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Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]

Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ  [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:

Domani il mondo cambierà è un romanzo affascinante e ricco d’azione, ma che si presta a molte letture. Siamo su un pianeta distante anni-luce dalla Terra, in un’epoca in cui l’umanità si è ormai stabilita fra le stelle: ma la grandiosa tecnologia che permette all’uomo di imbrigliare le forze dell’universo qui non è mai arrivata. Non è un caso: il pianeta è tenuto in isolamento artificiale, una specie di “quarantena” tecnologica che potrà essere spezzata solo con un gesto disperato, un furto di sapore prometeico… L’avvincente storia raccontata da Swanwick è quella di tale furto, della caccia all’uomo che ne segue e di un mondo intero sull’orlo di un cambiamento epocale: quello promesso dalla nuova scienza e quello a cui il pianeta va periodicamente incontro a causa delle sue insolite caratteristiche climatiche. Un libro d’avventura con una storia diversa, per scoprire uno dei migliori romanzieri americani affacciatisi alla scena negli anni Ottanta.

Anche pubblicato come Stazioni delle maree.

Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
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Il burocrate sbatté le palpebre. — Oh, ma non è stato così — disse. — Non è stato affatto così. Io ho vinto.

9. Il relitto della Atlantis

I granchi orchidea stavano migrando verso il mare. Attraversavano di tutta fretta la strada sabbiosa, seppellendola sotto la loro massa. Luminosi fiori parassiti oscillavano dolcemente sulle loro corazze, increspando il suolo della foresta sotto un tappeto di petali multicolori, come fosse un giardino sottomarino visto attraverso leghe su leghe di limpida acqua oceanica.

Mintouchian emise un’imprecazione e schiacciò il freno. Il Nuovo Re si arrestò con un sussulto. Chu tirò fuori uno dei suoi cigarillos e se lo infilò in un angolo della bocca. — Be’, per un po’ non ci si muove. Tanto vale uscire a sgranchirsi un po’ le gambe.

Una piccola comunità di pellegrini composta dagli abitanti di altri tre camion (Il Signore degli Spettri, Mathilde la Fortunata e Cuor di Leone) e da una dozzina di viaggiatori a piedi stava attendendo con pazienza il passaggio dei granchi. Alcuni erano seduti sul ramo più basso di un albero-nonno, appollaiati in fila come corvi che fissavano il fuoco azzurrognolo intrappolato in una biforcazione delle radici. — Guardate lì — disse Mintouchian. — Quando ero ragazzino e la gente si trovava bloccata per strada a questo modo, ci si scambiava storie, a volte anche per ore e ore. Storie di fantasmi, storie di famiglia, fiabe, racconti di eroi, hausmarchen, barzellette sconce, vanterie, tutto quel che potete immaginare. Vivere a quei tempi era come essere immersi in un oceano di storie. Era fantastico. — Con aria disgustata, accese lo schermo sul suo cruscotto e si appoggiò allo schienale a guardare la tivù.

Chu uscì dall’abitacolo e appoggiò un gomito al cofano, scrutando la strada con aria distante. Il burocrate la seguì.

Si sentiva un po’ sconnesso. Si era allargato in maniera troppo sottile nel Palazzo dell’Arcano, e ora provava un senso di nausea perpetua, forse un preavviso del malanno relativistico al quale erano particolarmente soggetti tutti coloro che lavoravano nella realtà convenzionale. Ogni cosa gli sembrava una luminosa illusione, una pellicola sottilissima di apparenza che ricopriva una verità sconosciuta decisamente più oscura. Il mondo vibrava di tensioni sottilissime, come se vi fosse qualcosa di imminente. Il burocrate si aspettava che si aprissero finestre nel cielo, porte negli alberi e buchi nell’acqua. Che si rendessero manifesti gli spiriti invisibili dell’aria che senz’altro condividevano quel luogo con loro. Naturalmente, nulla di tutto ciò accadde.

Appoggiò la valigeria sulla pedana laterale del camion. — Vado a fare una passeggiata.

Chu annuì. Mintouchian non alzò nemmeno lo sguardo dal suo programma.

Il burocrate si incamminò verso l’albero-nonno, stando attento a non appoggiare il piede su qualche granchio staccatosi dal gruppo che procedeva alla cieca cercando di riunirsi al flusso dei suoi compagni. Ora il fiume di granchi orchidea si era diviso in due, isolando la gente in attesa in uno spiazzo di immobilità. L’albero era qualcosa di meraviglioso, con gli spessi rami che si allargavano in senso orizzontale dal tronco principale lasciando cadere le loro appendici verso il basso, formando così una serie di tronchi secondari a distanze irregolari che davano vita a una struttura assai complessa, paragonabile a una piccola foresta.

Ricordò di aver sentito dire che gli alberi-nonno erano una cosa piuttosto rara. Questo era uno degli ultimi sopravvissuti, un reduce solitario dei vecchi tempi della grande primavera. E dai semi sepolti nel profondo del suo cuore un giorno sarebbe nata, se non una nuova razza, almeno una nazione all’interno di quella razza.

Una serie di scalinate sconnesse in legno si avvolgevano contorte attorno al tronco maestoso, e nei punti in cui i rami erano abbastanza spessi vi erano delle passerelle di assi di legno che si perdevano nella fitta oscurità del fogliame. Le assi erano state dipinte di rosso, verde, arancione e giallo, ma ormai quei colori carnevaleschi erano svaniti da tempo, sbiancati da mille soli pallidi come le ossa degli scheletri di un cimitero abbandonato. Piccoli cartelli posti sulle piattaforme rialzate fornivano varie indicazioni: VISTA DELLA NAVE. ABELARD’S. ANGUILLE FRESCHE. IL AEIRIE. BIRRE AROMATIZZATE.

Spinto verso l’alto dall’azione capillare più che dalla sua stessa volontà, il burocrate salì le scale.

Un ubriaco gli passò accanto, incespicando. Sulle ringhiere di legno erano stati attaccati dei frammenti di legno del fiume in un debole tentativo di decorazione; sui pali verticali erano state affisse delle conchiglie dall’apparenza friabile.

Il burocrate si fermò esitante al terzo pianerottolo, indeciso sulla direzione da prendere, quando gli passò accanto un uomo dalla testa di cane che portava un vassoio di mani. Allarmato, il burocrate fece un passo indietro. L’uomo si fermò e si tolse la maschera dal volto. — Posso esservi d’aiuto, signore?

— Ah, mi stavo domandando… — Vide che le mani erano metalliche, arti modulari da sottoporre a pulizia-lampo fra i clienti.

— La Atlantis è da quella parte. Camminate lungo questa piattaforma, girate a sinistra e seguite i cartelli. Non potete perderla.

Confuso, il burocrate seguì le indicazioni dategli e giunse a una vasta piattaforma disseminata di tavolini. Gruppi di surrogati, assieme a qualche umano isolato, si accalcavano sulla ringhiera con lo sguardo rivolto verso la foresta. Il burocrate rivolse lo sguardo nella stessa direzione.

In quel punto, i rami del possente albero erano stati tagliati in modo da permettere la visuale di un ampio tratto di foresta. Raggi di sole dorati illuminavano il verde delle piante e le nubi di moscerini che aleggiavano come granuli di polvere sopra il suolo umido. Più in là, come un fantasma che spunta dal sottosuolo, vi era il relitto insabbiato di un vascello oceanico. La Atlantis.

Era qualcosa di enorme. La nave si era incagliata con la prua verso l’alto nel corso dell’ultimo grande inverno ed era stata subito sepolta dalle correnti, cosicché sembrava essere stata congelata nell’istante in cui affondava. Milioni di granchi-orchidea stavano attraversando i suoi resti incrostati di conchiglie, ricoprendo il relitto di fiori e trasformandolo in una creazione impossibile almeno quanto un qualunque indirizzo mnemonico all’interno del Palazzo dell’Arcano.

Gli spettri della memoria solleticarono il cervello del burocrate. Aveva già sentito parlare di quella nave in precedenza. Qualcosa…

Trovò un tavolo libero, prese una sedia e si accomodò. Una leggera brezza gli scompigliò i capelli. Un serpente piumato fece un balzo, agitando il fogliame. Un fringuello dalla coda a forbice, forse, oppure un pettirosso. Il burocrate si sentiva stranamente tranquillo, nello spirito delle dolci origini arboricole umane. Si domandò per quale motivo la gente non si sforzasse maggiormente di tornare a casa, alle origini, visto che si poteva fare con tanta facilità.

Abbassò lo sguardo verso il tavolo, e si ritrovò faccia a faccia con il disegno di un corvo nero. Prima ancora che potesse reagire, vi si sovrappose l’ombra di una testa di uccello. Il burocrate alzò lo sguardo per incontrare quello di un uomo dalla testa di corvo.

Gregorian! pensò il burocrate con improvviso allarme. Poi ricordò la Bestia Nera che aveva tormentato il dottor Orphelin per mezza vita e si guardò attorno. Sui tavoli e sulle ringhiere, sulle sedie e sulle assi di legno, ovunque vi erano disegni sbiaditi di uccelli e animali. Ormai era sintonizzato su cose del genere, che per lui non potevano fare a meno di generare cattivi presagi. — Benvenuto al Loggione degli Spettri — disse il cameriere.

Il burocrate indicò il cartello delle birre aromatizzate. — Avete il lime? O l’arancia, magari?

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