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Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]

Электронная книга - «Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]». Краткое содержание книги:

Nostra Signora delle Tenebre è una agghiacciante fantasy urbana, ambientata nella metropolis di San Francisco. Ma anche la modernissima San Francisco, con le sue colline, la sua baia assolata e i suoi grattacieli altissimi e rilucenti, può diventare il regno del terrore quando strane ombre cominciano ad aggirarsi furtive tra i caseggiati.
Per Franz Westen, vedovo, scrittore di racconti del soprannaturale per la televisione, l’incubo comincia all’improvviso, quando, una notte, si affaccia alla finestra del suo appartamento per scrutare con il binocolo le luci della città ed è testimone di una scena inquietante: là, sulla cima di Corona Heights, la solitaria ed erta collinetta che si leva proprio nel cuore di San Francisco, c’è una strana figura dal colorito brunastro che si agita e si muove in maniera sinistra, come se fosse impegnata in qualche misterioso rituale o danza magica. Ha così inizio una terribile persecuzione, cui Franz tenterà invano di sottrarsi e che forse è collegata in qualche modo con un vecchio volume affascinante e sibillino, pieno di misteriose citazioni e di strani discorsi sulle moderne megalopoli e sulle arcane entità che le infestano, i “paramentali”, esseri d’origine azoica “più infidi dei ragni e delle donnole”.
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Molte porte si aprirono lungo il corridoio, molte teste si affacciarono. La porta dell’ascensore si aprì e ne sbucarono di corsa Dorotea e Bonita, ansiose e preoccupate. Ma Franz si ritrovò a fissare (perché la loro presenza davvero lo sconcertava) una decina o più di scatoloni impolverati di cartone ondulato, ammonticchiati ordinatamente lungo la parete del corridoio, di fronte al ripostiglio delle scope, accanto a tre vecchie valigie e a un baule.

Saul si era inginocchiato accanto a lui e gli tastava con fare professionale il petto e il polso, sollevandogli le palpebre con un tocco leggero per controllare le pupille, e non diceva nulla. Poi rivolse a Cal un cenno rassicurante.

Franz riuscì a lanciargli un’occhiata interrogativa. Saul gli sorrise con disinvoltura e disse: — Sai, Franz, Cal ha lasciato il concerto come un pipistrello scappato dall’inferno. Si è inchinata insieme agli altri solisti, ha aspettato che s’inchinasse anche il direttore, ma poi ha afferrato il mantello (l’aveva portato sul palcoscenico durante il secondo intervallo e l’aveva posato sulla panchetta accanto a lei; io le avevo riferito il tuo messaggio) e se n’è andata di corsa passando in mezzo al pubblico. Tu credevi di averlo offeso, andandotene all’inizio. Credimi, è stata una cosa da niente in confronto al modo in cui l’ha trattato lei! Quando l’abbiamo rivista, stava fermando un taxi: correva in mezzo alla strada per bloccarlo. Se fossimo stati meno svelti, ci avrebbe piantati in asso. Ha continuato a smaniare per tutto il tempo che abbiamo impiegato per salire.

— E poi ci ha preceduti di nuovo quando ognuno di noi pensava che sarebbe stato l’altro a pagare il tassista, e lui ci ha gridato dietro, e noi due siamo tornati a pagarlo — proseguì Gunnar, dietro la spalla di Saul. Era in piedi, nella stanza, al limitare della grande marea di ritagli di carta, come se non osasse smuoverla. — Quando siamo entrati, lei stava salendo di corsa le scale. Intanto l’ascensore era giunto al terreno, e l’abbiamo preso, ma è arrivata prima lei. Ehi, Franz — chiese, tendendo il braccio per indicare — chi ha disegnato col gesso quella grande stella sopra il tuo letto?

A questa domanda, Franz vide le piccole scarpe marrone scalcagnate farsi avanti a passo deciso tra la neve di carta. Fernando bussò di nuovo sul muro sopra il letto, come per richiamare l’attenzione, poi si voltò e disse in tono autorevole: — Hechiceria occultado en muralla!

— Stregoneria nascosta nel muro — tradusse Franz, come un bambino deciso a dimostrare che non è malato. Cal gli sfiorò le labbra con aria di rimprovero, per ordinargli di riposare.

Fernando alzò un dito, come per annunciare: “Vi faccio vedere!”. E tornò indietro a grandi passi, girando cautamente attorno a Cal e Franz che stavano sulla soglia. Proseguì svelto nel corridoio, passando davanti a Dorotea e Bonita, si fermò davanti alla porta del ripostiglio delle scope e si girò. Si fermò anche Gunnar, che l’aveva seguito per curiosità.

Il peruviano indicò un paio di volte la porta chiusa e poi gli scatoloni ammonticchiati, e mimò un uomo che cammina piegando le ginocchia. (“Li ho tirati fuori io. L’ho fatto in silenzio.”) Estrasse un grosso cacciavite dalla tasca dei calzoni, l’inserì nel buco dove un tempo stava la maniglia, lo girò e aprì la porta nera. Poi, brandendo il cacciavite, entrò.

Gunnar lo seguì e guardò all’interno, per poi riferire a Franz e Caclass="underline"  — Ha sgombrato lo stanzino. Mio Dio, quanta polvere! Sapete, c’è perfino una finestrella. Adesso Fernando è inginocchiato accanto alla parete tra lo sgabuzzino e la tua stanza; dall’altra parte della parete c’è il punto dove ha bussato. C’è un piccolo armadietto, in basso. C’è uno sportello. Cosa contiene, le valvole? Il materiale per la pulizia? Qualche presa? Non lo so. Adesso sta usando il cacciavite per aprirlo. Be’, mi venisse un colpo!

Indietreggiò per lasciar uscire Fernando che sorrideva trionfalmente e reggeva davanti al petto un libro grigio, alto e sottile. Il peruviano s’inginocchiò accanto a Franz e glielo tese, aprendolo con un gesto teatrale. Si alzò uno sbuffo di polvere.

Le due pagine aperte a caso erano coperte da cima a fondo, notò Franz, da file ininterrotte di segni astronomici e astrologici, tracciati in inchiostro nero, nitidamente e convulsamente, e da altri simboli enigmatici.

Franz allungò la mano tremante e poi la ritrasse di scatto, come se temesse di scottarsi le dita.

Riconobbe la scrittura della Maledizione.

Doveva essere il Libro cinquanta, il Grande Cifrario menzionato nella Megalopolisomanzia e nel diario di Smith (B): il registro che Smith aveva visto una volta e che era un elemento essenziale (A) della Maledizione, e che era stato nascosto, quasi quarant’anni prima, dal vecchio Thibaut De Castries perché compisse la sua opera al fulcro (O) ossia al (Franz rabbrividì, alzando lo sguardo verso il numero della sua porta) Rodi 607.

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Il giorno dopo, Gunnar buttò nel fuoco il Grande Cifrario, su urgente richiesta di Franz, avallata da Cal e Saul, ma solo dopo averlo microfilmato. Da allora l’ha inserito più volte nei suoi elaboratori e l’ha fatto studiare variamente da specialisti di semantica e di linguistica, ma senza compiere alcun passo in avanti verso la decifrazione del codice, ammesso che il codice esista. Recentemente ha confidato agli altri: — Si direbbe quasi che Thibaut De Castries avesse creato l’araba fenice dei matematici, una serie di numeri completamente casuali.

Risulta che ci sono esattamente cinquanta simboli. Cal ha fatto osservare cht cinquanta è il numero complessivo delle facce di tutti e cinque i solidi pitagorici o platonici. Ma quando le è stato chiesto a cosa portava quel fatto, non ha saputo far altro che alzare le spalle.

All’inizio, Gunnar e Saul non poterono fare a meno di chiedersi se per caso non fosse stato Franz a fare a pezzi tutti i suoi libri e le sue carte, in una specie di passeggera crisi psicotica. Ma poi conclusero che era un’impresa impossibile, o almeno impossibile da realizzare in così poco tempo. — Quella roba era macinata come se fosse stata segatura.

Gunnar ha conservato qualche campione di quegli strani coriandoli: frammenti irregolari, aventi un diametro massimo di tre millimetri… ben diversi dai rifiuti di una macchina tranciadocumenti, per quanto perfezionata. (E questo sembra eliminare il sospetto che lo Stracciafogli di Gunnar, o qualche altra superacuta macchina italiana, avesse lo zampino, chissà come, nella faccenda.)

Gunnar ha smontato anche il binocolo di Franz (chiamando in aiuto un suo amico specialista di ottica, che tra le altre cose aveva studiato e risolto l’enigma del famoso Teschio di Cristallo); ma non hanno trovato tracce di manomissione. L’unica circostanza notevole era la meticolosità con cui erano stati frantumati i prismi e le lenti. — Ridotti come segatura anche quelli?

Gunnar trovò una lacuna nel resoconto particolareggiato che Franz gli fece non appena si sentì meglio. — Non si possono vedere i colori dello spettro alla luce della luna. I coni della retina non sono abbastanza sensibili.

Franz replicò, piuttosto seccato: — Moltissime persone non riescono neppure a vedere il lampo verde del sole al tramonto. Eppure, qualche volta c’è.

Il commento di Saul fu: — Bisogna proprio concludere che c’è una briciola di senso in tutto quello che dicono i pazzi. — Franz: — I pazzi? — Sauclass="underline"  — Sì, tutti noi.

Saul e Gunnar abitano ancora all’811 Geary. Non hanno più incontrato altri fenomeni paramentali, almeno per ora.

Anche i Luque sono ancora là. Dorotea tiene segreta l’esistenza dei ripostigli delle scope, soprattutto al proprietario del palazzo. — Se lo sapesse, mi chiederebbe di affittarli a qualcuno.

La storia di Fernando, così come la tradussero alla fine Dorotea e Cal, era semplicemente questa. Lui aveva notato il piccolo armadietto poco profondo nel ripostiglio delle scope mentre spostava gli scatoloni per fare spazio, e gli era rimasto impresso nella mente (“Muy misterioso!”); perciò, quando aveva avuto l’impressione che la casa di Miistar Juestón fosse infestata, se n’era ricordato e si era affidato al proprio intuito. L’armadietto, a giudicare dalle macchie sul fondo, una volta aveva contenuto lucidi per mobili, ottoni e scarpe, e poi, per quasi quarant’anni, soltanto il Libro cinquanta.

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