovava, in relazione al resto del porto.

Simon trovò una porta: dava su una scala che scendeva verso la strada, come lui aveva sperato. L’aria era pesante, contaminata da quell’odore. Ormai l’aveva identificato: e lo fece esitare… gli ripugnava quello che doveva trovarsi là sotto.

Ma là sotto c’era l’unica via d’uscita, e quindi doveva scendere. Le finestre non erano bloccate e la luce formava chiazze fioche su ogni pianerottolo. C’erano anche numerose porte, ma Simon non ne aprì neppure una, poiché gli sembrava che in quei punti il fetore nauseante fosse più forte.

Scese un’altra rampa, e giunse in un corridoio che finiva davanti ad una grande porta: pensò che doveva dare sulla strada. Qui, Simon si azzardò ad esplorare, e in una stanza scoprì il pane coriaceo che rappresentava la base delle razioni militari di Estcarp, insieme ad un barattolo di frutta conservata. I resti ammuffiti di altre provviste indicavano che nessuno era stato lì da molto tempo. L’acqua sgorgava da un tubo, e Simon bevve prima di ingozzarsi di cibo.

Era difficile mangiare, nonostante la fame, perché quell’odore sembrava permeare ogni cosa. Sebbene fosse stato solo in quell’edificio, al di fuori della cittadella, Simon temeva che il suo mostruoso sospetto fosse fondato: escludendo l’edificio centrale e i suoi pochi abitanti, Sippar era la città dei morti. I Kolder dovevano avere eliminato spietatamente i vinti che non potevano essere loro utili. Non solo li avevano massacrati, ma li avevano lasciati insepolti nelle loro case. Come monito contro la ribellione dei pochi rimasti vivi? O solo perché non se ne curavano? Sembrava che quell’ultima ipotesi fosse la più verosimile; e lo strano senso di affinità che Simon aveva provato per gli invasori si spense di colpo.

Simon portò via tutto il pane che riuscì a trovare e una bottiglia piena d’acqua. Stranamente, la porta che conduceva sulla strada era sbarrata dall’interno. Coloro che un tempo vivevano lì si erano barricati nell’edificio e si erano suicidati in massa? Oppure erano stati spinti ad uccidersi dalla stessa pressione usata per costringerlo a buttarsi dal tetto?

La strada era deserta come l’aveva vista dall’alto. Ma Simon camminò rasente ai muri, scrutando tutti i portoni bui, le imboccature di tutti i vicoli. Tutte le porte erano chiuse: nulla si muoveva, mentre lui avanzava verso il porto.

Intuiva che se avesse provato, avrebbe scoperto che quelle porte erano sbarrate, anche se là dentro c’erano soltanto i morti. Erano periti poco dopo che Gorm aveva accolto i Kolder per soddisfare le ambizioni di Orna e di suo figlio? Oppure la fine era venuta più tardi, negli anni trascorsi da quando Koris era fuggito ad Estcarp e l’isola era rimasta isolata dal resto dell’umanità? Non aveva importanza per nessuno… forse per uno storico. Quella era una città di morti — morti nel corpo e, nel forte, morti nello spirito — eccettuati i Kolder, che forse potevano essere morti in un altro senso, e forse conservavano solo una parvenza di vita.

Mentre camminava, Simon si imprimeva nella mente il percorso. Gorm poteva venire liberata solo se il forte centrale fosse stato distrutto, di questo era sicuro. Ma pensava che aver lasciato quegli edifici deserti intorno al loro covo era stato un grave errore da parte dei Kolder. A meno che avessero difese e sistemi d’allarme nascosti in quelle case, sarebbe stato uno scherzo far sbarcare un contingente di truppe e nasconderlo.

Koris aveva parlato delle spie che Estcarp aveva mandato sull’isola, nel corso degli anni. E del fatto che lo stesso Capitano non aveva potuto tornare in patria a causa di una misteriosa barriera. Dopo la sua esperienza con le armi dei Kolder, Simon era possibilista. Lui era riuscito a liberarsi, prima nella sala del quartier generale e poi impadronendosi di un aereo. Il fatto che i Kolder non avessero cercato di dargli la caccia dimostrava che dovevano crederlo morto.

Ma era difficile pensare che non vi fosse qualcuno — o qualcosa — intento a sorvegliare la città silenziosa. Perciò si tenne al coperto, fino a che raggiunse i moli. C’erano diverse navi, straziate dalle tempeste; alcune erano state spinte contro la riva, e le sartie erano grovigli putridi, le fiancate sventrate; altre erano quasi completamente allagate, e solo i ponti superiori emergevano dall’acqua. Nessuno di quei vascelli aveva più navigato da molti anni!

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