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Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]

Электронная книга - «Nostra Signora delle Tenebre [Our Lady of Darkness - it]». Краткое содержание книги:

Nostra Signora delle Tenebre è una agghiacciante fantasy urbana, ambientata nella metropolis di San Francisco. Ma anche la modernissima San Francisco, con le sue colline, la sua baia assolata e i suoi grattacieli altissimi e rilucenti, può diventare il regno del terrore quando strane ombre cominciano ad aggirarsi furtive tra i caseggiati.
Per Franz Westen, vedovo, scrittore di racconti del soprannaturale per la televisione, l’incubo comincia all’improvviso, quando, una notte, si affaccia alla finestra del suo appartamento per scrutare con il binocolo le luci della città ed è testimone di una scena inquietante: là, sulla cima di Corona Heights, la solitaria ed erta collinetta che si leva proprio nel cuore di San Francisco, c’è una strana figura dal colorito brunastro che si agita e si muove in maniera sinistra, come se fosse impegnata in qualche misterioso rituale o danza magica. Ha così inizio una terribile persecuzione, cui Franz tenterà invano di sottrarsi e che forse è collegata in qualche modo con un vecchio volume affascinante e sibillino, pieno di misteriose citazioni e di strani discorsi sulle moderne megalopoli e sulle arcane entità che le infestano, i “paramentali”, esseri d’origine azoica “più infidi dei ragni e delle donnole”.
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Sentì l’ascensore fermarsi al piano, e le porte aprirsi, ma non l’udì ripartire. Aspettò, teso, ma non bussarono alla sua porta, non ci furono passi nel corridoio. Attraverso la parete, da chissà dove, venne il tonfo leggero di una porta ostinata che veniva aperta o chiusa con discrezione, e poi più nulla.

Franz toccò Il glifo del ragno nel tempo, che stava subito sotto l’annuario. Prima, quel giorno, la sua Amante dello Studioso stava distesa prona, ma adesso giaceva sul dorso. Per un momento si chiese (cos’aveva detto, la Lettland?) perché i genitali esterni femminili venivano paragonati a un ragno. Il ciuffo tentacolato dei peli? La bocca che si apriva verticalmente come le mandibole di un ragno, anziché orizzontalmente come le labbra del volto umano e le labbra nascoste delle cinesi nelle leggende dei vecchi marinai? Il vecchio Santos-Lobos, squassato dalla febbre, suggeriva che la cosa riguardava il tempo richiesto per tessere una ragnatela, l’orologio del ragno. E che nicchia deliziosa, per una ragnatela!

Le sue dita, lievi come piume, passarono su Knochenmädchen in Pelze (mit Peitsche): altre pelosità scure, che adesso si mutavano nelle soffici pellicce che avvolgevano le fanciulle-scheletro, e Ames et fantômes de douleur, l’altra coscia. De Sade (o il suo imitatore postumo), stancatosi della carne, aveva cercato davvero di far urlare la mente e singhiozzare gli angeli: “lo spettro del dolore” divenuto “i dolori degli spettri”.

Quel libro, insieme a Fanciulle-scheletro in pelliccia (con frusta), lo indusse a pensare che, sotto le sue mani ansiose, c’era una gran quantità di morti. Lovecraft era morto piuttosto in fretta nel 1937, scrivendo ostinatamente fino all’ultimo, prendendo appunti sulle sue ultime sensazioni (chissà se aveva visto i paramentali, allora?). Smith se n’era andato più lentamente un quarto di secolo dopo, col cervello rosicchiato da piccoli colpi apoplettici. Santos-Lobos, bruciato dalle febbri e ridotto a una brace pensante. E la Lettland, quando era scomparsa, era morta? E poi Montague (il suo Burocrazia bianca formava un ginocchio, però la carta stava ingiallendo), soffocato da un enfisema mentre stava ancora scrivendo appunti sulla nostra cultura autosoffocante.

La morte e la paura della morte! Franz ricordava quanto l’aveva depresso Il colore venuto dallo spazio di Lovecraft, quando l’aveva letto, da adolescente: l’agricoltore del New England e i suoi familiari che marcivano vivi, avvelenati da sostanze radioattive provenienti dai confini dell’universo. Ma nello stesso tempo era un racconto così affascinante. Cos’era tutta la letteratura dell’orrore soprannaturale se non un tentativo di rendere più emozionante la stessa morte… di estendere la stranezza e la meraviglia fino al termine stesso della vita? Ma mentre pensava questo, si rendeva conto di essere stanchissimo. Stanco, depresso, con pensieri morbosi… Gli aspetti sgradevoli della sua mente serale, la faccia buia della medaglia.

E a proposito di oscurità, dove stava Nostra Signora delle Tenebre? (Suspiria de profundis formava l’altro ginocchio, e De profundis un polpaccio. “Cosa pensi di lord Alfred Douglas, mia cara? Ti eccita? io credo che Oscar fosse anche troppo, per lui.”) La torre della TV, là fuori, era la statua di Nostra Signora delle Tenebre? Era abbastanza alta e turrita. La notte era “il suo triplice velo nero”? E le diciannove luci rosse, fisse o lampeggianti, “la luce abbagliante di un’ardente infelicità?” Be’, lui era infelice per due. Doveva farla ridere. Vieni, dolce notte, e avviluppami.

Finì di assestare la sua Amante dello Studioso: L’occulto subliminale del professor Nostìg (“Hai liquidato la foto Kirlian, dottore, ma ci riusciresti col paranaturale?”), le copie di Gnostica (qualche relazione col professor Nostig?), Il caso Mauritius (Etzel Andergast aveva visto i paramentali a Berlino? e Waramme altri, più fumosi, a Chicago?), Ecate, o il futuro della stregoneria di Yeats (“Perché hai fatto distruggere quel libro, William Butler?”) e Viaggio al termine della notte (“I tuoi piedini, cara”). Poi, stancamente, si sdraiò accanto a lei, ancora ostinatamente vigile, pronto a captare il minimo suono, il minimo movimento sospetto. Ricordò che di notte tornava sempre da lei, come se fosse una moglie vera, o almeno una donna, per rilassarsi dopo tutte le tensioni, le prove e i pericoli (ricorda che sei ancora in pericolo!) della giornata.

Pensò che probabilmente avrebbe potuto ancora ascoltare il quinto concerto brandeburghese se si fosse alzato e fosse corso alla sala da concerto, ma era troppo inerte per muoversi… per fare qualcosa di più che rimanere sveglio, di guardia, fino al ritorno di Cal e Gunnar e Saul…

La luce accanto alla testata del letto fluttuò un poco, affievolendosi e poi ravvivandosi bruscamente, e poi affievolendosi di nuovo, come se la lampadina fosse ormai molto vecchia; ma lui era troppo stanco per alzarsi e andare a cambiarla o ad accenderne un’altra. E poi non voleva che la sua finestra fosse troppo illuminata, perché qualcosa poteva vederla, da Corona Heights. (Forse era ancora lassù, invece di essere lì in casa sua: chi poteva saperlo?)

Notò un fioco chiarore intorno ai bordi della finestra: la luna gibbosa, che scendeva verso ovest, cominciava finalmente a sbirciare dall’alto, passando oltre il grattacielo a sud. Franz provò l’impulso di alzarsi e di dare un’ultima occhiata alla torre della TV, di dare la buonanotte alla sua snella dea alta trecento metri e circondata dalla luna e dalle stelle, di mettere a letto anche lei, per così dire, e come se si trattasse di recitare le preghiere: ma la stanchezza glielo impedì. E poi non voleva farsi vedere da Corona Heights, né guardare ancora la tenebrosa macchia di quella collina.

Adesso la luce accanto alla testata del letto splendeva regolarmente, ma sembrava un poco più fioca di prima della fluttuazione, oppure era soltanto un annebbiamento dovuto alla sua mente serale?

Adesso non pensarci. Dimentica tutto. Il mondo era un posto schifoso. La città era un caos, con i suoi grattacieli appariscenti, le sue costruzioni vistose e prive di valore… “Torri del tradimento”, appunto. Era tutto crollato e bruciato nel 1906 (almeno, tutto quello che c’era intorno al suo palazzo), e tra poco sarebbe accaduto ancora, e tutte le scartoffie sarebbero finite nelle macchine tranciadocumenti, con o senza l’aiuto dei paramentali. (E Corona Heights, gobba, color terra d’ombra, non si stava muovendo anche adesso?) E il mondo intero era nelle stesse condizioni, stava morendo d’inquinamento, annegava e soffocava tra veleni atomici e chimici, tra detersivi e insetticidi, miasmi industriali, fumi, fetore d’acido solforico, quantità di acciaio e cemento e alluminio sempre lucidi, plastiche eterne, carta onnipresente, fiumi di gas e di elettricità… Davvero, l’elettromefitica sostanza delle città! Anche se il mondo non aveva bisogno del paranaturale, per morire. Era già nero e canceroso, come la famiglia di contadini di Lovecraft uccisa dalle strane sostanze radioattive di una meteora venuta dai confini del nulla.

Ma non finiva lì. (Franz si accostò maggiormente alla sua Amante dello Studioso.) Il male elettromefitico si diffondeva, si era diffuso (era andato in metastasi) da questo mondo a ogni luogo. L’universo era inguaribilmente malato: sarebbe morto termodinamicamente. Perfino le stelle erano contagiate. Chi pensava che quei punti luminosi significassero qualcosa? Che cos’erano se non uno sciame di moscerini della frutta, fosforescenti e momentaneamente immobilizzati in uno schema del tutto casuale intorno a un pianeta-spazzatura?

Franz si sforzò di “ascoltare” il quinto concerto brandeburghese che Cal stava suonando. Gli adamantini torrenti (immensamente variati e infinitamente ordinati) dei suoni strappati dai plettri di penne d’oca, che ne facevano il padre di tutti i concerti per piano. La musica ha il potere di liberare le cose, aveva detto Cal, di farle volare. Forse avrebbe spezzato la sua tetraggine. Le campanelle di Papageno erano magiche… ed erano una protezione contro la magìa. Ma, anche se tese l’orecchio, intorno lui tutto era silenzio.

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