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Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]

Электронная книга - «Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]». Краткое содержание книги:

Nostra Signora delle Tenebre è una agghiacciante fantasy urbana, ambientata nella metropolis di San Francisco. Ma anche la modernissima San Francisco, con le sue colline, la sua baia assolata e i suoi grattacieli altissimi e rilucenti, può diventare il regno del terrore quando strane ombre cominciano ad aggirarsi furtive tra i caseggiati.
Per Franz Westen, vedovo, scrittore di racconti del soprannaturale per la televisione, l’incubo comincia all’improvviso, quando, una notte, si affaccia alla finestra del suo appartamento per scrutare con il binocolo le luci della città ed è testimone di una scena inquietante: là, sulla cima di Corona Heights, la solitaria ed erta collinetta che si leva proprio nel cuore di San Francisco, c’è una strana figura dal colorito brunastro che si agita e si muove in maniera sinistra, come se fosse impegnata in qualche misterioso rituale o danza magica. Ha così inizio una terribile persecuzione, cui Franz tenterà invano di sottrarsi e che forse è collegata in qualche modo con un vecchio volume affascinante e sibillino, pieno di misteriose citazioni e di strani discorsi sulle moderne megalopoli e sulle arcane entità che le infestano, i “paramentali”, esseri d’origine azoica “più infidi dei ragni e delle donnole”.
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Prese una matita dal tavolino e tracciò un piccolo 5 all’incrocio Montgomery-Clay, un 4 accanto al Monte Sutro, e un 1 su Corona Heights. Poi notò che la linea assomigliava a una bilancia a due braccia, con il fulcro tra Corona Heights e Montgomery-Clay. C’era anche un equilibrio matematico: 4 più 1 uguale 5… com’era scritto nella maledizione, prima dell’ingiunzione finale. Quel disgraziato fulcro (O), dovunque fosse, sarebbe stato sicuramente schiacciato dai due grandi bracci a leva (“Datemi un punto e schiaccerò il mondo”: Archimede). (E anche nella scritta della maledizione, il minuscolo “la sua vita” era oppresso da quel “SIA” in tutte maiuscole!)

Sì, quello sventurato (O) sarebbe stato sicuramente soffocato, compresso e ridotto letteralmente a nulla, soprattutto se “i pesi saranno su…” E allora?

All’improvviso Franz capì che adesso, qualunque fosse stata la situazione in passato, certamente i pesi c’erano, con la torre della TV piazzata sul Monte Sutro e con la Transamerica Pyramid (il più alto edificio di San Francisco) piazzata all’intersezione Montgomery-Clay! (Il “qualcosa d’altro”, che prima non gli era venuto in mente, era che il Monkey Block era stato demolito per lasciar posto prima a un parcheggio e poi alla Transamerica Pyramid. Sempre più vicino alla soluzione del mistero!)

Ecco perché la maledizione non aveva colpito Smith. Lo scrittore era morto prima che venissero costruite le due strutture. La trappola era scattata solo dopo.

La Transamerica Pyramid e la torre della TV, alta 300 metri… erano in grado di schiacciare, certamente.

Ma era assurdo pensare che De Castries avesse potuto prevedere la costruzione di quelle strutture. Però, la coincidenza (tirare a indovinare) era una spiegazione sufficiente. Bastava scegliere un qualunque incrocio nel centro di San Francisco per constatare che, cinquanta volte su cento, proprio lì, o nelle vicinanze immediate, sorgeva un grattacielo.

Ma allora perché lui tratteneva il respiro, perché sentiva un lieve rombo negli orecchi, perché le sue dita erano fredde e anchilosate?

Perché De Castries aveva detto a Klaas e a Ricker che la prescienza, o la precognizione, era possibile in certi luoghi delle megacittà? Perché aveva chiamato Megalopolisomanzia il suo libro, che adesso stava, color grigio sporco, accanto a Franz?

Qualunque fosse la risposta, adesso i pesi c’erano, senza il minimo dubbio.

E quindi era ancor più importante scoprire l’ubicazione di quel misterioso Rodi 607, dov’era vissuto il vecchio diavolo (o meglio, dove aveva trascinato l’ultima parte della sua esistenza) e dove Smith gli aveva rivolto le sue domande… e dove, secondo la maledizione, era nascosto il registro contenente il Grande Cifrario… e dove la maledizione si sarebbe compiuta. Era proprio come un giallo. Un giallo di Dashiell Hammett? “La X indica il punto” dove è stata (sarà?) scoperta la vittima, schiacciata a morte? Avevano messo una lapide di bronzo all’incrocio fra la Bush e la Stockton Street, dove Brigid O’Shaunessy aveva sparato a Miles Archer nel Falcone maltese di Hammett; ma non c’erano lapidi in memoria di Thibaut De Castries, che invece era una persona realmente esistita. Dov’era la sfuggente X, la misteriosa (O)? Dov’era il Rodi 607? Davvero, avrebbe dovuto chiederlo a Byers, quando ne aveva avuto l’occasione. Doveva telefonargli adesso? No, aveva tagliato i ponti. Beaver Street era un’area dove non voleva più avventurarsi, neppure per telefono. Almeno per ora. Ma rinunciò a lambiccarsi il cervello sulla carta topografica. Era inutile.

Poi lo sguardo gli cadde sull’annuario 1927 di San Francisco, trafugato alla biblioteca quel mattino, che formava la parte centrale della sua Amante dello Studioso. Tanto valeva fare subito la ricerca: trovare il nome del palazzo, se mai ne aveva avuto uno e se a quell’epoca era davvero un albergo. Si mise sulle ginocchia il grosso volume e girò le pagine ingiallite, cercando la sezione “Alberghi”. In un momento diverso da quello, si sarebbe divertito a leggere le vecchie pubblicità dei medicinali e dei parrucchieri.

Pensò a tutti i giri che aveva fatto quella mattina al municipio. Adesso gli sembrava tutto molto lontano e molto ingenuo.

Vediamo: la soluzione migliore era quella di cercare negli indirizzi: non Geary Street (dovevano esserci parecchi alberghi, in quella strada), ma un numero civico 811. Probabilmente ce n’era uno soltanto, ammesso che ci fosse. Incominciò a far scorrere l’indice sulla prima colonna, piuttosto lentamente.

Arrivò alla penultima colonna, prima di trovare un 811. Sì, ed era anche in Geary Street, sicuro. Il nome era… Hotel Rodi.

25

Franz si ritrovò nel corridoio, di fronte alla porta chiusa del suo appartamento. Tremava leggermente, dalla testa ai piedi. Un tremore sottile, generale.

Poi ricordò perché era uscito. Per controllare il numero sulla porta, il piccolo rettangolo scuro su cui era inciso, in grigio chiaro, “607”. Voleva vederlo con i suoi occhi, voleva vedere la sua stanza dall’esterno (e dissociarsi dalla maledizione, allontanarsi dal bersaglio).

Aveva la sensazione che, se avesse bussato in quel momento (come doveva avere bussato tante volte, a quella stessa porta, Clark Ashton Smith), gli avrebbe aperto Thibaut De Castries, con la sua faccia dalle guance scavate, ridotta a una ragnatela di sottili rughe grigie, come incipriata di cenere.

Se fosse rientrato senza bussare, avrebbe trovato la stanza esattamente come lui l’aveva lasciata. Ma se avesse bussato, il vecchio ragno si sarebbe scosso dal sonno…

Provò un senso di vertigine, come se il palazzo cominciasse a ripiegarsi con lui all’interno, a ruotare lentamente, almeno all’inizio… Era una sensazione simile al panico del terremoto.

Doveva orientarsi subito, si disse, per non precipitare insieme all’811. Si avviò per il buio corridoio (la lampadina entro il globo, sopra la porta dell’ascensore, era ancora spenta), passando davanti al nero ripostiglio delle scope, alla finestra dipinta di nero del pozzo di ventilazione, all’ascensore, e salì in punta di piedi due piani, aggrappandosi al mancorrente per non perdere l’equilibrio; passò sotto il lucernario delle scale, entrò nella sinistra stanza nera che sotto un lucernario più grande ospitava il motore dell’ascensore e le leve, lo Gnomo Verde e il Ragno, e uscì sul tetto incatramato.

Le stelle erano in cielo, esattamente dove dovevano essere, anche se naturalmente erano un po’ offuscate dallo splendore della luna quasi piena, che adesso era al sommo della volta celeste, un po’ verso sud. Orione e Aldebaran salivano a oriente. La Stella Polare era al suo posto immutabile. Tutt’intorno si estendeva l’orizzonte spigoloso, frastagliato dalle sagome dei grattacieli contrassegnati da insegne rosse e dalle rare luci gialle delle finestre, come se fossero in qualche modo coscienti della necessità di risparmiare energia. Il vento, moderato, proveniva da ovest.

Ora che la vertigine l’aveva finalmente abbandonato, Franz s’incamminò verso il fondo del tetto, superando i bocchettoni degli sfiatatoi (simili a pozzi quadrati, circondati da un basso parapetto) attento alle basse tubature coperte di pesanti reti metalliche in cui era facile inciampare, finché non si fermò al limite occidentale del tetto, sopra la sua stanza e quella di Cal. Posò una mano sul basso muricciolo. A poca distanza dietro di lui c’era il pozzo di aerazione, che passava accanto alla finestra nera da lui incontrata nel corridoio e a quelle degli altri piani. Sullo stesso condotto, ricordò, si aprivano le finestre dei bagni di un’altra serie di appartamenti e una fila verticale di finestrelle piccolissime, che potevano appartenere solo ai ripostigli in disuso: in origine, pensò, dovevano avere la funzione d’illuminarli un poco. Guardò, verso ovest, le luci lampeggianti della torre e la gobba buia e irregolare di Corona Heights. Il vento si rinfrescò un poco.

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