Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1980
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0475-9
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]». Краткое содержание книги:
Per Franz Westen, vedovo, scrittore di racconti del soprannaturale per la televisione, l’incubo comincia all’improvviso, quando, una notte, si affaccia alla finestra del suo appartamento per scrutare con il binocolo le luci della città ed è testimone di una scena inquietante: là, sulla cima di Corona Heights, la solitaria ed erta collinetta che si leva proprio nel cuore di San Francisco, c’è una strana figura dal colorito brunastro che si agita e si muove in maniera sinistra, come se fosse impegnata in qualche misterioso rituale o danza magica. Ha così inizio una terribile persecuzione, cui Franz tenterà invano di sottrarsi e che forse è collegata in qualche modo con un vecchio volume affascinante e sibillino, pieno di misteriose citazioni e di strani discorsi sulle moderne megalopoli e sulle arcane entità che le infestano, i “paramentali”, esseri d’origine azoica “più infidi dei ragni e delle donnole”.
Poi dall’oscurità si erse, ma non troppo, la lunga sagoma pallida della sua Amante dello Studioso. Sembrava guardarsi intorno, come una mangusta o una donnola, con la piccola testa che s’inclinava di qua e di là sull’esile collo; e poi, con un fruscio asciutto che straziava i nervi, avanzò contorcendosi e fremendo verso di lui, attraverso il tavolino e tutta la roba dispersa e in disordine, protendendo le mani dalle lunghe dita e le braccia pallide e scarne. Mentre Franz tentava di alzarsi in piedi, sentì le mani stringersi sulla sua spalla e sul suo fianco, in una morsa dolorosamente forte, e di colpo gli balenò nella mente un verso: “Siamo fantasmi, ma con scheletro d’acciaio”. Con una forza improvvisa, nata dal terrore, Franz si liberò dalle mani che l’imprigionavano. Ma non riuscì ad alzarsi: riuscì soltanto a spostarsi lungo la macchia di chiaro di luna e poi giacque riverso, dibattendosi, sull’orlo più lontano, con la testa ancora nell’ombra.
Le carte e i pezzi degli scacchi e il contenuto del portacenere si sparpagliarono ancora di più. Un bicchiere scricchiolò quando lui l’urtò col tacco. Il telefono rovesciato prese a squittire come un topo furioso e pedante, da una strada vicina una sirena cominciò a ululare come un cane torturato, ci fu un grande suono lacerante come nel sogno (le carte disperse mulinarono e si alzarono dal pavimento come se fossero state ridotte a brandelli), e fra tutto risuonavano le urla gutturali e stridenti che erano le urla dello stesso Franz.
La sua Amante dello Studioso avanzò contorcendosi nel chiaro di luna. La faccia era ancora in ombra, ma Franz poteva vedere che il corpo sottile dalle spalle ampie era formato, a quanto pareva, solo da carta lacerata e premuta insieme, chiazzata di bruno e di giallognolo dagli anni, come se fosse formata dalle pagine masticate di tutte le riviste e di tutti i libri che l’avevano composta sul letto, mentre intorno al volto in ombra ricadevano i neri capelli (copertine strappate dei libri?). Gli arti lunghi e sottili, in particolare, sembravano fatti interamente di carta avorio pallida, contorta e intrecciata. Sfrecciò verso di lui con rapidità terribile e lo cinse bloccandogli le braccia e infilò con un movimento a forbice le lunghe gambe tra le sue, sebbene Franz si dibattesse e scalciasse convulsamente e intanto, completamente sfiatato dalle urla, ansimasse e piagnucolasse.
Poi lei girò la testa e l’alzò, e il chiaro di luna le investì la faccia. Era sottile e affusolata, come quella di una volpe o di una faina, e come tutto il resto era formata di carta compatta, a grumi e crepe, ma era coperta da uno strato bianco livido (la carta di riso?) punteggiato da una pioggia di piccoli e irregolari segni neri (l’inchiostro di Thibaut?). Non aveva occhi, tuttavia sembrava che gli scrutasse nel cervello e nel cuore. Non aveva naso. (Era quella, la Senza Naso?) Non aveva bocca… ma il lungo mento cominciò a fremere e a sollevarsi come il muso di una bestia, e Franz vide che aveva un’apertura.
Comprese che era quello, ciò che stava sotto le vesti ampie e i veli neri della Dama Misteriosa di De Castries, la donna che l’aveva seguito fino alla tomba, un concentrato d’intellettualità, tutta libri e studi (una vera Amante dello Studioso!) la Regina della Notte, colei che stava in agguato sulla vetta, la cosa che perfino Thibaut De Castries temeva, Nostra Signora delle Tenebre.
I cavi delle braccia e delle gambe intrecciate si attorsero più stretti intorno a Franz, e la faccia, ritornando nell’ombra, si abbassò in silenzio verso la sua: e tutto ciò che Franz poté fare fu di distogliere il volto.
In un lampo pensò alla scomparsa delle vecchie riviste ritagliate, e comprese che erano quelle, fatte a pezzi, a costituire la materia prima della figura pallida che lui aveva visto due volte alla finestra da Corona Heights.
Scorse sul soffitto nero, al di sopra del muso circondato da capelli neri che si abbassava lentamente, una piccola chiazza di colori dolci, armoniosi, fantasmagorici: lo spettro, in tinte pastello, del chiaro di luna, rifratto da uno dei prismi che giacevano nella macchia di luce sul pavimento.
La faccia asciutta, ruvida, dura, premette contro la sua, bloccandogli la bocca e schiacciandogli le narici: il muso affondò nel suo collo. Si sentì schiacciare da un peso immane, soverchiante. (La torre della TV e la Transamerica! E le stelle?) E sentì nella bocca e nel naso, soffocante, l’arida polvere amara di Thibaut De Castries.
Poi, proprio in quell’attimo, la stanza fu invasa da una fulgida luce bianca. Come se gli avessero iniettato uno stimolante ad azione istantanea, Franz riuscì a distogliere la faccia da quell’orrore rugoso e a girare le spalle.
La porta del corridoio era spalancata, la chiave era ancora nella serratura. Cal era sulla soglia, con la schiena contro lo stipite e la mano destra tesa sull’interruttore. Ansimava, come se avesse corso. Portava ancora l’abito bianco da concerto e il mantello di velluto nero, aperto. Guardava al disopra di lui, un po’ oltre, con un’espressione incredula e inorridita. Poi lasciò ricadere la mano dall’interruttore, e lentamente il suo corpo scivolò in avanti piegandosi soltanto alle ginocchia. Rimase con la schiena eretta contro lo stipite, le spalle dritte, il mento alto, e le palpebre non sbatterono neppure una volta sugli occhi colmi di orrore. Poi, quando si fu accovacciata come uno stregone, i suoi occhi si spalancarono ancora di più, con l’ira del virtuoso. Abbassò il mento, adottò la sua più feroce espressione professionale e disse, con una voce aspra che Franz non le aveva mai sentito:
— In nome di Bach, Mozart e Beethoven, in nome di Pitagora, Newton e Einstein, per Bertrand Russell, William James e Eustace Hayden, vattene! Tutte voi forme dissonanti e prive di ordine, andatevene immediatamente!
E mentre Cal parlava, le carte tutt’intorno a Franz (adesso lui poteva vedere che erano a brandelli) si sollevarono scricchiolando, la stretta sulle sue braccia e sulle sue gambe si allentò, e lui poté strisciare verso Cal, agitando violentemente le braccia in parte libere. A metà dell’eccentrico esorcismo i pallidi frammenti incominciarono a turbinare, e all’improvviso decuplicarono di numero (adesso non c’era più niente a trattenere Franz), così che alla fine lui strisciò verso Cal in mezzo a una fitta nevicata di carta.
Gli innumerevoli brandelli caddero frusciando sul pavimento tutt’intorno a Franz. Appoggiò la testa in grembo a Cal, che adesso sedeva eretta sulla soglia, per metà dentro e per metà fuori, e giacque ansimando, stringendole la vita con una mano e tenendo l’altra protesa nel corridoio, come per segnare sul tappeto il punto dove era giunto. Sentì sulla guancia le rassicuranti dita di Cal, mentre lei, con l’altra mano, gli scostava distrattamente i frammenti di carta dalla giacca.
29
Franz udì Gunnar che diceva, in tono concitato: — Cal, tutto a posto? Franz! — E poi Sauclass="underline" — Cosa diavolo è successo, in questa stanza? — E di nuovo Gunnar: — Mio Dio, sembra che tutta la sua biblioteca sia stata messa nello Stracciafogli! — Ma Franz poteva vedere, di loro, soltanto le scarpe e le gambe. Che strano. C’era un terzo paio di gambe: calzoni marrone e scarpe marrone sciupate, un po’ scalcagnate. Fernando, naturalmente.