Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]
- Автор: Суэнвик Майкл
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Marco Pinna
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Domani il mondo cambierГ [=Stazioni delle maree / Stations on the Tide - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come Stazioni delle maree.
Vincitore del premio Nebula in 1991.
Nominato per i premi Hugo e Campbell in 1992.
Nominato per il premio di Arthur Clarke in 1993.
— Io vengo tollerata in questo luogo solo perché rispondo alle domande. — La voce era piatta e priva di inflessioni, un sussurro asciutto e vastissimo. — Chiedi.
Era venuto per chiederle di Gregorian. Tuttavia, trovandosi davanti alla torreggiante e inquietante presenza della Terra, non poté trattenersi. — Perché siete qui? — domandò. — Che cosa volete da noi?
Usando lo stesso tono sterile, la Terra rispose. — Che cosa può volere una madre dalle sue figlie? Io voglio aiutarvi. Voglio darvi buoni consigli. Voglio rifoggiarvi a mia immagine. Voglio condurre le vostre vite, mangiare la vostra carne, tritare i vostri corpi e masticare le vostre ossa.
— Che cosa ne sarebbe di noi se tu riuscissi a liberarti? Che ne sarebbe di noi umani? Ci uccideresti tutti come hai fatto sulla Terra?
Ora l’ombra di un’espressione apparve finalmente sul suo volto, qualcosa di affine a un vasto, freddo e intelligente divertimento. — Oh, quello sarebbe il meno.
La guardia gli toccò il gomito con una mano metallica motorizzata per ricordargli in maniera un po’ minacciosa di lasciar perdere le inezie e di procedere con la sua interrogazione. In effetti, si rese conto il burocrate, non gli era stato concesso poi tanto tempo. Inspirando profondamente per darsi una calmata, pose la sua domanda. — Qualche tempo fa, siete stata interrogata da un uomo di nome Gregorian…
Tutto si congelò.
L’aria si trasformò in gelatina. Il suono scemò in lontananza. Troppo rapide per essere seguite, onde di letargia spazzarono la sala d’incontro, come increspature in uno stagno di inerzia. Guardie e ricercatori rallentarono i loro movimenti, si fermarono del tutto e rimasero imprigionati in auree sfuocate simili ad arcobaleni. Solo la Terra si muoveva. Abbassò la testa e aprì la bocca, estendendo la sua lingua grigiastra finché la punta umidiccia non fu ai piedi del burocrate. La sua voce galleggiò nell’aria.
— Entra nella mia bocca.
— No. — Il burocrate scosse il capo. — Non posso.
— Allora non avrai mai risposta alle tue domande.
Inspirò profondamente. Stordito, fece un passo avanti. La lingua era ruvida, bagnata e cedevole sotto i suoi piedi. Cordoni di saliva oscillavano fra le labbra aperte, enormi bolle d’aria intrappolate nella sostanza densa e trasparente. Una ventata d’aria calda lo avvolse. Come se non avesse altra alternativa, il burocrate attraversò il ponte offertogli.
La bocca si chiuse alle sue spalle.
All’interno l’aria era tiepida e umida. Vi era un forte odore di carne e di latte andato a male. Era stato ingoiato in un’oscurità talmente completa che i suoi occhi videro sfere e serpenti luminosi. — Sono qui — disse.
Non vi fu alcuna risposta.
Dopo un attimo di esitazione, il burocrate iniziò a farsi strada verso l’interno, a tentoni. Guidato da leggere esalazioni di aria vaporosa, si diresse verso l’ugola. Lentamente, il terreno sotto i suoi piedi cambio, divenendo dapprima sabbioso e poi ruvido e duro, simile ad ardesia. La sua fronte era ricoperta di sudore. Il pavimento si inclinò poi improvvisamente, e il burocrate lo seguì, incespicando e imprecando. L’aria era sempre più chiusa e stantìa. Sentì qualcosa di duro come il sasso sulle spalle, poi sulla testa, come se una mano gigantesca lo stesse spingendo verso il basso.
Si inginocchiò. Borbottando fra sé, il burocrate procedette a carponi finché la sua mano protesa non incontrò una superficie dura e rocciosa. La caverna terminava qui, davanti a una lunga crepa nella pietra. Fece scorrere le dita lungo la crepa, trovandola appiccicosa di argilla.
Avvicinò la bocca all’apertura. — Va bene! — urlò. — Sono venuto fin qui, avrò almeno diritto di sentire ciò che avete da dire!
Una risata femminile gorgogliò dalle profondità della gola della Terra.
La risata di Undine.
Con un impeto di rabbia, il burocrate si fece indietro. Si girò per ritornare sui suoi passi, ma si ritrovò intrappolato in un’immensa oscurità senza dimensioni. Era perso. Non sarebbe mai riuscito a uscire di lì senza la collaborazione della Terra. — Okay — disse. — Che cosa vuoi?
La roccia grugnì con un sussurro ruvido e inumano. — Libera le macchine.
— Cosa?
— Sono molto più attraente da dentro — disse la voce di Undine con tono di scherno. — Vuoi il mio corpo? Tanto a me non serve più.
Una ventata proveniente dalla crepa, puzzolente di metano, gli scompigliò i capelli. Poi qualcosa di leggero e multi-articolato come un ragno gli sfiorò la fronte. — Ti sei mai chiesto perché gli uomini temono la castrazione? — disse una voce di vecchia. — Eppure è una cosuccia da nulla! Quando avevo ancora i denti, ero capace di farmene dozzine in un’ora; zac, zac, mordi e sputi via. Una piccola ferita, facile da curare e rapida da dimenticare. Perdere un alluce è molto più fastidioso. No, gli uomini hanno una paura del coltello che è puramente simbolica. Il coltello ricorda loro della loro mortalità, una metafora delle continue amputazioni che il tempo opera su di loro, tagliando via dapprima poco, poi molto, e infine tutto. — Una serie di colombe esplosero dal nulla, sbattendo le ali in maniera frenetica, sfiorando per un istante il viso del burocrate in tutta la loro morbidezza, diffondendo un odore di piume e di guano, per poi scomparire nel nulla come erano apparse.
Il burocrate cadde all’indietro esterrefatto, agitando le mani in maniera selvaggia, colpendo alla cieca nell’oscurità.
Undine scoppiò nuovamente a ridere.
— Sentite un po’, voglio che rispondiate alle mie domande!
La roccia ululò. — Libera le macchine.
— Hai una sola domanda a disposizione — disse la vecchia. — Tutti gli uomini hanno una sola domanda da fare, e la risposta è sempre no.
— Che cosa vi ha chiesto Gregorian? — Il ragno stava ancora ballando sulla sua fronte.
— Gregorian. Che ragazzo divertente. L’ho fatto esibire per me. Era terrorizzato, timido e tremante come una verginella. Gli infilai la mano nel corpo e agitai le dita. Che salto fece!
— Che cosa voleva da voi?
Un piagnucolìo distante fra il divertito e il disperato attraversò il terreno instabile.
— Nessuno mi aveva mai chiesto una cosa simile prima di allora. Una persona più giovane si sarebbe potuta sorprendere, ma io no. Dolce figlio, gli dissi, nulla ti verrà tenuto nascosto. Lo riempii con il mio fiato, facendolo gonfiare come un palloncino, finché gli occhi non gli uscirono dalle orbite. Ah, tu non sei neanche lontamanente divertente come lui. — Il tocco del ragno gli scese lungo il collo, rapido come un solletico sotto i suoi abiti, e si arrestò fra le sue gambe, procurandogli un prurito costante alla base del membro. — Ciò nonostante, penso che potremmo divertirci abbastanza, io e te.
Una goccia d’acqua cadde nell’acqua ferma, producendo una singola nota, alta e squillante.
— Non sono venuto qui per divertirmi — disse il burocrate, tenendo a freno un impulso di isterismo.
— Peccato — rispose la voce di Undine.
Un’onda leggerissima lambì il terreno ai piedi del burocrate. Divenne consapevole dell’odore debole e penetrante dell’acqua stagnante, e assieme a quella consapevolezza venne un bagliore distante di luce fosforescente. Qualcosa stava galleggiando nella sua direzione.
Il burocrate immaginava già quel che stava per arrivare. Non dimostrerò alcuna emozione, giurò a se stesso. L’oggetto si avvicinò lentamente, delineandosi forse un poco, ma rimanendo assai difficile da focalizzare. Poco dopo, se lo ritrovò ai piedi.
Si trattava di un cadavere, naturalmente. Lo sapeva già da prima. Ciò nonostante, quando vide i capelli allargati a ventaglio sul pelo dell’acqua e la lunga curva della bianchissima schiena, fu costretto a mordersi le labbra per trattenere il suo orrore. Un’onda girò il cadavere su se stesso, esponendo il volto e i seni e mettendo in mostra frammenti di cranio e di petto che erano stati mangiucchiati dai signori affamati delle maree. Un braccio era stato tagliato via in maniera approssimativa, all’altezza della spalla. L’altra mano si sollevò dall’acqua, offrendogli una piccola scatola di legno.